Jian Ma
Spaghetti cinesi

“Non sono una vittima,” dice, “la mia occasione è arrivata con le Riforme e l’Apertura di Deng Xiaoping, solo allora ho potuto forgiarmi io stesso il mio destino. Da quando ho guadagnato i miei primi soldi donando il sangue non sono stato più disperato, ora ho tutto quello che desidero.”

Sono due i personaggi principali del romanzo dello scrittore cinese Ma Jian: lo scrittore di professione e il donatore di sangue di professione. Ce n’è poi un terzo, la figura simbolo di un tempo passato che aleggia in tutte le pagine: lo stakanovista compagno Lei Feng che ha dedicato la vita alla causa rivoluzionaria.
Sia lo scrittore sia il donatore di sangue hanno sperimentato i campi di rieducazione durante la Rivoluzione Culturale, adesso la politica di Riforme e di Apertura di Deng Xiaoping ha cambiato la vita del donatore di sangue che si è arricchito, mentre lo scrittore continua ad arrabattarsi, con l’ambizione di vedere il suo nome nel Grande dizionario degli scrittori cinesi. Sono due facce della stessa realtà, il pragmatico donatore di sangue e lo scrittore idealista che è incaricato di scrivere un romanzo con un novello Lei Feng come protagonista. Ma i Lei Feng sono scomparsi e la testa dello scrittore è piena di altri personaggi di cui parla con il donatore di sangue. Inizia così una serie di straordinari bozzetti che creano un’immagine della Cina spazzata dalla ventata di novità, occasione di cambiamenti di fortuna ma anche di sconcerto e di drammi. Perché, come dice lo scrittore, “il Partito esisteva prima di lui e sa di esserne dominato fin dalla nascita…Potrebbe anche chiedergli di morire e lui non avrebbe scelta.”
Il primo di questi schizzi, di un umorismo macabro che ricorda il Waugh de Il caro estinto, riguarda un personaggio che ben rappresenta la nuova tendenza imprenditoriale, un uomo che ha messo su, con un forno di fortuna, il Crematorio degli Estasiati e si è calato talmente bene nella sua parte che convince la madre a farsi cremare viva. Segue una serie di altre storie, tutte sul filo di un’ironia amara, collegate l’una all’altra come anelli di una catena: così è in una stanza presa in affitto dal neo-imprenditore che lo scrivano vive una vita vicaria nelle lettere che scrive per altri, dice parole d’amore per bocca di altri, si innamora delle loro donne, gli piange il cuore ad ogni abbandono, e una delle donne che si rivolgono allo scrivano è la madre della “suicida o l’attrice” che appare in un’altra storia. Un tempo Su Yun faceva l’attrice, ma i cambiamenti portati da Deng hanno eliminato le eroine rivoluzionarie e lei decide di uccidersi in un’ultima gloriosa rappresentazione. Si farà sbranare da una tigre, l’animale trasformato in metafora da Mao a cui viene paragonata pure la moglie tiranna – in un’altra gustosa e significativa vicenda - dell’uomo umiliato che si rivendica poi su altre donne. Un cenno ad un altro personaggio ancora: l’uomo che cerca ripetutamente di abbandonare la figlia handicappata per avere il permesso di avere un terzo figlio, vittima dolente di una politica demografica che è giusta solo sulla carta.
Quello che Ma Jian rappresenta in questo romanzo singolare, ironico, comico e drammatico, è un paese impreparato ai cambiamenti subitanei (“Noi siamo i primi sacrificati sull’altare delle Riforme e dell’Apertura”), incapace di dimenticare il tragico e recente passato, che guarda all’esterno ma non ha i mezzi per capire o apprezzare il valore della cultura straniera: “Come può una società resa inerte da un governo totalitario trovare la sua strada nella vita moderna?”, che deve fare ancora un lungo percorso. Quanto al successo futuro, è su tutti i giornali.

Di Marilia Piccone

Spaghetti cinesi di Jian Ma
Titolo originale: The Noodlemaker
Traduzione di Nicoletta Pesaro
189 pag., Euro 15,00 - Feltrinelli (I canguri)
ISBN: 88-07-70173-1

