Alice Munro
Il percorso dell’amore

“In fondo al cortile c’è un capanno dove tengono la legna, qualche attrezzo e dei mobili vecchi. Dalla porta aperta si vede una sedia di legno a schienale diritto. Sulla sedia Marietta distingue i piedi di sua madre, le scarpe nere, allacciate, di sua madre. Poi il vestito di cotone estivo, da lavoro, il grembiule, le maniche arrotolate. Le braccia bianche e lisce di sua madre, e il collo, e la faccia.”

È un percorso d’amore quello che seguiamo nelle pagine del nuovo libro di racconti della scrittrice canadese Alice Munro, Il percorso dell’amore. È questo il filo d’Arianna da seguire in queste storie con personaggi diversi, tutte intessute di emozioni impalpabili che si affacciano su ricordi non sempre nitidi, non sempre certi perché quello che si è vissuto ha versioni differenti secondo i punti di vista.
Nella storia che dà il titolo al libro, a Marietta, la protagonista, sembra che il legame d’amore tra i suoi genitori sia rinchiuso in una scena di cui è stata testimone: sua madre che gettava nella stufa 3000 dollari in banconote, l’eredità lasciatela da un padre che odiava. E il marito, il padre di Marietta, non aveva detto niente.
In un altro racconto l’amore è quello tra due fratelli: c’era stato un incidente quando erano poco più che bambini, e uno dei due aveva creduto, per un breve lunghissimo tempo, di aver accidentalmente ucciso l’altro. Da quel momento si era sempre ritenuto responsabile della vita del fratello.
Una coppia di sessantenni commette un inspiegabile omicidio-suicidio in “Raptus”; il ricordo di un bambino annegato si collega con l’incidente per cui la figlia di tre anni dell’io narrante di “Miles City” rischia di morire in una piscina; una adolescente si inventa una storia d’amore con un vicino di casa per vantarsene con l’amica.
E ancora: ci sono due cugini che fanno l’amore con la stessa ragazza, e una strana ragazza esquimese senza i denti davanti amoreggia con un meticcio su un aereo…
Pur sempre amore, in forme diverse, molto spesso si tratta di un amore finito, o di coppie divorziate, persone che sono morte e che si sono amate il cui fantasma continua a riapparire. Ci sono allontanamenti e ritorni, desiderio di restare e irrequietezza di partire - come il ragazzo che lascia la città quando sospetta che la sua ragazza sia incinta, l’uomo che lascia la moglie per una donna con tre figli che abita in un camper e quello che torna dalla ex moglie con l’ultima conquista -, voglia di stare insieme e rimpianto della solitudine - come la donna che preferisce non andare a fare l’esperienza di volo con il resto della famiglia e, in quell’insolito tempo per sé, si allentano i suoi freni e cede ad un’avventura.
Spesso le storie della Munro si ripiegano su se stesse, ritornano in circolo, il marito che ha lasciato la fidanzata per sposare un’altra donna finisce poi per lasciare anche la moglie per un’altra, oppure si tramandano, come un destino inevitabile, di generazione in generazione.
Si avverte un senso di finalità in questi racconti che seguono il percorso dell’amore, ne raccolgono i cocci, asciugano le lacrime della delusione. Come di un pericolo in agguato, di una morte incombente, e comunque di un termine dell’amore. Un’incertezza che si respira nella vaghezza dei ricordi, perché la verità è soggettiva: aveva veramente voluto impiccarsi, la mamma di Marietta, o piuttosto - come invece sostiene sua sorella - aveva voluto fare uno scherzo al padre, per spaventarlo?
Il tempo della narrazione si sposta avanti e indietro, fra luci e ombre, con cambiamenti di prospettive, nella prosa lineare, di una semplicità assoluta, della scrittrice canadese che viene giudicata la migliore scrittrice contemporanea di racconti. Solo lei è capace di dire così tanto dicendo poco. Una lettura che è puro piacere.

Di Emilia Pagliano

Già pubblicato su Stilos, la rivista quindicinale di libri.

