La biografia


Anita Nair
Padrona e amante

“Koman andò in camera sua. Le mani gli tremavano per l’eccitazione e il nervosismo.
Avrebbe recitato per la prima volta un katthi vesham. Sarebbe stato un uomo arrogante e malvagio, riscattato solo dal sangue nobile che gli scorreva nelle vene. Con i segni rossi e bianchi sul viso, avrebbe rappresentato tutti quelli che disdegnano la raffinatezza e l’eroismo.”

“Nell’arte, vedi, l’individuo non esiste”, recita l’epigrafe di Oscar Wilde in apertura del romanzo Padrona e amante della scrittrice indiana Anita Nair. E “l’arte è un’amante gelosa” è la citazione da Waldo Emerson da cui deriva il titolo originale del libro, Mistress. Perché “Padrona e amante” è una storia d’amore per l’arte- amore assoluto e totale che richiede impegno e dedizione e annullamento di sé, che non lascia spazio ad altre forme d’amore, che modella il suo adepto secondo le sue necessità.
La trama è semplice: Chris Stewart, scrittore di libri di viaggio, arriva in un villaggio turistico del Kerala, in India, per intervistare un famoso interprete della danza kathakali. Mentre l’anziano Koman racconta la storia della sua vita interamente dedicata all’arte, Chris vive una breve e intensa relazione amorosa con la bella Radha, nipote di Koman e moglie insoddisfatta di Shyam. Si intrecciano così la finzione nella vita reale con la finzione sul palcoscenico, la passione sessuale e quella per l’arte, in una reinterpretazione dei miti indiani.
Il kathakali di cui si parla nel libro della Nair è uno stile di danza tipico dell’India del Sud in cui vengono rappresentate gesta di dei e di eroi, leggende e miti narrati nei maggiori poemi epici indiani, il Ramayana e il Mahabharata, che offrono (come i poemi epici del mondo occidentale) gli archetipi di tutti i comportamenti umani. Il fascino del romanzo di Anita Nair è in parte dovuto all’esotismo dell’ambientazione e alla novità di una forma d’arte di cui non sapevamo nulla, ma soprattutto all’architettura del romanzo stesso, racchiuso in una doppia cornice che delimita ed esalta le storie raccontate.
Seguendo lo schema di un dramma, un prologo introduce i quattro personaggi principali, Chris e Koman, Radha e il marito Shyam, seguono tre libri, come fossero tre atti, chiusi da un epilogo che tuttavia non è una conclusione, con Rhada che, seduta su una sedia a dondolo, riflette che ha abbastanza tempo per pensare a quello che vuole fare della sua vita. Dentro questa prima cornice se ne apre una seconda: ognuno dei tre libri contiene tre capitoli dedicati alle nove navarasa, le nove emozioni che il volto deve esprimere nella danza, “i nove volti del cuore”, l’intera gamma dei sentimenti umani- amore, disprezzo, dolore, ira, coraggio, paura, disgusto, meraviglia e infine la pace che porta alla serenità e al distacco dalle cure materiali, quella che Rhada prova alla fine.
Di tutte le storie raccontate che seguono la falsariga delle navarasa, la più banale è quella del triangolo amoroso- lo straniero che si innamora dell’indiana insoddisfatta suscitando la gelosia del marito-, la più complessa e ricca di suggestioni è quella della famiglia di Koman e di Koman stesso che ci introduce al kathakali, la danza in cui il veshakaaran non è un semplice attore che ricopre un ruolo ma è il dio o l’eroe di cui simula le sembianze, la più colorata e fantastica, cangiante e multiforme, è data dall’insieme delle leggende e dei miti che rivivono sul palcoscenico. E, tra i personaggi, quello per cui finiamo per provare più simpatia è proprio Shyam, il marito cornuto che ha sempre sofferto di un complesso di inferiorità, che, con il suo senso pratico e l’occhio attento ai desideri dei turisti, si sente rozzo e inadeguato di fronte alla moglie e allo zio danzatore, frustrato nella consapevolezza della sua sterilità. E tuttavia così umano e generoso e “amante” nella sua fallibilità. Al paragone appare scialbo lo straniero Chris che aveva anche un altro motivo per venire a conoscere Koman, e leggermente irritante l’irrequieta Radha che ha qualcosa di Emma Bovary e qualcosa di Candida e qualcosa della Nora di Ibsen.

Di Emilia Pagliano

Già pubblicato su Stilos, il quindicinale dei libri

Padrona e amante di Anita Nair
Titolo originale: Mistress
Traduzione di Francesca Diano
336 pag., Euro 18,00 - Neri Pozza (Le tavole d'oro)
ISBN: 88-545-0050-X

