James Brown
I feel good. L'autobiografia

“Io lo so che ogni volta che salgo sul palco, qualunque palco, nessuno ama pagare i soldi guadagnati col sudore della fronte per vedere riflessa la propria tristezza nelle canzoni di chi suona. È per questo che quando i riflettori si accendono, mi trasformo nell'uomo più felice del mondo: e in quel momento io sono l’uomo più felice del mondo, il più felice che sia mai nato, sono pronto, anima e corpo, a irradiare questa mia felicità sulla gente.
Certo, non è sempre stato così, specialmente agli inizi.”


Cosa rappresenta nella storia della musica James Brown?
È stato un’icona culturale americana, scrive Marc Eliot nella sua Introduzione al volume. C’è in lui il sogno americano di chi si fa strada con il talento, c’è in lui la lotta per i diritti civili, ma c’è anche il peso del successo che travolge, l’eccesso e il misticismo, il culto dell’immagine. C’è la forza magica della star di colore che trascina milioni di bianchi ai suoi concerti, travolgendoli con il suo ritmo e il suo fiato e la sua carne danzante.
Questa autobiografia, questo racconto in prima persona di cinquant’anni di carriera inizia da dove tutto è iniziato, il primo grande successo della sex machine, il Live all’Apollo Theatre. Fu il suo più grande rischio professionale, autofinanziato con 5700 dollari. È il primo live registrato senza spazio tra i solchi. In questo modo l’ascoltatore è catapultato nello spettacolo. È l’invito di James Brown alle masse. Il suo tentativo, riuscito, di portare il pop, il suo pop, che trova maggiore espressione nell’esibizione dal vivo, alle grandi masse. Poi di capitolo in capitolo la sua vita.
James Brown nasce in una baracca nei boschi di Barnwell, in South Carolina. Vanta discendenze indiane. Trascorre la sua infanzia in Georgia. La madre quando James ha quattro anni abbandona il marito e il figlio. Cresce nella casa bordello della zia Honey. È un ragazzo di strada che sopravvive seguendo le regole della strada. Da piccolo adesca i soldati trascinandoli dalle prostitute della casa. Lavora come bracciante, lustrascarpe, impugna i guantoni da pugile, finisce in galera per tre anni per rapina a mano armata. Si appassiona al Gospel che ascolta in Chiesa ma anche al Blues. E proprio il Gospel segna il suo esordio alla fine degli anni Quaranta. Della seconda metà degli anni Cinquanta è invece il suo primo contratto discografico con la King Records. Lo firma con la prima band da lui fondata, i The Flames. Nel 1955 il loro primo successo dal titolo Please, please, please (40 dischi d'oro), scala le classifiche americane. Please Please Please si allontana dalle melodie doo-wop da club e si sposta verso canoni sonori più vigorosi. James Brown è quello che si dice uno showman completo. Canta, balla, suona. Il suo isterismo scenico diventa un marchio di fabbrica. Per tutti è Mister Dynamite.

Negli anni successivi Brown si avvicinerà al rhythm & blues lanciandosi nella carriera solista. Nel 1962 come abbiamo detto in precedenza, registra un concerto all’Apollo Theatre. Il risultato è un album passato ormai alla storia. Sono anni violenti per il popolo americano. James Brown scrive il suo manifesto Papa’s Got a Brand New Bag. Il 5 aprile del 1968 viene assassinato Martin Luther King. James Brown quella sera ha in programma un concerto. Sale sul palco e lancia il messaggio “Build it, don’t burn it”, “Costruire, non dare fuoco”. Gli anni Settanta segnano la sua consacrazione. Da questo momento in poi sarà The Godfather of Soul. Nella sua lunga carriera incrocia anche il mondo del cinema. Nel 1980 interpreta la parte del predicatore nel cult The Blues Brothers (per la regia di John Landis, con John Belushi e Dan Aykroyd) e nel 1985 canta Living in America in Rocky IV. Gli ultimi anni vedono anche momenti bui, la dipendenza dalla droga e nel 1988 la condanna per aggressione per la quale sconta due e mezzo di carcere. Poi la risalita negli anni Novanta. Nel 2003 ritorna a calcare il palco dell’Apollo Theatre per una serie di concerti.

