Kazuo Ishiguro
Non lasciarmi

“Se nessuno parla con voi,- proseguì,- allora è compito mio. Il fatto è, per come lo vedo io, che vi hanno detto e non detto allo stesso tempo. Vi hanno detto, ma nessuno di voi ha capito realmente di cosa si trattava, e oso aggiungere che per qualcuno va benissimo così. Ma non per me. Se volete avere la possibilità di condurre delle vite dignitose, allora dovete sapere come stanno le cose, e saperle fino in fondo.

Se si leggono in sequenza i romanzi dello scrittore giapponese Kazuo Ishiguro, si coglie una coerenza di pensiero, una continua indagine di ricerca che solo in parte guarda al futuro, piuttosto al passato, che è poi l’unico tempo che ci è dato di conoscere e di scandagliare. Sono sei i romanzi di Kazuo Ishiguro, ognuno che riprende con delle varianti lo stesso tema: ci sono due parole, o due frasi, che vengono ripetute di libro in libro- “ormai è tardi” e “che spreco”. Tardi per rimediare, per recuperare quello che si è perso, per vivere in un altro modo, per evitare di sprecare la vita.
L’ombra della guerra e della bomba su Nagasaki pesava sui primi due romanzi, Un pallido orizzonte di colline e L’artista del mondo effimero: una donna la cui figlia si è suicidata ripensa a una bambina morta in un altro tempo, un anziano pittore si interroga sulla sua responsabilità nell’aver contribuito con i suoi dipinti agli ideali invasati che hanno spinto tanti giovani a buttare via la loro vita. Ancora una guerra, questa volta incombente sull’Inghilterra, nel romanzo più famoso di Ishiguro, Quel che resta del giorno, che termina con l’accorata riflessione del maggiordomo Stevens mentre si accendono le luci sul molo di Weymouth e i colori si smorzano, così nel cielo e così nella sua vita. Un musicista senza memoria che fatica a ricostruire il suo passato in Gli inconsolabili e, in Quando eravamo orfani, un ragazzo che torna a Shanghai dopo vent’anni a cercare i genitori- troppo tardi, è arrivato troppo tardi, in tempo solo per capire una verità che la sua lente di ingrandimento da parodistico detective sherlockiano non aveva messo a fuoco.
“Non lasciarmi”, sono le parole struggenti di una canzone che Kath, la voce narrante del nuovo romanzo di Kazuo Ishiguro con questo titolo, ama ascoltare e diventano non solo il refrain ma anche l’emblema di questo libro, una supplica inascoltata e non esaudita perché non c’è nessuno che possa ascoltarla, che abbia un legame così forte con i protagonisti del romanzo da trattenerli, per non lasciarli andare. Perché anche Kath e Ruth e Tommy sono terribilmente soli, come gli altri personaggi di Ishiguro, come il maggiordomo Stevens o Christopher Banks di Quando eravamo orfani, e anche per Kath e Tommy arriverà il momento in cui è troppo tardi per chiedere un rinvio della sorte a cui sono destinati.
In apparenza questa è la storia di un’amicizia di tre giovani, iniziata quando frequentavano la stessa scuola convitto di Hailsham, con le due ragazze innamorate dello stesso ragazzo, ed è Kath a narrarla, andando a ritroso nel tempo, sovrapponendo i ricordi, come avviene nell’esercizio della memoria. Eppure intuiamo subito che questi ragazzi non sono come gli altri, che Hailsham, immersa nella campagna inglese, non è un luogo così idilliaco- ci sono dei boschi scuri che la circondano e circolano voci spaventose su quello che può accadere a chi vi si avventura. E nel linguaggio di Kath ritornano delle parole che sono innocue a una prima lettura, per poi risultare inquietanti: Kath è “un’assistente”, il suo compito è prendersi cura di chi ha già fatto una, o due, o tre “donazioni”. E di chi ha fatto le donazioni si parla con un misto di ammirazione e di pena. Anche i ricordi degli anni di scuola mescolano parole ordinarie con altre che hanno qualcosa di diverso da quelle che solitamente definiscono le attività degli studenti: l’“Incanto”, il “Baratto”, che sembrano essere delle fiere in cui i ragazzi trovano dei piccoli tesori, oggetti desueti che per loro, che non hanno niente, sono straordinari. Come la cassetta di musica con la canzone Never let me go, che Kath ascolta all’infinito. C’è poi la misteriosa “Galleria” di Madame che nessuno ha mai visto e in cui finiscono i migliori componimenti, o disegni, fatti dagli studenti. E gli insegnanti che adottano la tecnica di dire o spiegare, ma mai troppo, come se dessero per scontate tante cose, lasciando libera la speculazione. Un’insegnante, Miss Lucy, è diversa e più loquace, è dell’avviso che i ragazzi dovrebbero sapere di più sulla loro sorte, per essere meglio preparati. Miss Lucy ricorda un poco l’ardore della Miss Brodie di Muriel Spark e, come Miss Brodie, anche Miss Lucy viene allontanata dalla scuola.

