Helen Sheehy
Eleonora Duse
La donna, le passioni, la leggenda

“Eleonora si liberò della maschera superficiale del cerone, poi si spogliò di un’altra maschera: mise a nudo la propria anima e mostrò la donna come essere umano.”

I personaggi celebri, le grandi figure difficilmente riescono a chiudere i conti con la storia.
La loro vita si stacca spesso dalle consuetudini e dai clichè del tempo nel quale hanno vissuto, dando così vita a un meccanismo che traccia molti profili e molte sfumature, rispetto a ciò che in realtà è accaduto. Da qui il passo è breve per elaborare a beneficio dei posteri (e non solo) una sorta di “biografia apocrifa”, che prediliga forse l’aneddoto, il pettegolezzo o lo scandalo, a scapito di una presentazione di vita vera, combattuta e sofferta, come nel caso di Eleonora Duse.
A differenza di ciò, Helen Sheehy, studiosa di storia del teatro e autrice del saggio Eleonora Duse, da poco pubblicato dalla Mondadori, si adopera per dare al personaggio in questione un più esatto profilo storico e mette nelle condizioni di incontrare questa grande attrice fuori dai luoghi comuni, attraverso i quali sovente ci è giunta fino ad oggi.

La Sheehy inserisce la figura di Eleonora, a partire dai suoi primi passi sul palcoscenico della compagnia teatrale del padre, nel momento storico e sociale nel quale la protagonista vive.
La possibilità che ci offre l’autrice è inoltre quella di conoscere il carattere fragile ma nello stesso tempo volitivo della Duse, le inquietudini esistenziali che l’hanno inseguita durante l’arco della sua vita, determinando così la complessità dei suoi rapporti, dei suoi affetti.
Accade in questo lavoro, costruito attraverso una ricerca seria e complessa, che il mito del binomio Duse/Dannunzio lasci spazio e respiro all’intensa vita di Eleonora, non soltanto nei suoi aspetti di donna libera e audace, ma anche per quanto riguarda le sue sofferenze di figlia, di moglie e di madre.

Il momento artistico che questa affascinante donna percorre è molto ricco dal punto di vista culturale. Infiniti sono i suoi incontri non solo con attori e impresari del tempo, ma anche con scrittori, intellettuali, artisti ed esponenti dell’alta borghesia che lascia soggiogati dalla sua personalità e dalla sua passione per il teatro, fatto che la incorona come la più importante e innovativa attrice del tempo. Infatti con la sua interpretazione e il suo stile, così diverso dall’antagonista Sarah Bernhardt, aprirà la via della recitazione moderna.

La sua fama la porterà non solo a calcare i palcoscenici di tutta Europa, infatti girerà l’America e reciterà persino all’Avana. Il suo amore per il teatro non le permise di risparmiarsi; portò avanti il suo lavoro fino all’ultimo, morendo a Pittsburgh durante la ultima tournèe.

Due personaggi, fra i tanti che ebbero modo di incontrarla, Luchino Visconti e Charlie Chaplin: Visconti allora quindicenne, la vide nella Donna del mare di Ibsen. Osservandola, disse “ho capito come bisogna recitare”; Charlie Chaplin, trentacinquenne quando ebbe modo di assistere a una sua recita, disse: “.. è l’artista più grande che abbia mai visto. La sua tecnica è così splendidamente rifinita e compiuta da non essere più una tecnica ..”

Di Iaia Barzani

Eleonora Duse. La donna, le passioni, la leggenda di Helen Sheehy
Titolo dell’opera originale: Eleonora Duse. A Biography
Traduzione di E. Valdrè
387 pag., ill., Euro 18,50 - Mondadori (Le scie)
ISBN: 88-04-54971-8

Le prime righe

“Chi mi chiama? Eccomi. Qual è volontà vostra?”. Ripetendo i versi della Giulietta shakesperiana, una domenica di maggio del 1873 Eleonora Giulia Amalia Duse fece il proprio ingresso a Verona passando per porta Palio. Aveva quattordici anni. Snella, con la vita sottile, camminava spedita muovendosi con l’agilità di chi è abituato a percorrere grandi distanze. Tra i lunghi capelli scuri risultavano le ciocche color bronzo illuminate dal sole. Nei momenti di quiete, i suoi lineamenti marcati – grandi occhi neri dalle palpebre pesanti, gli zigomi alti e ampi sopra la mascella quadrata, il naso aristocratico e la bocca generosa – facevano pensare alla purezza della scultura classica.

