Tibor Fischer
Viaggio al termine di una stanza

“C’è sempre questa tendenza nei gusti personali; nessuno vuole confondersi con la folla, belare nel gregge. Questo desiderio si scontra con la spinta a fare proseliti intorno a una nostra nuova scoperta artistica; vogliamo che gli altri condividano il nostro piacere, ma solo fino a un certo punto…”

“Chiudere la porta, ignorare il mondo e creartene uno tutto tuo”: questo lo scopo di Oceane, la protagonista del nuovo romanzo di Tibor Fischer. Un libro che, sin dal titolo, richiama alla mente autori come il Céline di Viaggio al termine della notte o il De Maistre di Viaggio intorno alla mia camera e che conferma Tibor Fischer tra i migliori autori della narrativa inglese contemporanea.
Viaggio al termine della mia stanza è davvero, come “strilla” dalla copertina la Byatt, un romanzo feroce, divertente e sempre incalzante. Fisher, che si è imposto al grande pubblico con il suo primo romanzo Sotto il culo della rana, torna agli antichi fasti degli esordi: pagine fulminanti e battute capaci di metterti ko nel lampo di due righe.
La protagonista, dopo aver svolto lavori più o meno sordidi (il peggiore in assoluto “performer” in un live sex show di Barcellona), decide di chiudersi in casa. Le piace viaggiare, ma non le piace uscire di casa. Così, grazie ad una piccola fortuna ereditata da un’abile operazione di computer grafica, si è portata il mondo nella sua casa di Londra: internet, parabole e centinaia di canali satellitari le consentono di stare a contatto diretto, 24 ore su 24 “live”, con il mondo. O con la sua rappresentazione? Ed è proprio questa la parte più interessante del romanzo: malgrado sia stato scritto nel 2003 non si può dire certo un libro datato.
A proposito dei telegiornali, ad esempio, Fischer scrive: “ I più grandi amici del cronista sono carestie, inondazioni e incendi, bimbetti denutriti, raccoltine di fondi messe lì per permettere al giornalista di ostentare la sua compassione, ma che servono soltanto a farti sentire compiaciuto perché la tua casa non è ancora ridotta in cenere…”.
In quattro righe Fischer riesce, strappando anche un’amara risatina, a farci capire ciò che sociologi e mass-mediologi come Neil Postman, Jean Baudrillard, Paul Virilio, Guy Debord hanno cercato per anni, e in decine di saggi, di farci capire. Non è cambiato nulla, non cambierà nulla ugualmente.
È lo stesso Fischer a scriverlo pagine dopo. Descrive quello che sarebbe il suo sogno: “L’assurdità delle trasmissioni giornalistiche è che sono programmate a orari prestabiliti, qualunque cosa accada. Sarebbe così rilassante se incrociassero le mani dietro la nuca e dicessero, nessun problema oggi, solo qualche cavolo rimasto invenduto al mercato generale, perciò ecco a voi un bel cartone animato; e invece no, trovano sempre la parvenza di qualcosa. Il nulla travestito da qualcosa”.
Ricorda da vicino ciò che, a proposito dei giornalisti di cronaca, scrive Don DeLillo in Libra:
“La solitudine della mancanza di notizie. Soltanto le notizie potevano restituire loro integrità, sensibilità. Decine di giornalisti in redazione, in uno spazio compatto, e tutti a insistere per strappare una parola. Una parola è un desiderio magico. Una parola da chiunque. Con una parola avrebbero potuto cominciare a ridefinire il mondo. A creare una superficie istantanea alla quale il pubblico avrebbe dato coerenza visiva e tattile”. In realtà è un dramma, ma già nella precedente raccolta di racconti Adoro essere uccisa Fischer, pur senza rinunciare al proprio umorismo caustico, sottolineava che il vero problema è che, alla gente, non importa poi più di tanto. “Provò a chiedersi quanto spesso ci pensava. Una volta al giorno per dieci anni? Due volte al giorno? Tre volte ogni due giorni? Quant’era il tempo che aveva sprecato così? Cinque minuti per volta? Dieci minuti? Si spreca così tanto tempo sugli stessi pensieri. La gente si lamenta di dover fare sempre le stesse cose, di dover mangiare lo stesso cibo, di dover indossare gli stessi vestiti, ma non si preoccupa mai di pensare sempre gli stessi pensieri”.

