La biografia


Tiziano Terzani
La fine è il mio inizio
Un padre racconta al figlio il grande viaggio della vita

“Onestamente, Folco, questo mondo è una meraviglia. Non c’è niente da fare, è una meraviglia. E se riesci a sentirti parte di questa meraviglia – ma non tu, con i tuoi due occhi e i tuoi due piedi; se Tu, questa essenza di te, sente d’essere parte di questa meraviglia – ma che vuoi di più, che vuoi di più? Una macchina nuova?”.

Questo libro è tante cose insieme: saggio e romanzo, autobiografia e storia universale, è il racconto intenso e partecipato di come un uomo possa trasformarsi negli anni, maturare, evolvere verso un nuovo modo di concepire e immaginare la sua e le altrui esistenze. Si narra la vita di un giornalista viaggiatore ma anche il meraviglioso, invidiabile rapporto tra un padre e un figlio e lo scorrere della storia che travolge quotidianamente tutti noi.
Il libro si apre con la lettera che Tiziano spedisce al figlio Folco quando, consapevole che il suo male è incurabile e lo porterà alla morte, decide di lasciargli una sorta di testamento spirituale e lo invita a recarsi all’Orsigna, sull’Appennino toscano, dove si è ritirato.
Un uomo pacificato con la morte forse più che con la vita, che gli ha portato molti alti e bassi psicologici e fisici, naturalmente. Un uomo che racconta una vita non comune: la passione tormentata per la Cina e l’orrore del Vietnam; gli Stati Uniti per la formazione e il Canada per la libertà; poi il Sudafrica, la Cambogia, l’India… di guerra in guerra, come inviato, e di esperienza in esperienza come uomo.
Senza lasciarsi sfuggire la possibilità di capire i popoli, le abitudini, le culture e vivere le avventure più straordinarie, dalle fumerie d’oppio in Cambogia al “grande fallimento” giornalistico del Giappone, dalla meravigliosa casa sullo stagno di Bangkok alla giungla della Birmania, fino al corso di meditazione con John Coleman in Thailandia, in un ashram: l’apertura di un’altra porta che gli cambia la vita pur sapendo che “l’idea che l’India è il toccasana la voglio proprio evitare perché è un errore ideologico, no? Non è che solo gli indiani hanno le risposte”. Per chiudere con l’esperienza importate di vita sull’Himalaya, l”’avventura” della malattia, il ritorno in Italia e la morte, che per lui viene raccontata da una fotografia scattata dal figlio pochi istanti dopo la fine del suo respiro..
Vi segnaliamo il ricco materiale su Tiziano Terzani (foto, audio, video, biografia e bibliografia di una vita intera) raccolto sulle pagine del sito a lui dedicato: http://www.tizianoterzani.com/. Inoltre sul sito di RadioAlt, il cui palinsesto si articola proprio nel rapporto tra libri e musica, potete ascoltare in podcasting una lunga intervista a un amico di Terzani, il fotografo Vincenzo Cottinelli, raccolta da Matteo Baldi, che potrà essere un altro tassello importante per conoscere questo straordinario protagonista del nostro Novecento.
Un ricordo, scusate, personale. Nel marzo del 2004 scrisse alla redazione di LibriAlice.it una bella e-mail per ricordarci il suo libro importante appena uscito, Un altro giro di giostra e in particolare ci disse: “Credo che dopo di questo non scriverò più neppure la mia firma. Solo una impronta digitale con cui ora vi saluto cordialissimamente”. Pochi giorni dopo, il 18 marzo, gli chiedemmo un’intervista via e-mail, e lui diede la sua disponibilità scrivendo: “Volentieri. Battete un colpo”. Gli mandammo le domande, ma non arrivarono mai le sue risposte. Adesso sappiamo perché: aveva intrapreso questo viaggio in se stesso con l’aiuto del figlio. Un cammino breve e intenso che non doveva avere ostacoli e distrazioni. Per dare vita a un libro di ricordi come questo. Ci siamo sinceramente consolati.

Di Giulia Mozzato

La fine è il mio inizio. Un padre racconta al figlio il grande viaggio della vita di Tiziano Terzani
A cura di Folco Terzani
466 pag., ill., Euro 18,60 - Longanesi (Il Cammeo n. 456)
ISBN: 88-304-2247-9

le prime pagine
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Folco, Folco, corri, vieni qua! C'è un cuculo nel castagno. Non lo vedo, ma è lì che canta la sua canzone:

