Aldo Carboni
Il talento e la passione. Ritratti italiani

“L'Italia per me è stata una trappola meravigliosa: sono arrivato che ero ragazzo, pensavo di fermarmi poco: sono passati 26 anni e sono felice di essere ancora qui. “ (Ferzan Ozpetek)

Aldo Carboni, vicedirettore del Sole 24 Ore, ha raccolto in un volume edito da Laterza, i ritratti che hanno popolato la sua rubrica domenicale Italiani. Il talento e la passione, questo il titolo del libro, ci propone quindi una galleria di 76 italiani, che la penna di Carboni ha saputo raccontare.

La Prefazione iniziale firmata da Salvatore Settis, ci mette a conoscenza del metodo di lavoro di Carboni: un lungo dialogo, di pomeriggio, senza registrazione, pochi appunti. Poi subentra il momento della scrittura. Il dialogo a due voci si trasforma in un ritratto, anzi come ben scrive Settis in un “autoritratto”, in una “confessione”. Quelle che leggiamo sembrano quasi pagine di diario.

Ecco questo libro mi appare come un grande “condominio”. Aldo Carboni è un buon portiere, di quelli che non ne esistono più, che raccoglie le confidenze dei tanti inquilini e ce le regala. Così nomi noti, star dello spettacolo ci sembrano più umani, più vicini. Li incontriamo per le scale e ci raccontano un po’ di loro. Zucchero faceva il chierichetto per poter avere in cambio la possibilità di suonare l’organo della chiesa; Neri Marcorè, diploma in interprete parlamentare, inizia con un concorso per imitatori di Rai 2, Ettore Mo da ragazzo voleva diventare un cantante d’opera, Gianna Nannini da giovane imparò a confezionare i “ricciarelli” nell’azienda dolciaria di famiglia. E poi ancora Piergiorgio Odifreddi venne accusato in Russia di essere una spia al soldo degli Americani, Fulvio Pierangelini faceva l’istruttore di vela, Gillo Pontecorvo sognava di diventare un campione di tennis…

Gli italiani di Carbone hanno orgoglio del proprio lavoro. E amore e riconoscenza verso quello che fanno. Per questo ricordano sempre da dove vengono. La fatica e il loro percorso: il talento è innato ma deve anche essere coltivato. Alcuni hanno inseguito le loro passioni al di fuori dei confini nazionali, “esportando” in qualche modo il loro ingegno. Altri hanno trovato in Italia un paese dove realizzare i propri sogni. Ma come sta l’Italia? Cosa manca e che cosa si può ancora fare per migliorare le cose? Tra le righe di queste fotografie molte suggestioni e stimoli per il futuro.

Di Francesco Marchetti

Il talento e la passione. Ritratti italiani di Aldo Carboni
XV-263 pag., Euro 15,00 - Laterza (I Robinson. Letture)
ISBN: 88-420-7853-0

Un ritratto

MARIANGELA MELATO

«No, non sono di quelle che fin da bambine sanno che da grande faranno l'attrice. Non avevo una vocazione precisa, mi attiravano cose diverse, inseguivo molte suggestioni; non sapevo quel che avrei fatto: ma sapevo bene, molto bene, ciò che non mi piaceva e che perciò non avrei fatto mai». Sorride, Mariangela Melato, sorride e scuote un poco la testa: e la severità verso se stessa, ma non seriosa, allegra piuttosto, che appare subito uno stile, una cifra personale, è per un attimo meno severa. Forse le passano davanti quelle giovanili perplessità, magari le visse con angoscia; il tempo le colora di toni sfumati, indulgenti. Il successo aiuta; sono molti, infatti, a considerare la Melato l'attrice migliore del nostro teatro. Milanese di nascita, quando non è in giro per recite vive a Roma, dalle parti di Piazza Navona; e allora può dare alle sue giornate il ritmo che preferisce, alzarsi presto la mattina, dormire presto la sera, «il buio mi mette di malumore, detesto il tirar tardi di notte: capisco che è un po' buffo, per una che di mestiere fa l'attrice in teatro».
«Ho cominciato per caso. A sedici anni sapevo che non avrei lavorato in banca o fatto, che so, l'ingegnere; mi attirava invece la prospettiva di inventarmi qualcosa, di cavare da me stessa un versante di originalità, ballo, pittura. Ero molto timida, e la tecnica del recitare mi sembrò un modo per vincere questo che consideravo un difetto. Non ero mai entrata prima in un teatro. Mia madre, una donna bellissima, capelli neri, grandi occhi, era la copia di un'attrice americana allora famosa, Loretta Young: aveva avuto delle proposte, ma la sua famiglia non l'aveva la sciata andare, faceva la sarta. Mio padre, vigile urbano, un uomo sensibile, pieno di pudori, pensava che avessi scelto una strada sbagliata, aveva paura per me».
«Io, non ho avuto mai ripensamenti: una volta scelto il palcoscenico, mi sono impegnata con ogni energia, con concentrazione, al 100 per cento. Capita a volte di incontrare persone che frequentavo allora, amici: "Ti amavo, non ho avuto l'animo di dirtelo, eri così presa dal lavoro, si capiva che non avresti dato ascolto", mi ha confessato qualcuno ridendo. "Perché non l'hai fatto, magari la vita avrebbe preso un corso diverso" replico, anche per stare al gioco. Ma so che non è vero, avevo la mia rotta, non avrei deviato. Quando me ne sono andata di casa, i miei hanno pensato che fosse un azzardo, per loro ero troppo fragile, un vaso di vetro in un ambiente di ferro. Alle prime difficoltà, hanno provato - soprattutto mia madre - a farmi tornare indietro. Ero venuta a vivere a Roma, avevo recitato con Visconti, Ronconi, pensavo che le proposte di lavoro non mi sarebbero mancate».
«Non avevo soldi, dal verduraio mi ero fatta regalare una scatola di legno, l'avevo messa accanto al letto e sopra c'era appoggiato il telefono: per un anno, nessuno mi ha chiamato, nessuno mi ha offerto niente. Per chi fa l'attore, la fine della scrittura è un incubo, dopo c'è un buco e un punto interrogativo, conta solo l'ultima provasse ha funzionato oppure no. Ogni volta, per me, è come fosse la prima. Ho paura, la timidezza è stata una gran molla, le emozioni si affollano, cozzano tra di loro, devi dargli un ordine, una forma, e il sentimento del pudore diventa un aiuto a stare compatti, all'osso delle cose. Ogni volta, assisto a fatti chimici che riguardano il mio corpo e non posso farci niente: mi si abbassa la temperatura, divento fredda fredda, sento i brividi. Poi esco al proscenio, raccolgo le forze, mi butto, atterro sulle prime parole, le prime frasi: il momento bello è nel salto».

© 2006, Laterza


L’autore

Aldo Carbone è vicedirettore del Sole 24 Ore. Ha lavorato a “La Voce Repubblicana”, “Giorno”, e “Mondo”. Vive a Roma.


24 marzo 2006