Carlo Grande
Padri. Avventure di maschi perplessi

“Forse era colpa loro, dei padri. Che non volevano ammetterlo, che come sempre si chiamavano fuori: un colpevole l’avevano trovato sempre, gli americani, gli israeliani, i professori troppo severi, la tv, la realtà virtuale“

“Il punto base è il tramonto del padre, l'uomo ‘affidabile’, che unisce tenerezza e forza, e il prevalere del branco dei maschi, in lotta tutti contro tutti per accaparrarsi soldi, donne, lavoro, pseudo-gloria. Insomma, il tramonto del padre (senza rimpiangere il padre-dio, il padre-re o il padre-padrone) è il crollo di un fondamento della civiltà, lo spirito di collaborazione tra uomini, l'alleanza su cui si fonda la civiltà. Una questione politica nel senso più alto. Alcuni maschi (me compreso) sono stufi di questo consumo di merci, di sentimenti, di relazioni.” Ecco come mi ha presentato il suo libro l’autore, ecco la chiave di lettura con cui leggere questi racconti così diversi tra loro e unificati da un elemento trasversale alle varie situazioni descritte: l’incertezza del ruolo, un senso di colpa irrisolto e costante, un disagio del proprio essere stato figlio inconsapevole e un uguale disagio dell’essere padre incapace di porsi come punto di riferimento. È un rincorrere i bisogni del figlio più che un proporre, è il desiderio di essere accettato più che l’attenzione ad accettare, è il tentativo di nascondere le proprie debolezze più che la volontà di porsi come punto di forza su cui il bambino o il ragazzo può temprare le proprie fragilità. L’allegria forzata che il padre separato propone al figlio o l’accondiscendenza nei confronti dell’adolescente distratta portata in vacanza in un luogo a lei (e forse solo a lei) congegnale individuano un nodo cruciale di questa assenza della figura paterna che, al di là dell’assenza di tempo, non ha più il prestigio di far condividere al figlio qualcosa che lo appassioni. Il bellissimo primo racconto di carattere autobiografico mostra invece una figura paterna forte che, pur nella diversità delle scelte compiute dal figlio una volta adulto, non potrà mai essere né tradita né negata, ma diventa (recuperata la tenerezza senza pudori dell’uomo adulto) simbolo di affetti solidi e di insegnamenti duraturi.
Ma forse il problema non si limita alla difficoltà d’interpretare il proprio ruolo paterno in un mondo problematico, in rapida e spietata evoluzione come il nostro, quanto nel ritrovare un nuovo senso del proprio essere maschio (avventure di maschi perplessi, recita il sottotitolo) che, frantumatasi la vecchia maschera millenaria, inventi diverse e più avanzate capacità di relazione non solo con tutto l’universo femminile, finalmente in un rapporto “tra uguali”, ma anche con gli altri uomini. Da questa reinvenzione, che non si basa più su una società fallocratica, può nascere anche il corretto ruolo paterno del terzo millennio, capace di soddisfare chi lo riveste e nuovamente prezioso per chi, come i figli, vi si confronta.

Di Grazia Casagrande

Padri. Avventure di maschi perplessi di Carlo Grande
123 pag., Euro 10,00 - Ponte alle Grazie
ISBN: 88-7928-818-0

Le prime righe

IL CAPPELLO DI MIO PADRE

Ricordo: era l'alba, sedevo al tavolo di fòrmica rossa in cucina, al terzo piano di piazza Rebaudengo, con gli occhi impastati di sonno. Avevo la tazza del tè davanti e la riga dei capelli perfetta, da bravo ragazzine degli anni Sessanta. Ricordo la finestra piena di buio, il cane che guaiva dietro la porta a vetri sul balcone e i movimenti precisi e sbrigativi di mio padre, che preparava il fucile e le cartucce e ogni tanto mi guardava, mettendomi fretta anche senza dire niente.
Sarebbe stato un giorno importante: la mia prima battuta di caccia. Avrei sparato con un fucile vero.
Era più di trent'anni fa, nel 1968: lui aveva l'età che ho io adesso e quest'immagine è come una visione, mi fa salire su una macchina del tempo che mi traghetta nel passato. Anzi, di più: riunisce passato e presente, mio padre diventa all'improvviso mio coetaneo. Penso a lui allora, alle sue scelte, al suo carattere, alle sue gioie e ai suoi dolori e li confronto con i miei, adesso.
Che speranze, che dubbi aveva, alla mia età? Forse quelli che ho io ora.
Pensando a questo mi sento un po' meno solo. Avrei voglia di chiamarlo subito, adesso che è anziano, che ha i capelli bianchi, e fargli le mille domande che la banalità del quotidiano mi impedisce di fare. « Ciao papa, come stai? Cosa provavi, quando avevi quarantenni? Adesso, sei più felice? »
Lui era sempre un po' nervoso, allora. Chissà cosa lo inquietava. Forse la stessa ansia che provo io oggi, dalla quale credevo di essere immune, che mi è strisciata silenziosamente dentro. Credevo di essere diverso, quand'ero giovane. Invece mi scopro sempre più simile a lui.
Che senso ha questo non avere mai tempo? Quest'ombra incerta sulle cose, questa « favola narrata da un idiota, con enfasi di gesti e di suoni, che alla fine non significa nulla»? Davvero non significa nulla?
Avrei bisogno di chiedergli, di sapere. E quando penso che è stato mio coetaneo sento di avere più coraggio.
E rifaccio i miei conti: ognuno dovrebbe rifarli.
E un esercizio facile: la differenza di età che c'è fra noi e un genitore si sottrae all'anno che stiamo vivendo ed eccoci a venti, trent'anni prima, eccomi nel 1968. Ecco le cartucce sul tavolo, il cane, il buio di fuori, mio fratello a undici anni, come me, e mia madre che dorme. Ecco mio padre con i capelli neri. Lui c'è già stato, nel labirinto dei quarant'anni. Forse mi mostrerà il bandolo della matassa, il filo di Arianna, la trave che galleggia nel naufragio. «Vieni» mi dirà, «aggrappati. Vieni da questa parte. Guarda laggiù: c'è una luce».

© 2006, Ponte alle Grazie


L’autore

Carlo Grande ha 49 anni, è giornalista della Stampa. Ha pubblicato La via dei lupi, che ha vinto la prima edizione del premio Grinzane Civiltà della montagna e il premio Letterario San Vidal, e La cavalcata selvaggia, I cattivi elementi. Vive e lavora a Torino.


31 marzo 2006