César Aira
Il mago

Una città doveva essere reale! Non c’era bisogno che fosse New York o Parigi: per quanto piccola potesse essere, una città conteneva tante storie, e le storie si collegavano tra loro in tanti modi, tramite tanti bordi o fili sciolti, che per forza il loro insieme doveva andare oltre le elucubrazioni di un uomo, anche se fosse stato “il miglior mago del mondo”.

Hans Chan è un mago argentino- un mago, non un illusionista, e c’è differenza. Gli illusionisti hanno certamente una straordinaria abilità manuale che gli permette di operare magie illusorie, dopo aver elaborato una serie di strategie o, in parole povere, trucchi. L’abilità sta nel destare stupore, arrestare l’incredulità con il sensazionale, lasciare il pubblico con la domanda, ‘ma come ha fatto?’. Niente di tutto questo per Hans Chan, proprio il contrario: lui è un’anima pura che è il primo a non capire come funzionino i trucchi del mestiere. A lui basta pensare ad una cosa e la cosa si realizza. Il pubblico vuole vedere un elefante? A lui basta pensarlo, e l’elefante è lì. Il coniglio che salta fuori dal cappello? Che banalità, un gioco da bambini.
In un tempo imprecisato Hans Chan arriva a Panama per un congresso di illusionisti, deve preparare un numero e si dibatte nell’incertezza: quando si hanno tutte le possibilità, la scelta diventa un’agonia. Qualcosa di inusuale, qualcosa di spettacolare ma non troppo. E a questo punto il breve romanzo dello scrittore argentino César Aira prende il volo con il mago, diventa un fantastico gioco di illusioni in cui è impossibile distinguere quello che è reale e quello che è immaginazione diventata realtà. Tant’è vero che Hans Chan si accorge di indossare sempre il suo vestito da mago con la tuba, anche se è certo di essersi cambiato per girare per la città. Glielo fa osservare il giovane accompagnatore che si mette a sua disposizione nel giro turistico e che dichiara di essere sempre stato un suo grande ammiratore: ma esiste veramente questo ragazzo? O è la mente creativa- nel senso che crea quello che pensa- del mago a farlo esistere? E i palazzi dalle splendide architetture di vetro sono veri? Hans Chan si mette di continuo alla prova, come quando visita lo zoo: non può avere creato con la forza dell’immaginazione qualcosa di cui non sa niente. E il congresso stesso- c’è veramente? Perché nell’albergo nessuno ne sa niente? Perché Hans non riesce a trovare un programma? Ovvero, con le sue capacità, potrebbe farselo apparire nelle mani in un batter d’occhio, ma se poi gli organizzatori alterassero qualcosa?
C’è una frase che l’accompagnatore dice al mago per esprimere la sensazione che ha provato quando lo ha visto: il mago gli era apparso come “ritagliato dal mondo, una figura dell’arte e della fantasia sullo sfondo prosaico del mondo”. Ed ecco che il mago incontra degli editori e gli si apre un nuovo mondo di possibilità: non è forse la letteratura l’arte illusionista per eccellenza? Quella capace di creare con la parola immagini e personaggi che non esistono? E Hans Chan non sarebbe neppure trattenuto dal timore che una sua creazione possa alterare in maniera drammatica l’ordine dell’universo.
E lo scrittore César Aira stesso diventa un illusionista della parola in questo arioso e magico romanzo breve che riflette in maniera giocosa sull’essenza della realtà e sulla capacità del pensiero di creare un’altra realtà che non si esprima nella fisicità, allettante e incantata come una fata Morgana.

Di Marilia Piccone

Il mago di César Aira
Titolo originale: El mago
Traduzione di Michela Finassi Parolo,
pag. 140, Euro 9,00 – Edizioni Feltrinelli
ISBN 88-07-01697-4

