La biografia


Roberto Galaverni e Massimo Raffaeli
Il canto magnanimo
A colloquio con Umberto Piersanti

“Una mattina di novembre dell’altr’anno si andava in macchina da Urbino verso Urbania per un convegno dedicato a Paolo Volponi. Parlando, mentre l’autosterzava sui tornanti, dentro il verde già screziato dei gialli e dei rossi autunnali, ci è venuta come in simultanea l’idea che se la città di Urbino è appannaggio dell’opera del grande romanziere, le terre circostanti, a partire dall’altopiano delle Cesane, lo sono invece e innanzitutto dei versi di Umberto Piersanti.”

Beati i poeti, quando trovano un critico capace di dare ascolto alla lettera del testo al di là di ideologismi preconcetti, di operare una sintesi del loro lavoro trovando le formule giuste, non prevaricanti, e capace perciò di orientare i lettori di poesia, oggi sempre più dispersi e inquieti, spesso smarriti, quando non traditi da una critica che si limita da troppi anni ad onorare l’esistente, ovvero i poeti sostenuti da una potente attività editoriale e autopromozionale. Due volte poi beato Umberto Piersanti, l’autore dei Luoghi persi (Einaudi 1994) e di Nel tempo che precede (Einaudi 2002), per aver trovato non uno ma due critici di qualità vera, giovani per giunta, benché da tempo noti per il loro lavoro di ricerca, come Roberto Galaverni e Massimo Raffaeli, ai quali si deve l’idea di questo splendido «colloquio» a tre voci intitolato (e titolo migliore – leopardiano nella sostanza – non si poteva trovare) Il canto magnanimo. Che si raccomanda ai lettori come uno dei libri più significativi di questi ultimi anni non soltanto per l’obiettivo dichiarato, ovvero illuminare fin dalle sue origini (il faut commencer par le commencement, osserva giustamente Raffaeli) l’opera – non solo poetica – di Umberto Piersanti (declinata nei suoi temi fondamentali: natura, amore, memoria), ma anche perché, finalmente, qui si torna a parlare di poesia – dopo decenni di ubriacature ideologiche, semiotiche, sociologiche – nella sua autentica dimensione di totalità e di verità.
Certo non si potrebbe dare lo stesso risultato se il poeta non fosse Piersanti; ma forse il problema della poesia contemporanea (e anche dei suoi scarsi lettori) risiede proprio nel fatto che si è andato costituendo negli ultimi cinquant’anni una sorta di canone fatto al novanta per cento di poeti minimalistici, informali, sperimentali, illeggibili per lo più, che hanno programmaticamente negato la bellezza e lo splendore della scrittura, l’intensità del verso, la sua immaginosa memorabilità. Che felicità, dunque, scoprire, attraverso l’intelligenza lucida e affettuosa di Raffaeli e Galaverni, ma anche attraverso la sensuosa trama affabulatoria di Piersanti, quelli che dovrebbero essere i princìpi fondanti di ogni scrittura poetica: la potenza immaginativa (senza la quale ogni riflessione, anche la più profonda, risulterebbe inefficace); una studiata tessitura musicale, che in Piersanti si fa «gusto di un suono ricco e ampio» (cui dovrà corrispondere una retorica adeguata alla complessità – aspra e sensuale – delle immagini); una memoria metrica (qui, com’è del resto consono alla natura della nostra lirica, essenzialmente endecasillabica); un «profondo senso delle cose», che per Piersanti significa immersione nella selvosa – a volte spinosa – materia del mondo naturale: una natura reale, realissima (linguisticamente connotata secondo la grande lezione pascoliana) ma anche mitica e profonda (pur senza, e la distinzione proposta da Piersanti è rilevante e necessaria, divenire dannunzianamente immaginifica). Anche le citazioni dei classici italiani (e in particolare della meravigliosa Aminta del Tasso e degli immensi, civilissimi Canti leopardiani) suona come qualcosa di anomalo nel panorama italiano contemporaneo, se si pensa che molti dei poeti nati dopo la guerra si sono formati su testi tradotti (soprattutto russi e tedeschi), nella quasi totale dimenticanza dei grandi maestri della tradizione italiana (per non dire greco-latina); donde (azzardo, ma non troppo) le derive stilistiche di tanta poesia dai toni prosastici, dai versi ritmicamente zoppicanti, che sembra già traduzione fin nell’originale (e gli esiti, poi, si vedono).
Le pagine più felici, da leggere quasi come un romanzo, sono forse quelle in cui Piersanti parla delle sue origini, della campagna urbinate (le sue Cesane, luogo reale e fantastico insieme: ma la percezione magica del mondo non è anch’essa – come ci hanno spiegato i grandi etnografi del secolo scorso – realtà?), dei suoi anni universitari, e soprattutto delle sue letture formative: «la collana grigia della BUR»; il libro sui giardini di Rosario Assunto (ecco un grande maestro, uno dei pochi del secondo Novecento, di cui dovremmo tornare a parlare); i sontuosi spagnoli (alla cui lettura – come giustamente annota Galaverni – forse invitava la lunga presenza urbinate di Carlo Bo); Cesare Pavese («un mito totale» per la generazione di Piersanti, come d’altronde per quella appena successiva); la linea poetica che da Leopardi porta a Montale; le vaste letture dei classici greci e latini, a cominciare dal Virgilio più intimo, bucolico e georgico. Quel che il lettore avvertirà, immergendosi in questa lunga conversazione, sarà insomma che la visione poetica di Piersanti non nasce da operazioni intellettualistiche e sperimentali, dall’angoscia fredda di un secolo che ha voluto recidere ogni continuità con il passato (o magari, e in fondo è la stessa cosa, che ha trasformato il passato in materia divagante, in chiacchiera psicanalitica) ma da una percezione del mondo, da una vitalità rustica e terragna che si fanno lingua, parola, suoni, metafore, immagini, memoria. Poesia, insomma. Correda il volume un’appendice (curata da Franca Mancinelli) comprendente una ricca bibliografia, articolata in sezioni, in cui si dà conto sia delle pubblicazioni di Piersanti (compresi i testi sparsi non raccolti in volume) sia dei principali articoli e saggi sulla sua vasta opera (poetica, narrativa, cinematografica) apparsi tra il 1967 e il 2005.