È soltanto a metà del libro che scopriamo che cosa c’è dietro a tutta questa terminologia e intanto Ishiguro ha costruito mirabilmente, con frammenti minuti come quelli di un mosaico, l’atmosfera di mistero nella scuola di Hailsham- nominata con invidia da chi non l’ha frequentata, lasciando intendere che era un’isola felice in mezzo ad altre scuole peggiori. Tanti dettagli disturbanti per un quadro di vita possibile, come sono possibili i mondi di Huxley o di Philip Dick o del più recente Sotto la pelle di Michel Faber. Fantascienza che è tale finché è nei libri, una riflessione allarmata e allarmante sulla direzione della scienza, un lamento sconsolato su esistenze sprecate.

Di Marilia Piccone

Già pubblicato su Stilos, la rivista quindicinale di libri

Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro
Titolo originale: Never Let Me Go
Traduzione di Paola Novarese
291 pag., Euro 17,50 - Einaudi
ISBN: 88-06-17219-0

Le prime righe

Capitolo primo

Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, e da più di undici sono un'assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre. A quel punto saranno trascorsi quasi esattamente dodici anni. Adesso mi rendo conto che il fatto che io sia rimasta per tutto questo tempo non significa necessariamente che loro abbiano grande stima di me. Ci sono ottime assistenti a cui è stato chiesto di abbandonare dopo appena due o tre anni. E poi me ne viene in mente almeno una che ha operato per oltre quattordici, malgrado fosse un'assoluta nullità. Quindi non ho nessuna intenzione di darmi delle arie. Ma so per certo che sono soddisfatti del mio lavoro, tanto quanto, nell'insieme, lo sono io. I miei donatori hanno sempre reagito meglio del previsto. I loro tempi di recupero sono stati alquanto straordinari, e quasi nessuno è stato catalogato come «soggetto problematico», almeno prima della quarta donazione. Sì, è vero, forse adesso mi sto davvero dando delle arie. Ma per me significa molto, essere in grado di svolgere bene il mio lavoro, specialmente quando si tratta di mantenere «calmi» i miei donatori. Ho sviluppato una sorta di istinto nei loro confronti. So quando è il momento di essere presente e confortarli, quando lasciarli soli con se stessi; so quando ascoltarli, qualunque cosa abbiano da dire, e quando, con un'alzata di spalle, dirgli che è arrivata l'ora di darci un taglio.
Comunque sia, non voglio prendermi tutti i meriti. Conosco altre assistenti, in servizio in questo periodo, che sono altrettanto brave e non ricevono neanche la metà dei riconoscimenti che ricevo io. Se fossi una di loro, capirei un certo risentimento nei miei confronti - il monolocale in affitto, l'auto, e soprattutto il fatto di poter scegliere di chi prendermi cura. E inoltre sono una studentessa di Hailsham - che per alcuni è da solo motivo sufficiente per mandarli su tutte le furie. Kathy H., dicono, sceglie chi vuole, e sceglie sempre quelli come lei; quelli di Hailsham, o qualcuno che proviene da qualche altro posto privilegiato. Non c'è da stupirsi che il suo stato di servizio sia ottimo. L'ho sentito ripetere talmente tante volte che dovete averlo sentito dire anche voi, e forse in tutto questo c'è qualcosa di vero. Ma io non sono certamente la prima a cui viene concesso di scegliere, e dubito di essere l'ultima. E comunque ho fatto anch'io la mia parte prendendomi cura di donatori cresciuti in ogni dove. Tenetelo a mente: quando smetterò di fare questo lavoro saranno passati dodici anni, ed è soltanto negli ultimi sei che mi hanno permesso di scegliere.
E poi per quale motivo non avrebbero dovuto? Gli assistenti non sono mica degli automi. Fai del tuo meglio per ciascun donatore, ma alla fine le forze ti abbandonano. La pazienza e l'energia non sono risorse illimitate. Cosi, quando hai la possibilità di scegliere, naturalmente scegli qualcuno simile a te. E ovvio. Non sarei potuta andare avanti tutto questo tempo se non fossi riuscita a condividere con i miei donatori ogni singolo attimo della loro esistenza. E comunque sia, se non avessi cominciato a scegliere, come avrei fatto a riavvicinarmi a Ruth e a Tommy dopo tutti questi anni?
Ma negli ultimi tempi, naturalmente, i donatori che conosco sono sempre meno, e quindi, in pratica, la mia scelta è stata piuttosto limitata. Come vi dicevo, questo lavoro diventa molto più faticoso quando non si prova un legame profondo con il donatore, e sebbene mi mancherà non fare più l'assistente, con la fine dell'anno penso sia giunto ormai il momento di smettere.

© 2006, Giulio Einaudi editore


L’autore

Kazuo Ishiguro è nato a Nagasaki nel 1954 e si è trasferito con la famiglia in Inghilterra nel 1960. Ha scritto Un pallido orizzonte di colline, Un artista delmondo effimero, Quel che resta del giorno, Gli inconsolabili e Quando eravamo orfani. Da Quel che resta del giorno (Booker Prize 1989) è stato tratto un famoso film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson.


3 marzo 2006