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Enzo Gentile

Enzo Gentile, è giornalista professionista dal 1984, musicofilo da sempre, hendrixiano militante. Ha scritto su riviste e giornali di ogni periodicità, curato mostre sulla grafica delle copertine dei dischi, sulla storia e l’estetica dei fenomeni musicali. Ha realizzato programmi per la radio. È nella commissione artistico-organizzativa del Mantova Musica Festival, docente al Master di Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano. Attualmente collabora con la Repubblica, il Mattino, il Diario e Radio 24. Con lui parliamo di musica e libri.

Leggendo il tuo libro Legata a un granello di sabbia, mi ha colpito la differenza di ascolto tra ieri e oggi. Quello di ieri era un ascolto condiviso. Invece adesso l’ascolto, aiutato dalle tecnologie, come l’iPod, è cambiato, è diventato quasi intimo…

Sì, il Juke Box ma anche lo stesso mangiadischi, erano strumenti perfetti per la condivisione. Invece dall’epoca della cuffietta, che sia per il walkman o il cd portatile, o per l’ultimo arrivato, l’iPod da te citato, è tutta un’altra vicenda. Sono anche diventate molto meno orecchiabili, tra virgolette, le canzoni. Molto meno immediate. C’è più costruzione, c’è più ambizione. La canzone non è più uno slogan come molte di quelle menzionate nel mio libro. C’è quindi un processo che deve compiersi, una fruizione più ragionata, per poi essere assimilata e interpretata. È proprio diversa la partenza. Il trampolino da cui ci si lancia è completamente diverso.

Avete dedicato poi un ampia parte alle copertine… Oggi si parla tanto del fatto che l’mp3, il file sharing o la pirateria, hanno un po’ ucciso il mercato del disco. Mi sembra sia però scomparso anche il culto dell’oggetto disco che non è più così bello. E non ci sono più i collezionisti…

Il mercato si è completamente trasformato. I collezionisti vanno a guardare cose molto lontane nel tempo proprio perché queste sono diventate preziose o rare. Adesso è difficile diventare collezionisti di qualcosa che esce ed è effimero per definizione. Quindi è proprio diversa la concezione della musica. Sia di chi la produce e la scrive, e sia di chi poi la vende.

Ti ricordi i primi libri che leggevi nella tua adolescenza e che magari sono legati anche ai dischi?

Io ho cominciato ad ascoltare dischi “scelti” a fine anni Sessanta, primi Settanta. Erano tutti dischi che mi compravo. La mia ideale formazione è California, psichedelia, rock americano. È chiaro che da lì sono passato a leggere subito Kerouac, Ginsberg, perché erano paralleli ideali di quello che stavo ascoltando. Ma anche Corso, Ferlinghetti. Dopo di che Bukowski quando ero un po’ più grande perché in Italia non arrivava tutto o forse non lo avevo sottomano io. Tutta la letteratura americana on the road, un po’ beat, un po’ di ricerca linguistica.

In Italia invece?

Coloro che realizzarono riviste come Pianeta fresco di Fernanda Pivano, arrivarono per la mia età un troppo presto. E dopo era troppo tardi per andarsele a recuperare, erano diventate dei classici, dei pezzi da collezione. Per questo ho fatto molta fatica a risalire in quella che era la frontiera italiana, vicina idealmente al beat.

Adesso cosa stai leggendo?

Mi diverte NicK Hornby, perché è quello che potrei non scrivere, perché in effetti lo fa lui, ma condividere, dalle classifiche musical-umane alle piccole storie di quotidianità.

Nick Hornby intervistato dal tuo collega e amico Ernesto Assante ha detto che non si metterebbe mai a scrivere canzoni… In Italia ci sono stati scrittori come Pasolini, o anche Rodari che hanno collaborato con il mondo della musica …

I testi di Pasolini per canzone non sono male, penso per esempio alle collaborazioni con Modugno o Endrigo. Pasolini ha fatto molto cose di ottimo livello anche nel cinema e nel teatro. Non ha usato solo la parola scritta.. Poteva permetterselo.

Di Francesco Marchetti 


24 marzo 2006