Di Giancarlo Pontiggia

Il canto magnanimo (a colloquio con Umberto Piersanti) di Roberto Galaverni e Massimo Raffaeli
132 pag., 14,00 Euro - peQuod
ISBN 88-87418-91-8

le prime pagine
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TEMPI

Esiste una sostanziale componente anacronistica nella poesia di Piersanti, e credo che sia proprio questa a costituire la sua parte più originale e più viva. Che cosa, infatti, ha reso così singolare e per lunghi tratti così solitario il cammino di questa poesia e di questo poeta? «Ci sono poeti di tale forza innovatrice da cambiare quasi di colpo i codici costituiti; e ci sono poeti inamovibili dall'antichità, così fedeli alla tradizione da scenderne giù come le pecore dai tratturi», ha scritto una volta Cesare Garboli. Da dove viene, allora, la voce di questo contadino, di questo poeta che proprio nel pastore ha voluto dare la definizione più compiuta di se stesso? Da dove discendono, da quale fonte perenne o da quale antichissimo masso questa figura e questa voce attingono la loro forza?
Il pastore cammina solo solo, lungo uno dei suoi bianchi stradini di pietre e di ghiaia (reali? sognati? dove sbucheranno questi stradini, queste strane contrade d'Italia?), ha la terra sotto i piedi e l'orizzonte infinito del ciclo sopra il capo... Ed è a faccia a faccia con le cose, sempre; non può guardare dentro a se stesso che guardando al di fuori, perché le cose -quello che un tempo si diceva in senso pieno la natura - ci sono, lo chiamano, con la loro presenza lo intimoriscono eppure lo confortano... Piersanti sembrerebbe catafratto rispetto alle esperienze più innovative e, diciamo così, più avanzate della poesia degli ultimi decenni. E per certi versi è senz'altro vero: «oggi m'inquieta il tempo che m'attende / le sue opere e i giorni che non vissi / che non conosco e trovo per la strada / di questa età di mezzo già sgomenta / che senza consultarmi mutò il corso». La sua lingua, certo, è diversa, e più ancora la pronuncia poetica, il tono fermo e alto dell'elocuzione. Del resto Piersanti l'ha sempre detto: i classici latini, e più di tutti Virgilio, il Virgilio delle piccola patria agreste; e poi il Tasso madrigalesco e aminteo, il Leopardi dei piccoli e grandi idilli, Pascoli (tanto Pascoli, il poeta che meglio di ogni altro ha chiamato la natura coi nomi che le sono propri) e il D'Annunzio alcionio, anche Carducci, e poi qualche ermetico temperato, poi ancora Luzi, ma anche Volponi, Pavese, Neruda, gli spagnoli... sono questi i poeti che contano o che più hanno contato, per lui. Che contano, dico, come materia viva all'interno del suo cantiere di poeta.
Ma il motivo vero di questa differenza antica, che coincide poi con la prospettiva poetica di Piersanti complessivamente presa, è un altro, che definirei così: la percezione, che tante volte è un'aspirazione, a un rapporto totale dell'uomo, e dell'uomo come particolarità di luogo e di destino, con la dimensione universale e cosmica; qualcosa come la tensione a una pienezza di visione che tutto comprenda. Non tanto, allora, il sogno o l'utopia di un eden di felicità, quanto il sentimento pieno dell'immersione dell'uomo nella totalità della vita. Dunque non solo la gioia e l'estasi dei sensi ma anche il dolore, le paure, le ombre, la mortalità. E in ogni caso è il riferimento a una dimensione totale a risultare distintivo e a segnare la diversità di questa poesia. E si tratta probabilmente di un tratto specifico, e proprio in questo remoto, di confine, della poesia della Marca. Proprio Volponi l'ha definito benissimo, a discendere dall'eredità leopardiana: «Si può dire che tutto vi ha per vocazione lirica la dimensione dell'uomo e del suo gruppo naturale e che tutto sia pervaso da un senso dilagante dell'infinito e insieme contenuto in un rapporto attento con il crinale, il campo, la vita del paese: "quella loggia colà", "queste dipinte mura"».