Le prime righe

LO SCRITTORE PROFESSIONISTA

Lo studio è di fronte alla finestra della cucina di un altro palazzo. A mezzogiorno o all'imbrunire, "deliziosi effluvi di frittura penetrano delicatamente o talora con violenza nelle mie narici e nel mio stomaco". Così, con esattezza, si esprime lo scrittore professionista nelle sue conversazioni con il donatore di sangue professionista.
Ormai lo scrittore ha preso confidenza con gli odori che provengono da almeno tre cucine. Abitando all'ottavo e ultimo piano, non gli resta che farci l'abitudine. Quando quella coppia dello Hubei - devono essere loro i colpevoli - non dissemina ovunque quel puzzo disgustoso di peperoncino, lui riesce perfino ad avvertire gli odori dei piani più bassi. Spesso apre la finestra per fare entrare gli aromi più inebrianti, poi, distogliendo lo sguardo dalla carta per scrivere, inesorabilmente bianca, cade in uno stato d'ebbrezza.
La cucina di fronte è di suo gusto e, a non esser troppo esigente, lo scrittore è capace di trascorrere un pomeriggio intero a godersi il profumo della zuppa di testa di pesce. L'ha visto al mercato quel tipo di pesce dalla testa grande: ne basta una metà per fare una pentola di zuppa. Nel solenne istante in cui la donna di mezza età, nella cucina di fronte, fa saltare nel wok i funghi di prima qualità comperati al supermercato di quartiere, lo scrittore professionista (ormai quarantenne, lievemente sovrappeso e single) si lascia nuovamente ubriacare dagli aromi. Spesso, poi, vede uscire dalla penombra un uomo di bassa statura che appare e scompare tra la massa di utensili da cucina e gli strofinacci, le salsicce e i prosciutti di Jinhua appesi al muro. Se non fosse per il ronzio continuo della cappa assorbiodori, li sentirebbe parlare e potrebbe perciò capire se il bassetto sia il marito o il figlio della donna, o un ebreo cinese, un ambulante di Chaozhou. Riflette spesso su quel fatto, fissando la pagina bianca sulla scrivania. Oggi, prima che arrivi il suo carissimo amico, il donatore di sangue professionista, continua a imprecare spazientito a bassa voce contro quella cucina: "Zenzero, idioti, ci vuole lo zenzero nella zuppa di pesce, cazzo! ".
Quella domenica pomeriggio il donatore di sangue giunge come al solito alla sua porta. Sentendone il respiro affannato e i passi pesanti su per le scale, lo scrittore intuisce che l'amico ha appena donato il sangue. Sarà pago e felice, perché oggi avrà portato del vino (una bottiglia pregiata dell'Annui o un liquore medicinale dello Hubei), stufato d'oca, uova (dal guscio bello rosso) e le fave ai cinque sapori che piacciono allo scrittore professionista. Come al solito berranno il vino e, annebbiati dall'alcol, cominceranno a frugare tra i frammenti della loro vita, aprendosi alle confidenze mentre assaporano la piacevole frizione del cibo che scivola nello stomaco. Il donatore di sangue provocherà lo scrittore apposta per farsi insultare: gli danno gioia quegli insulti, gli procurano quel conforto spirituale di cui è tristemente priva una vita spesa a donare sangue.
"Che cazzo" si sentirà dire dallo scrittore, in preda ai fumi dell'alcol. "Stai perdendo il tuo tempo con quei disperati, sei davvero un gran pezzente."
Lo scrittore apre la porta per far entrare il donatore di sangue. Dopo un rapido abbraccio, cominciano a disporre il cibo sui piatti, versano il vino e sistemano sul tavolo dei fogli di carta per sputarvi le ossa. Lo scrittore strappa accuratamente a metà un foglio per farne due tovaglioli: uno per le mani, l'altro per la bocca (lo faceva anche suo nonno, quand'era ancora vivo, ma usando uno strofinaccio). Quindi, ciascuno si siede. Lo scrittore professionista si installa sulla sedia girevole di pelle nera, in dotazione della casa statale, mentre il donatore di sangue professionista si appollaia su uno sgabello di plastica.
"Soffri, amico mio?" Il donatore di sangue provoca sempre lo scrittore con domande simili, sperando di farlo uscire dal suo guscio. "La settimana scorsa dicevi che la vita era un inferno. Mi sbaglio?"
"L'anno scorso credevo fosse un inferno. La settimana scorsa la trovavo insopportabile. Oggi mi sembra solo una seccatura. Domani, forse, abbandonerò questo maledetto romanzo se ancora non sarò riuscito a fissare i personaggi sulla carta." Prima che il vino gli scenda nella pancia, lo scrittore professionista ha sempre una voce atona, come se stesse recitando.
"Ma non li odiavi? Perché allora vuoi scrivere di loro? Hai detto che sono plebaglia, che sono immondizia, e che anche io sono feccia. Perché allora insisti a voler scrivere di loro?" In quel momento, il donatore di sangue ha la stessa faccia di quand'è entrato, mortalmente pallida.
"Voglio trasformare la loro vita in un'opera d'arte, anche se sono sicuro che non si prenderanno mai il disturbo di leggerla." Lo scrittore si guarda attorno, poi si gira verso la finestra: "Che coglioni, si dimenticano sempre lo zenzero nella zuppa di pesce".

© 2006, Giangiacomo Feltrinelli Editore


L’autore

Ma Jian è nato a Qingdao nel 1953. Ha lasciato Pechino per Hong Kong nel 1987, poco prima che le sue opere fossero bandite in Cina. Dopo la restituzione dell’isola alla Repubblica Popolare Cinese, l’autore si è trasferito in Europa, prima in Germania e poi a Londra dove vive tutt’ora.


7 aprile 2006