le prime pagine
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Prologo

DUNQUE, DA DOVE DEVO INIZIARE?
Dal volto. Sì, iniziarne dal volto, che indica il mutare del cuore. È grazie al volto che decodifichiamo i pensieri, traducendoli in una lingua priva di suoni. Sei perplesso? Ti chiederai come possa esistere una lingua priva di suoni. Non negare. Te la leggo negli occhi questa domanda.
Mi rendo certo conto che conosci molto poco del mondo in cui sto per condurti. Capisco che tu sia preoccupato che tutto questo possa andare oltre la tua comprensione. Ma voglio che tu sappia che fallirei nel mio scopo se non ti trasmettessi almeno una stilla dell'amore che nutro per la mia arte. Quando avrò finito, sono convinto che proverai i miei stessi sentimenti. O almeno, quasi.
Fidati di me. È tutto quello che ti chiedo. Fidati e ascolta. E fidati della tua intelligenza. Non lasciare che siano altri a decidere per te quello che è o non è alla portata della tua comprensione. Sei in grado di assimilare questo e molto di più. Te lo assicuro.
Guardami. Guarda la mia faccia. La faccia nuda, quando è priva di colori e trucco, di lustrini e ornamenti. Che cos'abbiamo qui? La fronte, le sopracciglia, le narici, la bocca, il mento e trentadue muscoli facciali. Sono questi i nostri strumenti ed è con questi che creeremo quella lingua senza parole. I navarasa: amore, scherno, dolore, ira, coraggio, paura, disgusto, meraviglia, pace.
Nella danza, come nella vita, non ci servono più di nove modi di esprimerci. Li puoi definire i nove volti del cuore.
Col tempo, ciascuno l'avrebbe ricordato in modo differente. Ma, per il resto della loro vita, mai sarebbe svanito; il ricordo di quell'istante di grazia. Di luce che scivolava lungo la scala di alluminio, proiettando come ombra un alone bianco; di una brezza che s'era rinfrescata sopra le pozze d'acqua disseminate lungo il letto del fiume. Di Chris in attesa, un'isola di immobilità su quel binario così affollato.
Stava immobile, incurante degli sguardi curiosi dei ragazzini che gli si erano fatti intorno con gli occhi famelici e le mani tese, dei venditori che lo incitavano a comprare la loro mercé. Ignaro del fatto che il suo bagaglio stesse bloccando l'accesso alle scale, strappando mormoni e borbottii alla gente che inciampava nelle sue valigie.
Chris si guardò intorno, mentre spirali di luce rimanevano impigliate nei suoi capelli; il peso di quella che pareva una gigantesca custodia di violino gli piegava il corpo da una parte. Quasi a compensazione, la bocca era tirata a formare una linea storta, dubbiosa.
Rimasero lì per un istante, a osservarlo. Poi lui alzò lo sguardo e li vide fermi in cima alle scale. Un vecchio, una giovane donna e un uomo non giovanissimo. Esitanti, incerti, eclissavano il fascio di luce e rallentavano la fiumana dei passi.
La linea della bocca si addolcì in una curva, un gesto in cui la contentezza era così trasparente e così scevra della consapevolezza di quanto sarebbe accaduto in seguito, che ciascuno ebbe la sensazione che un'ala di farfalla, vellutata ed eterea, avesse sfiorato loro l'anima. Una carezza breve e incantatrice: subito, come fu svanita, ne sentirono la nostalgia.
Tale fu la grazia di quell'istante.
Poi, come volesse accampare un primo diritto, la giovane donna si fece avanti. «Salve, lei deve essere Christopher Stewart», disse. «Io sono Radha. Benvenuto».
Aveva teso la mano verso di lui proprio mentre Chris univa le sue nel riamaste, come la sua guida suggeriva di fare quando si saluta una donna in India.
Radha lasciò cadere la mano, come le fosse stato mosso un rimprovero. Lui le tese la sua, come a chiedere scusa. Con quell'annaspare di gesti, modi e tentativi maldestri, Chris si installò in una nuova terra.
«Salve, io sono Chris. Piacere di conoscerla, Radha». Pronunciò il suo nome attardandosi sulle sillabe, affidandole alla memoria, assaporando ogni gruppo di suoni.
Radha rabbrividì. Radha era un soffio lieve alla base della spina dorsale. Per rompere l'incantesimo, si volse verso l'uomo non giovanissimo. «Questo è Shyam», disse.
Lui sorrise e gli tese la mano.
«Scem», quasi guai Chris, con la sensazione di aver infilato le dita in un mangano. Ma che razza di nome era quello? O, per meglio dire, che tipo di animale era quello? si chiese districando le dita dalla stretta. Nascose le mani dietro la schiena e prese ad aprire e chiudere lentamente le dita intorpidite.
Ignorando il disagio di Chris, l'uomo protestò: «Scemo, non sono uno scemo. E S-h-y-a-m».
Ma Chris si era già diretto verso il vecchio. «E lei, signore», disse lentamente. Gli era stato detto che l'anziano parlava un po' d'inglese. «Lei deve essere Mr. Koman».
L'anziano fece un cenno con la testa. Chris sorrise, incerto. Nei pochi giorni che era stato in India, aveva già avuto a che fare con quel modo di annuire e non riusciva ancora a decifrare se significasse un sì o un no.
Radha si avvicinò al vecchio. «Zio», disse, «questo è Christopher Stewart».
Chris disse lentamente, non del tutto certo di quanto l'uomo lo comprendesse: «II suo amico, Philip Read, mi ha parlato molto di lei. Sono onorato che abbia accettato di incontrarmi».
Il vecchio gli prese le mani tra le sue e sorrise. Il calore del suo sguardo intenso gli si insinuò dentro. Chris esaminò furtivamente il volto del vecchio, alla ricerca di qualche tratto o curva familiare. Vide delle zampe di gallina che increspavano gli occhi sotto le sopracciglia cespugliose. Osservò che gli zigomi alti distendevano la pelle dell'anziano, conferendogli un aspetto quasi giovanile e poi vide la fossetta sul mento e sentì una vampa di luce. Fissò intento le loro mani intrecciate.
Ciao, disse fra sé. Ciao, vecchio al di là del mare. Ciao, padre... forse. Ciao, ciao, ciao...

© 2006, Neri Pozza Editore

L’autrice
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Anita Nair vive a Bangalore, in India. Ha pubblicato Il satiro della sotterranea. Racconti urbani e gotici, Un uomo migliore, Cuccette per signora.




24 marzo 2006