Eleonora, che calcava le scene ormai da dieci anni, era la primattrice della compagnia teatrale di famiglia, una compagnia, una truope itinerante in perenne lotta con le difficoltà quotidiane che era stata ingaggiata per recitare, quel pomeriggio, Romeo e Giulietta nell’antica arena di Verona. Camminando, Eleonora provava le battute che aveva copiato su un taccuino, “L’ansietà mi soffocava” disse rievocando quel ricordo.

Giulietta, immaginava, aveva percorso le stesse strade di pietra grigia dal disegno ad archi, alzato lo sguardo sulle stesse case dai tetti rossi, fatto visita agli stessi palazzi di tufo e di marmo rosso di Verona. Forse l’eroina shakespeariana aveva attraversato il ponte Scaligero vicino al Castelvecchio e fissato le acque profonde dell’Adige, che si snoda per la città svolgendosi come un nastro. Il sole inondava la città di luce abbagliante, ma a ogni angolo Eleonora s’aspettava di vedere un tetro corteo funebre e la bara di ferro di Giulietta.

In piazza delle Erbe, che da quasi duemila anni veniva utilizzata come mercato all’aperto, Eleonora si fece strada tra le bancarelle riparate dai bianchi ombrelloni. Si fermò accanto alla fontana romana, che zampillava sovrastata da una statua muliebre che rappresenta la città di Verona. Spese tutto il denaro che possedeva delle rose color rosa pallido. Sarebbero servite per il personaggio di Giulietta sulla scena, un’idea che le era venuta in mente ripensando all’incontro dei suoi genitori, che suo padre, Alessandro Duse, aveva annotato nel proprio diario. Un giorno mentre camminava per strada, Alessandro era stato sorpreso da una pioggia di foglie e fiori. Alzando gli occhi, aveva incrociato lo sguardo di una ragazza dai capelli scuri che stava curando i fiori nei vai sul davanzale. Giorno dopo giorno rifece lo stesso percorso finchè trovò il coraggio di salire le scale che portavano al balcone. Riuscì a conoscere la giovane e i due poco dopo si sposarono. La madre di Eleonora si chiamava Angelica Cappelletto, un’assonanza suggestiva con il cognome Capuleti.

Per arriva all’Arena da piazza delle Erbe bastavano dieci minuti di cammino. Ultimata da Roma nell’ultimo secolo d.c. poteva accogliere 25.000 persone alloggiate sulle gradinate in marmo rosso di Verona. Quasi metà della popolazione cittadina. Nel corso dei secoli 8il grande ovale di pietra aveva ospitato lotte fra gladiatori, simulazione di battaglie navali, combattimenti di tori, fiere, spettacoli equestri e la sontuosa opera lirica. Le piccole compagnie Teatrali come la Duse-Lagunaz montavano il loro palcoscenico di legno, due tavole e una torre di scena, a una estremità dell’arena, delimitavano con una fune un settore delle gradinate e facevano pagare pochi centesimi per le recite pomeridiane.

Entrando dagli ombrosi corridoi sotterranei dell’Arena illuminata dal sole, Eleonora alzò lo sguardo sulle piante che crescevano folte da un parapetto in rovina. Al levarsi della brezza si sentì invadere di energia. Era esaltata dalla propria febbrile immaginazione, dalla luce tersa del cielo blu e dal profumo del mazzo di rose che teneva in mano: “le parole scorrevano con una strana facilità, quasi involontarie,” rammentò “le udivo accompagnate dal rombo continuo delle mie vene”.

© 2006, Arnoldo Mondadori Editore


L’autrice

Helen Sheehy, studiosa di storia del teatro, vive ad Hamden, nel Connecticut. Ha pubblicato fra l’altro Margo: The life and Theatre of Margo Jones e Eva Le Gallienne: A Biography.


31 marzo 2006