Kjell Ola Dahl
Un piccolo anello d'oro

“Con pazienza lasciò vagare lo sguardo al di là della finestra, c’era ben poco su cui potersi soffermare, a parte l’edificio giallo dell’internato. Il posto sembrava senza vita. Non si riusciva a scorgere nessuna traccia visibile di attività.”

Oslo. Giugno 1999. Katrine Bratterud viene strangolata in un campo e gettata nuda in un fosso. Era giovane e bella, intelligente e brillante. Capelli biondi, ciglia brune, occhi blu, un rigoglioso fiore tatuato sulla pancia, stava per terminare con successo i tre anni del trattamento disintossicante volontario (padre sconosciuto, madre uccisa nel 1997, un passato di droga e prostituzione), aveva appena terminato gli studi superiori con il massimo dei voti, frequentava un prestante fidanzato senza passione, lavoricchiava (in un’agenzia di viaggi), sognava. Indagano (sulla comunità di recupero) l’ispettore capo Gunnarstranda, vedono di Edel morta di cancro, gran fumatore con tosse, piccolo e magro, mascella da scimmia e l’imponente assistente grasso Frank Frolich, solitario, non sposato, legato alla graziosa Eva-Britt (forse conviveranno). L’assassino non ha finito, occorre andare indietro nel tempo. Né nuova né irresistibile la nuova coppia del poliziesco scandinavo inventata dal quarantottenne psicologo e giurista ex insegnante norvegese Kjell Ola Dahl qui all’esordio italiano, in terza per lo più sui poliziotti.
Come noto, il cibo è scadente. Migliore la colonna sonora con Cohen e Waits. Segnalo che si mente come un candidato sindaco a pag. 224. Aspettiamo svedesi.

Di Valerio Calzolaio

Un piccolo anello d'oro di Kjell Ola Dahl
Titolo originale: En liten gyllen ring
Traduzione di Giovanna Paterniti
361 pag., Euro 17,50 - Marsilio (Farfalle)
ISBN: 88-317-8876-0

Le prime righe

Il cliente

Quello era un cliente particolare, lo aveva capito subito, anche se lui non aveva fatto niente per farsi notare - vale a dire: Elise si era accorta che era entrato qualcuno, ma dal momento che questo qualcuno era rimasto in piedi davanti allo scaffale dei cataloghi per le vacanze anziché andare direttamente al banco, lei aveva continuato con quello che stava facendo senza alzare lo sguardo. Sedeva con gli occhi incollati allo schermo del computer tentando di chiudere un viaggio a Copenaghen per una famiglia di tre persone: la signora con cui era al telefono non riusciva a decidere se prendere un volo andata e ritorno o se fare la traversata via nave stipando l'auto sulla Stena Saga in modo da avere a disposizione la macchina una volta arrivati sul posto.
Elise lanciò una rapida occhiata a Katrine e registrò che anche lei era occupata. La cuffia del telefono munita di microfono teneva composti gli indomabili capelli biondi di Katrine, solo una ciocca chiara le scendeva davanti al bel dorso del naso. Katrine era concentrata sulle immagini dello schermo: aveva quella caratteristica ruga che le compariva sulla fronte ogni volta che si concentrava, il suo sguardo si spostava dalla tastiera allo schermo, le lunghe ciglia brune si alzavano e si abbassavano lentamente, come un bel ventaglio, pensò Elise e rimase seduta a studiare quel volto chino sulla tastiera, il profilo di Katrine, il naso leggermente marcato sopra la bocca dipinta di rosso il cui caratteristico labbro superiore faceva effetto sugli uomini, perché era un po' rigonfio da una parte.
A volte Elise sentiva che avrebbe potuto essere sua madre. Katrine le ricordava la maggiore delle sue figlie, anche se era più spontanea e rideva più facilmente e più spesso. E comunque a volte Elise si sentiva come se quella seduta lì fosse sua figlia; probabilmente Katrine se n'era accorta, ed era anche un po' irritata da tutte queste premure non necessarie.
Quando il cliente poco dopo si avvicinò al banco, Elise riagganciò il telefono, alzò gli occhi e si preparò a servirlo. Ma dal momento che l'uomo la ignorò e si avvicinò invece a Katrine, Elise si chinò di nuovo su quel che stava facendo. Registrò appena il fatto che Katrine avesse sollevato gentilmente lo sguardo verso il cliente pronunciando automaticamente un «come posso aiutarla» molto prima di aver distolto l'attenzione dallo schermo del computer. Elise fece in tempo a pensare che avrebbe dovuto discutere con lei proprio di quella cattiva abitudine. Formulò il rimprovero nella sua testa: Non dire «come posso aiutarla» prima di avere un contatto visivo con il cliente. Il cliente si sente sempre molto importante. Il cliente si considera il centro dell'uniyerso. Se l'attenzione non è fecalizzata su di lui, il cliente si irrita. E una reazione assolutamente naturale.
Con la coda dell'occhio Elise percepì che Katrine si toglieva la cuffia del telefono e diceva qualcosa che lei non riuscì a capire. Ma quello che accadde dopo le rimase davvero impresso nella mente. Il cliente, un uomo piuttosto alto, era ben dotato di quelli che Elise amava definire volgari segnali totemici. Indossava un gilet di pelle nero sopra il torso nudo e abbronzato. I jeans erano sdruciti e con dei buchi sulle ginocchia. Anche se dimostrava più di quarantenni, teneva i lunghi capelli brizzolati raccolti in una coda di cattivo gusto; a un orecchio portava un orecchino d'oro a forma di anello di dimensioni eccessive e, quando afferrò Katrine, Elise si accorse di un'enorme cicatrice sull'avambraccio. In poche parole, quest'uomo era un bullo vero e proprio.

© 2006, Marsilio Editori


L’autore

Kjell Ola Dahl (1958), psicologo e giurista, ex-insegnante, vive in una fattoria ad Askim, nei pressi di Oslo. In Norvegia è considerato dalla critica il migliore scrittore di gialli letterari di tutti i tempi. Ha conosciuto il successo internazionale con la serie di Gunnarstranda e Frølich, di cui Un piccolo anello d'oro, premiato con il Riverton Prize, fa parte.


24 marzo 2006