Le prime righe

Nel marzo di quest’anno il mago argentino Hans Chans (il suo vero nome era Pedro María Gregorini) partecipò a una convention di illusionisti a Panama; l’evento, così come veniva descritto nell’invito e nel dépliant promozionale, era un raduno locale di professionisti prestigiosi, in preparazione al grande congresso mondiale dell’anno successivo, che si teneva ogni dieci anni e che stavolta si sarebbe svolto a Hong Kong. Il precedente era stato a Chicago ma lui non vi aveva partecipato. Ora si proponeva non soltanto di parteciparvi ma di presentarsi una volta per tutte come Il Miglior Mago del Mondo. Non era un’idea assurda né megalomane; aveva un fondamento tanto ragionevole quanto curioso: Hans Chans era un mago vero. Neanche lui sapeva come né perché, però lo era. Poteva annullare a suo piacere le leggi del mondo fisico e far apparire oggetti, animali o persone, compreso se stesso, e farli sparire, spostarli, trasformarli, moltiplicarli, farli galleggiare nell’aria, in una parola faceva fare loro quello che voleva. Evidentemente un dono rarissimo, forse unico. Quello che i suoi colleghi riuscivano a fare dopo lunghi preparativi, con macchinari complessi e inganni ben studiati alla percezione del pubblico, lui poteva farlo senza trucchi, senza fatica, con perfetta spontaneità.
Non era dunque tanto assurda la sua intenzione di farsi riconoscere come il migliore. Viste le sue doti, era strano che non ci fosse ancora riuscito. Nemmeno lui riusciva a capirlo. Per vent’anni aveva avuto una carriera normale e un discreto successo, ma era rimasto uno dei tanti. E forse andava bene così: all’inizio doveva essere uno dei tanti, per poter scalare le posizioni e diventare il numero uno. La possibilità che il suo dono venisse alla luce gli creava panico, perché in tal caso sarebbe diventato un fenomeno e chissà in quale incubo si sarebbe tramutata la sua vita. Dopotutto, quando ci pensava a freddo, era convinto di aver gestito la situazione nel modo più sensato. Tutti sognano di avere dei “poteri”, ma nessuno pensa seriamente a cosa farne nella pratica. Aveva scelto la strategia di dissimularsi fra coloro che meglio imitavano il possesso di tali poteri – vale a dire illusionisti e prestigiatori –, e poiché lui li possedeva davvero, li aveva usati per guadagnarsi da vivere nel modo più semplice. Gli bastava compiere i gesti per ottenere i risultati. Ma non era stato facile. Infatti la professione di mago, al di là di quello che si faceva sul palcoscenico, comportava la seccatura dei teatri, i contratti, il botteghino, le tournée. Senza volerlo, e soltanto per aver scelto l’attività da cui poteva trarre profitto più agevolmente grazie al proprio dono, era diventato uno dei tanti maghi di professione. A volte si domandava se non ci fosse un modo più facile: per esempio, far comparire del denaro nella propria mano, cosa che poteva fare perfettamente. Ma le banconote sono numerate, e non sapeva se questo gli avrebbe creato dei problemi. O far comparire cose come vestiti, cibi, manufatti... Lo aveva fatto, e lo faceva di tanto in tanto, da solo, ma era sempre problematico: il cibo era migliore al ristorante, oppure se preparato da una cuoca, e con gli oggetti si sentiva a disagio (in genere li faceva sparire nel giro di poco tempo), perché non aveva gli scontrini d’acquisto e non era in grado di giustificarne il possesso. Quanto a possedimenti veri e propri, produttivi, come campi, case o fabbriche, erano esclusi perché avrebbero occupato uno spazio che aveva già un padrone, senza contare che gli sarebbe stato impossibile spiegare come fossero arrivati nelle sue mani. Rimaneva il vecchio trucco, usato e abusato nell’immaginario collettivo: “produrre” oro. Ci provò, ma non funzionava: doveva andarlo a vendere, firmare documenti, e se voleva farne uno stile di vita sarebbe diventato pericoloso. Lo stesso per il casinò. Era in grado di far uscire alla roulette il numero che voleva, ma un paio di esperimenti lo convinse che non avrebbe sopportato la tensione nervosa di una vita del genere, che fra l’altro l’avrebbe costretto, paranoico e preoccupato, a viaggiare da un casinò all’altro per non attirare l’attenzione. Quanto a vincere un grosso premio alla lotteria, non osò mai farlo, per non doversi esporre in pubblico.
Ma sicuramente c’erano altri modi, o una prudente combinazione di tutti quanti. Presentavano inconvenienti, ma anche fare il mago ne aveva. Inoltre, poteva usare gli stessi poteri per annullare qualsiasi problema che potesse sorgere. Eppure non aveva ancora trovato la formula. Insomma, si sentiva uno stupido, un fallito, proprio lui, la persona che forse aveva meno motivi al mondo per non essere ricco e felice, subito e per sempre. Cionono-stante, giusta o sbagliata che fosse, la strada che aveva scelto funzionava. Viveva bene, aveva un bell’appartamento a Buenos Aires, una famiglia, ed era un prestigioso professionista del varietà. Ma per mettere a tacere il rimorso di non aver saputo fare l’uso migliore (e se non il migliore in assoluto, migliore di quello che ne aveva fatto) di un dono unico al mondo, e anche per motivi di ordine materiale, come vivere in una casa più grande e soddisfare le richieste crescenti della moglie e dei figli ormai adolescenti, aveva deciso di compiere un serio sforzo per progredire come mago, diventare una star e guadagnare milioni con i suoi spettacoli.

© 2006, Feltrinelli


L’autore

César Aira è nato nel 1949 a Coronel Pringles (Argentina) e vive a Buenos Aires. Ha pubblicato più di quaranta romanzi oltre a molti racconti, testi teatrali, saggi e traduzioni. È sicuramente uno dei più importanti e discussi autori della narrativa contemporanea latinoamericana. Carlos Fuentes, in uno dei suoi ultimi libri, ha profetizzato che Aira sarà il primo argentino a vincere il premio Nobel.


17 marzo 2006