Leopardi, la totalità del canto, la vocazione lirica... ricordo che qualche tempo fa, a una cena in compagnia di un amico comune, parola dopo parola, bicchiere dopo bicchiere, arrivai quasi a litigare con Piersanti (ma credo che il «quasi» si potrebbe togliere) sulla grandezza, con relativa classifica, di Dante e di Leopardi. L'amico e io sostenevamo il primato per noi indiscutibile, e - chissà - forse persino troppo intoccabile, di Dante, e lui, Piersanti, era almeno per un pareggio, in particolare per certi inizi clamorosamente belli (davvero) di alcuni canti leopardiani. Che poi subito declamava: «Dolce e chiara è la notte e senza vento, / E queta sovra i tetti...»; o ancora, più amato di tutti: «Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea / Tornare ancor per uso...». Accidenti, si sarebbe sottoposto alle pene dell'inferno per difendere quel suo Leopardi, quella intrisione insuperata di particolare e di universale, quella, appunto, totalità di canto, un canto che è anche pensiero, un canto che tutto pervade e che tutto rende lirico, vale a dire intenso, sempre toccato dal sentire. Non c'erano Paolo e Francesca, Farinata e Cavalcante, Ulisse o Ugolino, visioni celesti e parola profetica che tenessero... davanti a noi, un po' stupito per tanto accapigliarsi (ma poi nemmeno tanto, in realtà), era il caro Mario Luzi, che evitò prudentemente di pronunciarsi a favore dell'uno o dell'altro, anche se da alcune espressioni del volto e scuotimenti della testa, ma anche dalle cose che ha scritto al riguardo, sono convinto che in cuor suo avrebbe sottoscritto il primato dantesco (ma, anche qui, di nuovo, sono altrettanto certo che Piersanti sosterrebbe che era vero esattamente il contrario). Comunque sia, Piersanti difendeva in quel modo Leopardi anche per difendere se stesso e più profondamente una certa idea della poesia - la fedeltà, la legittimità, la plausibilità, forse anche la necessità della disposizione poetica che si è detto. Piccolo quanto si vuole, si sentiva provenire da quella derivazione tanto più amata quanto più inarrivabile.
Tutto questo, tutto questo chiamiamolo pure epigonismo di visione e di concezione, di per sé non avrebbe tuttavia alcuna particolare vitalità poetica se non fosse internamente mosso e incendiato da qualcosa che Piersanti possiede come sua dote naturale e credo primaria: il desiderio, la concupiscenza, la passione della vita; e allora le percezioni totalmente dispiegate, l'eros, i sensi, anche quella che Umberto Saba chiamava la brama. È questa forma continua di attaccamento e di vitalità basica a innervare e a muovere la sua poesia, irradiando anche le elegie più ombrose di una particolare freschezza di espressione e di voce. È dunque una forza vitale elementare e inalienabile a dare consistenza a questa lingua poetica, provocandone l'espansione ma al contempo assicurandole, come per una sorta di legame tellurico, un centro di gravita e di stabilità. Tale dunque la forza di questo poeta, la giovinezza della sua anima antica, la floridezza della sua provenienza così lontana e del suo sguardo a ritroso, l'anima sempreverde della sua poesia. Piersanti è certo un poeta di natura, ma, di più, come poeta è una forza di natura (da qui, come l'esperienza poetica del professore e contadino Pascoli ha sommamente mostrato, certe scelte che parrebbero istintive e irriflesse potrebbero esserlo assai meno di quanto non sembri) e i suoi versi migliori hanno qualcosa della propulsione, dell'istinto alla vita di una vegetazione poetica che si rigeneri. Quanto dunque tale anacronismo o tale epigonismo siano nella sostanza apparenti (come spesso, molto spesso accade nelle cose della poesia), rivelandosi al fondo e dunque in ciò che più conta e che davvero ha valore, cosa comune e condivisa, magari per vie lontane e diversissime, da alcune se non dalle più significative esperienza della poesia non soltanto italiana dei decenni più recenti, non credo stia a me dirlo. E non mi riferisco a una questione di grandezza poetica, perché non è di questo che si tratta. Ma all'avere centrato il segno, all'avere messo il dito, anzi le parole, là dove il cuore dell'uomo batte, dove respira, dove gioisce e inevitabilmente duole. Là, allora, dove il nostro tempo, la nostra storia sono più vivi.

© 2005, peQuod

Gli autori
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Roberto Galaverni scrive sulle principali riviste di letteratura, fra cui "Nuovi Argomenti". Ha pubblicato la raccolta Dopo la poesia.

Massimo Raffaeli scrive di critica sul quotidiano "Il manifesto". Tra l'altro ha pubblicato Novecento italiano.




10 marzo 2006