Discografia essenziale

1963
Live at the Apollo 1962
1964
Pure Dynamite! Live at the Royal
Out of Sight
1965
Papa's Got A Brand New Bag
1966
I Got you (I Feel Good)
It's Man's Man's World
1967
Cold Sweat
1968
I Can't Stand Myself
1969
Say it Loud I'm Black & I'm Proud
1970
Soul on Top
Sex Machine
1971
Hot Pants
Get on the Good Foot
1973
Black Caesar
Slaughter's Big Rip
1974
The Payback
Hell
1980
Hot on the One
1986
Gravity
1988
I’m real
1991
Love Over-Due
1992
Universal James
Love Power Peace

Di Francesco Marchetti

I feel good. L'autobiografia di James Brown
Titolo dell’opera originale: I Feel Good. A Memori of a Life of Soul
Traduzione di Francesco Pacifico
226 pag., Euro 13,00 - Minimum Fax (Sotterranei n. 98)
ISBN: 88-7521-084-5

Le prime righe

A settant'anni suonati, ma me ne sentivo addosso non più di trentacinque in una giornata no, nel novembre del 2003 sono tornato all'Apollo Theater per un paio di serate, a celebrare il quarantesimo anniversario della registrazione e della pubblicazione di James Brown: Live at the Apollo, l'album che mi cambiò la vita, e cambiò pure la storia del mio mestiere: portare alle masse la musica pop.
L'Apollo Theater l'ho sempre considerato il grande giudice. Prima che ci arrivi, prima del giorno in cui ti è consentito finalmente il privilegio di salire sul suo palco, sei in libertà vigilata. Non ti sei ancora fatto il mazzo a sufficienza, ma diciamo che ti sei qualificato per un concerto al Grande Apollo. Dopo che ti sei esibito sul suo palco leggendario, dopo che sei sopravvissuto per raccontarlo, sei, secondo la mia definizione, rilasciato per buona condotta. Ok, a chiamata hai risposto, hai fatto tutto per bene, ora sei libero.
Quest'ultima edizione della mia Revue l'avevo battezzata Sette Decenni di Punk, e come speravo si è rivelato uno dei più grandi trionfi della mia carriera. Avevo perso peso, ero in forma come un pugile, tutto tirato a lucido, non avevo quel viso orrendo e gonfio degli ultimi tempi, via i baffi, la voce più forte, e mi restava ancora ciò che alcuni definiscono carisma - io lo chiamo soul, "anima". Voglio dire, fratelli, ero pronto, c'ero.
Gli ingranaggi del mio show erano ben stretti, oliati e intatti, lo spettacolo assomigliava molto a quello che portavo in giro un cinquant'anni fa, e come cinquant'anni fa lasciava ancora il pubblico a bocca aperta. Fenomenale! Un viaggio sulla macchina del tempo: nessuno riusciva bene a capire come ce la facessi, dalle spaccate acrobatiche alla qualità della performance vocale. Ecco perché quello show fu qualcosa di magico, tanto per il pubblico quanto per me.
Quando ripenso alla mia lunga carriera di entertainer, mi piace suddividerla in periodi, illuminati a loro volta da singoli momenti che hanno un significato particolare. Quella notte nell'ottobre del '62 in cui registrai Live at the Apollo, per esempio, si aggiudica un posto tra i più esaltanti. Mi sa che un bel po' del merito, seppure non tutto, va ai soldi: finanziai il disco tutto da solo, mi costò 5700 dollari, ossia fino all'ultimo centesimo di quello che avevo nel portafogli all'epoca. Molto più che una scommessa finanziaria: fu il più grosso rischio professionale mai corso da me o da nessuno che conoscessi. Oggi ovviamente fare l'album come lo feci allora costerebbe centinaia di migliaia di dollari, ma all'epoca quei 5700 dollari mi parevano 57 milioni. È che all'epoca già ne sapevo abbastanza della vita da capire che il successo più duro da ottenere è il primo, sempre, come quel primo passetto che fai da piccolo, il primo della lunga camminata della vita. Volevo mostrare alla gente che non mi conosceva cosa si perdevano se non venivano a vedere James Brown dal vivo, in modo che volessero vederne e sentirne ancora, di James Brown.

© 2006, , Edizioni minimum fax


L’autore

James Brown (1933), il "Padrino del Soul", arriva al successo con i singoli "Please, Please, Please" e "Try Me" e con l'album Live at the Apollo. Negli anni Sessanta, da "I Feel Good" fino a "Sex Machine", rivoluziona la musica soul trasformandola progressivamente in un nuovo genere, il funk. Icona intramontabile nell'immaginario musicale americano (si vedano i suoi cameo nei film The Blues Brothers e Rocky IV), è ancora oggi onnipresente grazie alla generazione rap e hip-hop che non ha mai smesso di campionare la sua voce e i suoi ritmi.


7 aprile 2006