Cucù, cucù, l'inverno non c'è più
E ritornato il maggio col canto del cucù


Bellissimo, senti!
Che gioia, figlio mio. Ho sessantasei anni e questo grande viaggio della mia vita è arrivato alla fine. Sono al capolinea. Ma ci sono senza alcuna tristezza, anzi, quasi con un po' di divertimento. L'altro giorno la Mamma mi ha chiesto « Se qualcuno telefonasse e ci dicesse d'aver scoperto una pillola che ti farebbe campare altri dieci anni, la prenderesti? » E io istintivamente ho risposto « No! » Perché non la vorrei, perché non vorrei vivere altri dieci anni. Per rifare tutto quello che ho già fatto? Sono stato nell'Himalaya, mi sono preparato a salpare per il grande oceano di pace e non vedo perché ora dovrei rimettermi su una barchetta a pescare, a far la vela. Non mi interessa.
Guarda la natura da questo prato, guardala bene e ascoltala. Là, il cuculo; negli alberi tanti uccellini - chi sa chi sono? - coi loro gridi e il loro pigolio, i grilli nell'erba, il vento che passa tra le foglie. Un grande concerto che vive di vita sua, completamente indifferente, distaccato da quel che mi succede, dalla morte che aspetto. Le formicole continuano a camminare, gli uccelli cantano al loro dio, il vento soffia.
Che lezione! Per questo io sono sereno. Da mesi dentro di me c'è un centro di gioia che irradia in ogni direzione. Mi pare di non essere mai stato così leggero e felice. E se mi chiedi: Come stai? ti dico: Io sto benissimo, la mia testa è libera, mi sento meravigliosamente. Solo che questo corpo fa acqua, letteralmente fa acqua da tutte le parti, marcisce. E l'unica cosa da fare è staccarsene e abbandonarlo al suo destino di materia che diventa putrescente, che torna polvere. Senza angoscia, come la cosa più naturale del mondo.
Però, proprio perché mi rimane poco tempo, un'ultima cosa forse mi piace ancora farla ed è parlare con te che sei stato parte e spettatore della mia vita per trentacinque anni, trentaquattro - quanti ne hai? -, di questo lungo viaggio che io ho fatto e che tu hai visto dal basso, dalla prospettiva del figlio. Eri sempre lì, ma so benissimo che non conosci tutta la mia vita. Come in fondo io non conoscevo la vita di mio padre e mi rammarico alla fine di non aver passato del tempo con lui a parlarne.

FOLCO: Allora, Babbo, hai proprio accettato di morire?

TlZIANO: Vedi, questa di « morire » è una cosa che vorrei evitare. Mi piace molto di più l'espressione indiana, che conosci come me, « lasciare il corpo ». Infatti, il mio sogno è di scomparire come se non esistesse questo momento del distacco. L'ultimo atto della vita, che è quello che si chiama morte, non mi preoccupa perché mi ci sono preparato. Ci ho pensato.
Ora, non dico che sarebbe la stessa cosa alla tua età. Ma alla mia! Ho sessantasei anni, ho fatto tutto quel che volevo fare, ho vissuto intensissimamente, per cui non ho alcun rimpianto. Non ho da dire «Ah, mi ci vorrebbe ancora tempo per fare questo! » E poi non mi preoccupo grazie alle due o tre cose, secondo me fondamentali, che tutti i grandi e i saggi del passato avevano ben capito.
Che cos'è che ci fa così spavento della morte?
Quello che ci fa paura, che ci congela davanti a quel momento è l'idea che scomparirà in quell'attimo tutto quello a cui noi siamo tanto attaccati. Prima di tutto il corpo. Del corpo ne abbiamo fatto un'ossessione. Tu pensa: uno cresce con questo corpo, ci si identifica. Guarda te, sei giovane, sei forte, pieno di muscoli. Oh, ero così anch'io! Ogni giorno correvo dei chilometri per tenermi in forma, facevo ginnastica, avevo delle gambe dritte, avevo i baffi e la testa piena di capelli corvini. Ero un bel ragazzo. Uno dice « Tiziano Terzani » e pensa a quel corpo lì.
Tutto da ridere! Guardami ora. Pelle e ossa, magrissimo, le gambe gonfie, la pancia come un pallone. Mi si è rovesciata la geometria del corpo. Prima uno ha le spalle larghe e la vita stretta; ora ho delle spalline strette strette e una vita enorme. Allora non posso essere attaccato a questo corpo. E poi, quale corpo? Un corpo che cambia tutti i giorni, che perde i capelli, che si azzoppa, che si acciacca, che viene tagliato a pezzi dal chirurgo?
Il corpo non siamo noi. Allora cosa siamo?
Crediamo di essere tutte le cose che ci preoccupa di perdere morendo. Con l'identità - giornalista, avvocato, direttore di banca - ti ci sei identificato e l'idea che tutto questo scompaia, che tu non sia più il grande giornalista, il bravo direttore di banca, che la morte ti porti via tutto questo ti sconvolge. Tu possiedi la bicicletta, l'automobile, un bel quadro che hai comprato con i risparmi di tutta una vita, un campo, una casetta al mare. E tua! E ora muori e la perdi. La ragione per la quale si ha tanta paura della morte è che con quella bisogna rinunciare a tutto quel che ci stava tanto a cuore, proprietà, desideri, identità. Io l'ho già fatto. Negli ultimi anni non ho fatto che buttare a mare tutto questo e non c'è più nulla a cui sono legato.

© 2006, Longanesi & C.

L’autore
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Tiziano Terzani nasce a Firenze nel 1938 e per trent'anni vive con la moglie e i due figli in Asia. Come corrispondente del settimanale tedesco Der Spiegel risiede a Singapore, Hong Kong, Pechino, Tokyo, Bangkok e Nuova Delhi, da dove collabora anche a la Repubblica, L'Espresso e Il Corriere della Sera. Nel corso della sua vita asiatica pubblica molti libri, tutti editi dalla Longanesi e tradotti in altre lingue, sulle grandi storie di cui si trova a essere testimone: Pelle di leopardo e Giai Phong! la liberazione di Saigon, sulla guerra in Vietnam; La porta proibita, sulla Cina del dopo Mao; Buona notte, signor Lenin, sul crollo dell'Unione Sovietica. Il volume In Asia raccoglie le sue migliori corrispondenze dai paesi d'Oriente. Sono del 1995 le riflessioni su dove va il mondo contenute in Un indovino mi disse; del 2002 le Lettere contro la guerra che mettono in guardia contro il pericolo dell'uso della violenza per la sopravvivenza dell'umanità. Nel suo ultimo libro, Un altro giro di giostra, Tiziano Terzani si pone le domande finali sul senso della vita dell'uomo. Muore a Orsigna nel luglio 2004.




31 marzo 2006