Il percorso dell'amore di Alice Munro
Titolo originale: The Progress of Love
330 pag., Euro 18,50 - Einaudi (Supercoralli)
ISBN 88-06-17597-1

Le prime righe

II percorso dell'amore

Ricevetti una telefonata in ufficio; era mio padre. Accadde non molto dopo il mio divorzio, quando da poco lavoravo all'agenzia immobiliare. I ragazzi erano tutti e due a scuola. Era una giornata piuttosto calda, di settembre.
Mio padre era talmente cortese, anche in famiglia. Ebbe cura di domandarmi come stavo. Maniere contadine. Se ti telefonano per dirti:che hai la casa in fiamme, prima ti chiedono come stai.
- Bene -dissi - E tu?
- Non tanto, direi, - rispose mio padre con il tono di sempre, riservato e dignitoso - La mamma se ne è andata, credo.
Sapevo che «andata» voleva dire «morta». Lo sapevo. Ma per un paio di secondi vidi mia madre con il suo cappellino di paglia nera avviarsi sul viottolo di casa. La parola «andata» traboccava solo di sollievo e perfino di euforia, quell'euforia che proviamo quando la porta si chiude e casa nostra sprofonda nella normalità e possiamo prendere libero possesso di tutto lo spazio vuoto intorno a noi. Lo diceva anche la voce di mio padre, un suono strano, una specie di sospiro trattenuto, mascherato dal tono di scuse. Eppure mia madre non era stata di peso - mai malata, neanche un giorno - perciò, ben lungi dal provare sollievo alla sua morte, per mio padre, era stato un duro colpo. Diceva di non essersi mai abituato a vivere da solo. Aveva accettato di ritirarsi nella casa di riposo Netterfield abbastanza di buon grado.
Mi disse di aver trovato mia mìdre sul divano in cucina; tornando a casa a mezzogiorno. Aveva raccolto dei pomodori e li stava mettendo a maturare sul davanzale della finestra; probabilmente si era sentita cedere le gambe e si era coricata. Ora, mentre lo raccontava, a mio padre mancò un po’ la voce per lo sbigottimento, come c'era da aspettarsi. Mentalmente, immaginai il divano, la vecchia trapunta che lo foderava, proprio sotto il telefono.
- Allora ho pensato che facevo meglio a chiamarti, - disse mio padre, e aspettò che fossi io a dirgli che cosa fare a quel punto.
Mia madre pregava in ginocchio a mezzogiorno, la sera e appena sveglia la mattina. Ogni giorno si apriva per lei allo scopo di vedervi realizzata la volontà di Dio. Tutte le sere sommava quello che aveva fatto, detto e pensato per fare, i conti con Lui. Una vita spaventosa, secondo i più, che però non ne afferrano il punto. Prima di tutto, una vita del genere non conosce la noia. E poi non succede mai niente che tu non possa mettere a frutto. Anche perseguitato dai guai, e malato e povero e brutto, hai sempre la tua anima da portare a destinazione, come un tesoro su un vassoio. Quando saliva in camera a pregare dopo pranzo mia madre era piena di energia e di aspettative, e sorrideva sul serio.
La sua salvezza si era compiuta in un campeggio estivo all’età di quattordici anni. La stessa estate in cui mori sua madre, mia nonna, Per qualche anno mia madre partecipò a raduni con molte altre persone salvate, alcune delle quali salvate più e più volte, fervidi ex peccatori. Aveva un mucchio di aneddoti riguardo a quei raduni, storie di canti, strepiti e furore. Ci raccontò di un vecchio che si era alzato urlando: «Scendi, Signore, scendi in mezzo a noi, adesso! Scendi pure dal tetto, che pago io le scandole!»

© 2006, Giulio Einaudi editore


L’autrice

Alice Munro è cresciuta a Wingham, Ontario, e ha frequentato la University of Western Ontario. È sposata, con tre figlie, e vive tra Clinton, Ontario, e Comox, British Columbia.
Ha pubblicato, sette raccolte di racconti e un romanzo. Nel 1997, sono stati raccolti in un unico volume, Selected Stories, i più belli tra i suoi racconti, la maggior parte dei quali è apparsa su «The New Yorker», «The Atlantic Monthly» e «The Paris Review».
Ha pubblicato Il sogno di mia madre, Nemico, amico, amante..., In fuga


10 marzo 2006