Barbara Garlaschelli
L'una nell'altra

“Specchi in cui uno vede se stesso, così com’è e come l’altro lo vede. Questo sono gli occhi degli altri. E vedere i tuoi è uno strazio. Vattene e ritorna più tardi, magari fra trent’anni; ne riparleremo.”

Qui e altrove. Non solo ora. Sessanta storie che finiscono con la frase finale della successiva. Eccole. L’ho costruita la fortezza. Inespugnabile. Solo che ora qualcuno dovrebbe indicarmi la strada per uscirne. – Che la morte venga adesso. Ogni giorno un po’. Specchi in cui uno vede se stesso, così com’è e come l’altro lo vede. Meglio dimenticare. Spigoli e colori sbagliati. Pensieri affamati. Questo è tutto ciò che vedo. E così sia. Poi, alla fine, come un vecchio amico arrivava il sonno e con lui, i sogni. Né ora né mai. Cancellare tutto. Sono qui e lo aspetto. Capire se questa era la morte che cercava. In viaggio, noi due. Ma il coraggio non ce l’ho. L’ennesima schiena che guardo allontanarsi. E che la vita ceda il posto alla sua ombra. Peccato non ci sia musica stasera. Un silenzio nero. È un bel silenzio nero e morbido, di quiete. In casa mia. Nient’altro. Non è di perdono che ho bisogno. Così poco tempo e così tanti corpi. Vola. Come non fosse mai esistito. Tutti tacciano. La fine del mondo. Sempre di più, senza possibilità di salvezza. Questo solo chiedo. Spero che continui a fischiare e colmi il silenzio. Adesso o mai più. Senza muovermi, i piedi inchiodati a terra, radici profonde. Una sagoma scura contro il cielo. Ho idea che non mi fermerò più. Senza paura. Odore di cose che dormono e che non vogliono essere svegliate. Come la vita. Ma le parole mica fanno male, no? Nessuno riesce a capirlo? E scompaiono nel nulla. Proprio dove vorrei essere io. Di nessuno ci si può fidare. Non l’ho fatto. Io, sempre io, eppure un altro. Senza voltarsi, che a contare non è ciò che ci lasciamo alle spalle. Sempre. Un saluto breve, pieno di me. Un respiro dopo l’altro, la mia vita. La mia. Ora tutto è silenzio. Io lo sono. Un’eco lontana. Il canto del vento. Per sempre. Questo è il problema. Così, come niente. E, finalmente, ci sono riuscita. Perché è meglio essere orfana di padre che la sua schiava”.
Le brevissime storie (poco più di una cartella in media) sono raccontate in prima persona dalla milanese affermata scrittrice noir quarantunenne Barbara Garlaschelli, donne e uomini di varia età e condizione, talora misteriosi, con stile e struttura un po’ troppo omogenei in contesti tanto diversi. Conteggio e solfeggio di oggetti e sensazioni più che musiche o cibi. Segnalo il potere delle preghiere a pag. 33. Consigliato a sceneggiatori, affinché prendano spunto.

Di Valerio Calzolaio

L'una nell'altra di Barbara Garlaschelli
133 p., Euro 12,50 - Flaccovio Dario (Tempora n. 7)
ISBN: 88-7758-662-1

Le prime righe

Uno

Perché è meglio essere orfana di padre che la sua schiava. Mia madre me lo ripeteva sempre, lei che aveva allevato sei fratelli da sola. Da sola con un padre costretto a letto da una malattia che gli aveva paralizzato gli arti, ma non la lingua o il cervello. Dettava ordini da quel letto d'agonia come un generale dalla sua tenda mentre i soldati cadono sotto il fuoco nemico. Il trucco è stare al coperto e lasciare che gli altri combattano per te. Il trucco è trovare il punto debole e attaccarlo, ferirlo. Il trucco è non dare tregua, non permettere che l'avversario riprenda fiato e forze. Sfiancarlo ma mantenerlo m vita in modo che possa continuare a servirti. Mio nonno lo aveva capito e mia madre correva, senza fiato e senza forze. Correva. Dietro quei sette uomini esigenti come principi e altrettanto implacabili, che solo di tanto in tanto le elargivano un sorriso di compatimento e una carezza sulla testa. Mia madre correva dalla mattina alla sera e non aveva tempo di accorgersi che era infelice. Se ne accorse una mattina d'inverno, d'un colpo, tutto insieme. Guardava dalla finestra della camera di suo padre la strada sottostante. All'improvviso, da dietro l'angolo della casa di fronte, sbucò un nugolo di bambini. Correvano e ridevano tirandosi palle di neve che esplodevano contro i loro cappotti scuri e si aprivano come candidi fiori dai petali di ghiaccio. Mia madre sentì il tempo fermarsi e gonfiarsi. Gonfiarsi di tutta l'infelicità accumulata durante la vita e si sentì vecchia nei suoi ventitré anni che la opprimevano come una di quelle coperte pesantissime ma che non riscaldano. Vecchia di tutte le sue rinunce. Si vide sfilare davanti le lenzuola, le mutande, le maglie, le calze, lavate stese e stirate nel corso di quegli anni, sentì sotto il naso l'odore dolciastro del sapone di Marsiglia e si accarezzò le mani screpolate e dure. Mentre i bambini rimpicciolivano correndo verso l'orizzonte, anche il suo cuore rimpicciolì con loro. Mia madre me lo ripeteva: attenta a te. Impara a conoscere i tuoi punti deboli e costruiscici una fortezza attorno, così che nessuno possa attaccarti. L'ho costruita la fortezza. Inespugnabile. Solo che ora qualcuno dovrebbe indicarmi la strada per uscirne.

© 2006, Dario Flaccovio Editore


L’autrice

Barbara Garlaschelli è nata a Milano nel 1965. È laureata in Lettere moderne all'Università Statale di Milano. Sue pubblicazioni: O ridere o morire, Ladri e barattoli, Nemiche, Il pelago nell'uovo, Sirena. Mezzo pesante in Movimento, Alice nell'ombra, Sorelle.
Per ragazzi ha scritto: Quando la paura chiama, L'ultima estate, Tre amiche e una farfalla, Marta nelle onde, Davi, Nessuna lezione d'amore, La mappa del male. Collabora con vari mensili e settimanali. Suoi racconti sono presenti in molte antologie.


3 marzo 2006