Di Gian Paolo Serino

Viaggio al termine di una stanza di Tibor Fischer
Traduzione di Giuseppe Iacobaci
296 pag., Euro 15,00 - Mondadori (Strade blu)
ISBN: 88-04-54437-6

Le prime righe

Fu così che diventai ricca: ero a casa mia alle quattro e mezzo di un venerdì pomeriggio.
Ricca? Molti direbbero così. Qualcuno benestante. Io piuttosto direi agiatamente benestante. Sotto diversi aspetti. Possiedo un appartamento più che adeguato per una persona sola, uno spazio che in molte città del mondo (dalle più povere alle più opulente) verrebbe giudicato eccessivo. Ho uno studio enorme. Ho due stanze da letto, anche se la seconda potrebbe essere definita tale solo da un agente immobiliare, perché se ci si dovesse mettere un letto davvero non resterebbe spazio per nient'altro. Ho un soggiorno confortevole, una cucina e un bagno decorosi, e - questo sì un vero lusso - un secondo pseudobagno, con un water e un piccolo lavabo. Il soppalco e l'ampia scala accrescono la sensazione di profondità. Trovo confortante salire e scendere camminando sul morbido della moquette. L'appartamento è collocato nella parte alta dell'edificio, perciò è sempre luminoso, e i muri sono vecchi e massicci quanto basta per limitare le incursioni sonore dei vicini; essendo poi al secondo piano e riparato dagli alberi (oculatamente piantati cent'anni fa, e non ancora del tutto distrutti da scarichi e stramberie degli automobilisti), sono anche protetta dal "baccano della strada. Nelle due settimane di sole che in questo paese vengono spacciate per estate, ho il lusso di una terrazza sul tetto e l’opportunità di offrire una gita a qualche vaso.
Mi sono chiesta spesso perché le piante mi appassionino tanto; inizialmente pensavo fosse il richiamo della natura, l'effetto rassicurante del verde. Poi mi sono detta che le piante sono gli animali da compagnia di chi non è certo di sapersi prendere cura di un quadrupede. Quando una pianta avvizzisce ti senti un po' in colpa, ma un’aspidistra non ti rivolgerà uno sguardo deluso se non la porti a passeggiare, e non si può stare in lutto per un cactus. E poi oggi come oggi dove lo prendi un po’ d'ossigeno? Insomma, ho spazio a volontà. Parecchie famiglie devono accontentarsi di molto meno. Ho un surplus di spazio nell'armadio e posso individuare -gli abiti alla prima occhiata. II mio scaffale dei dischi è impeccabile, e - arriviamo alla parte imbarazzante - la stanza da letto piccola è diventata un deposito per le scarpe, ne ospita centodiciannove paia. Questo, lo ammetto, è un capriccio bello e buono, perché non è che io esca molto e in genere giro per casa a piedi nudi. A mia discolpa vorrei precisare che le ho collezionate nel giro di dieci anni e che sono lo zuccherino che mi concedo per i miei successi. Di tutti i vizi, almeno questo è innocuo.

© 2006, Arnoldo Mondadori Editore


L’autore

Tibor Fischer è nato a Stockport (Inghilterra) nel 1959 da genitori ungheresi. Ha studiato a Cambridge ed ha lavorato come giornalista. Nel 1993 è stato nominato dalla rivista letteraria "Granta" come uno dei Migliori Giovani Romanzieri Britannici. Il suo primo romanzo, Sotto il culo della rana dopo essere stato rifiutato da quasi un centinaio di case editrici inglesi, lo ha imposto all'attenzione del grande pubblico a gli ha fruttato diversi importanti riconoscimenti letterari. Ha poi pubblicato La gang del pensiero, Il collezionista, una raccolta di racconti, Adoro esser uccisa e Viaggio al termine di una stanza.


31 marzo 2006