Marco Santagata
L’amore in sé

“Fabio custodiva gelosamente il segreto del suo amore per Bubi – perché il suo, ne era più che sicuro, era proprio amore.”

Il titolo (e pure l’argomento) dell’ultimo romanzo di Marco Santagata, L’amore in sé, mi ricorda il noumeno di Kant ossia la cosa in sé (das Ding an sich), ipotizzabile a livello razionale ma non mediante l’esperienza. L’infatuazione/passione del protagonista – da ragazzo – per la coetanea Bubi, descritta dall’io narrante adulto attraverso una serie di flash-back, infatti, ha a che fare più con la mente e l’immaginario che con il corpo; più con il vagheggiamento che con la sessualità. Ma soprattutto non si realizza, rimanendo a livello fantasmatico o, meglio, finendo bruscamente interrotta giusto sul nascere, cioè prima ancora di concretizzarsi fisicamente.
Nel libro l’occasione narrativa è un lapsus freudiano. Parlando di ben altro amore (parimenti idealizzato, tuttavia), ovvero di quello tra il Petrarca e Laura, il saccente filologo Cantoni - soprannominato Bisturi da colleghi e studenti per l’algidità e la “precisione con la quale notomizzava i testi dei poeti antichi” - se ne esce con un’espressione incongrua, citando durante un seminario un nome inedito: Bubi in luogo di Laura. Gli astanti non ne rimarranno granché turbati, ma lui sì, giacché quell’appellativo innesca il riaccendersi nella sua memoria di tutta una serie di ricordi sfuggiti alla rimozione, i quali gli rammentano il lutto non ancora elaborato rispetto alla fine d’un amore adolescenziale e forniscono il destro a Santagata per narrarci la cotta del giovane Cantoni nei confronti dell’altera Roberta (Bubi), alternandola/contrapponendola all’oggi del professore sessantenne ed alla sua lezione sul sonetto petrarchesco La vita fugge.
Parallelismi non peregrini, se è vero che il vecchio e depresso Petrarca della poesia in questione, stanco della vita ma ancora segnato nell’animo dalla memoria dell’antico amore per Laura, ricorda alquanto da vicino il disincantato e deluso docente, e se la prima comparsa di Bubi - sullo sfondo di un corridoio ginnasiale - nella descrizione che ne fa l’anziano io narrante sembra giusto quella di una donna angelicata dello Stilnovo. Si avvicendano dunque i capitoli dedicati al Cantoni puer ed a quello senex, come ai versi del Petrarca chiosati dall’anziano si giustappongono quelli assai meno aulici delle canzonette degli anni Sessanta, gettonate dal giovane che ovviamente prediligeva il Peppino di Capri di Roberta, ascoltami. E non solo è mirabile in questo romanzo la abilità/felicità narrativa di Santagata - la cui scrittura dal taglio tradizionale e letterario è sempre attenta insieme a vicenda e contesto, a forma e contenuto, a dettaglio ed equilibrio architettonico della struttura testuale - ma in primo luogo la misura e precisione di un periodare sciolto e colto al contempo, vivacizzata dall’alternarsi di narrazione e metanarrazione meditativo-riflessiva, tra cui si inserisce il terzo non certo escluso di una vicenda non del tutto altra bensì laterale, ossia la storia del rapporto tra il pedagogico e il filiale che vede attori un Cantoni di mezza età e un suo discepolo stimatissimo, finito male per una delusione non già amorosa ma legata ad un mancato riconoscimento accademico.
Ma è destino che, qui almeno, emozioni e filologia non vadano troppo d’accordo. L’allievo più caro al professore si ucciderà, forse geloso del maestro, e Bubi lascerà all’improvviso il ragazzo Cantoni - illuso di essere stato finalmente ricambiato sentimentalmente - causa un trauma (di cui nulla dirò per non sciupare il finale del libro a chi lo vorrà leggere) o forse solo causa un’irriducibile differenza di maturazione affettiva e nel modo di porsi nei confronti della vita e dell’amore. Quindi i ricordi dolceamari finiscono, assieme alla lezione eccentrica ma brillante, e noi lettori - quasi scordandoci, grazie alla coinvolgente vis fabulatoria di Santagata, che si tratta di una fiction - ci auguriamo il nostro professore abbia davvero elaborato una volta per tutte il lutto per la fine dell’amore e dell’adolescenza perduta, vista la chiusa del romanzo così pacata e conciliata.

Di Francesco Roat

L’amore in sé di Marco Santagata
174 pag., Euro 13,00 – Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-863-1

Le prime righe

La vita fugge, e non s’arresta un’ora,
e la morte
Uno schiaffo di luce lo colpisce sul viso e lo costringe a chiudere gli occhi. Un attimo di incertezza, niente più di un trasalimento, e poi prosegue. Lo conosce a memoria questo sonetto, non ha bisogno di leggere.
vien dietro a gran giornate,
Sente la sua voce echeggiare nello stanzone. Gli sembra ferma, sicura. Non lascia trapelare il malessere provocato dall’improvviso accecamento.
e le cose presenti e passate
Il crampo allo stomaco non è ancora ansia, è solo paura che sopraggiunga. Le palpebre chiuse lo hanno ricacciato nella penosa situazione di due ore prima. Colpa del barbaglio rossastro in cui si ritrova immerso. Ha la stessa grana, la stessa consistenza della cortina fluorescente che stamane lo separava dal mondo. Era di una tonalità più chiara, quella, tra il bianco e il giallognolo, ma i cerchietti di colore indefinibile che si accendevano e si spegnevano in uno strano liquido gassoso erano del tutto identici ai cerchietti che adesso galleggiano nell’intercapedine luminosa formatasi tra i bulbi e le palpebre.
© 2006, Ugo Guanda Editore


L’autore

Marco Santagata è nato a Zocca, in provincia di Modena: studioso di letteratura italiana, insegna all’Università di Pisa. Ha pubblicato i romanzi: Papà non era comunista (Premio Bellonci per l’Inedito 1996), Il copista e Il Maestro dei santi pallidi (Premio campiello 2003).


17 marzo 2006