Eric Ambler
Motivo d’allarme

Milano, nell’insieme, è stata piuttosto una sorpresa. Perché mi abbia fatto questo effetto non so; ma sai com’è. Uno si crea in testa un’idea immaginaria di un posto, e poi si sconvolge quando la realtà non corrisponde.

Un prologo apre il libro Motivo d’allarme dello scrittore inglese Eric Ambler: a Milano un uomo viene investito da un’auto, un omicidio simulato da incidente. E nel primo capitolo prende la parola il protagonista, Nick Marlow: “Quest’anno, 1937, ho passato quasi dieci settimane in Italia. È di queste dieci settimane che vi voglio parlare.”
Iniziamo dal nome Marlow, che richiama alla mente una serie di altri personaggi e ci suggerisce letture diverse della storia: il Marlowe più famoso è il drammaturgo del ‘600 morto in una rissa e sospettato di essere una spia, si chiama Marlow il narratore del Cuore di tenebra di Conrad, e infine Philip Marlowe è il protagonista dei romanzi dell’americano Chandler. E Motivo d’allarme è un romanzo di spionaggio e nello stesso tempo un romanzo di formazione- nelle dieci settimane passate in Italia il giovane Nicky Marlow si addentra nelle tenebre di giochi politici che hanno una rilevanza mondiale.
Hitler ha preso il potere nel ‘33, l’Asse Roma-Berlino è una minaccia per l’Europa, Inghilterra e Francia sperano ancora che non si arriverà ad una guerra. Nicky Marlow è un ingegnere che viene assunto da una fabbrica di macchinari perché sa l’italiano: dovrà occuparsi della filiale di Milano dopo che l’incaricato precedente è morto in un incidente.
Al suo arrivo a Milano Marlow si rende subito conto di un malfunzionamento dell’ufficio e lo attribuisce all’inefficienza italiana, poi viene contattato da un tal generale Vagas che gli fa delle proposte di collaborazione: Marlow pensa di poter rifiutare e invece no, non ha scelta. Persino un’altra occasionale (veramente occasionale?) conoscenza, l’americano Zaleshoff, gli consiglia di accettare. Tutti sembrano sapere qualcosa che Marlow non sa e non arriva neppure a capire, nella sua ingenuità disarmante. È sconcertato, si abitua velocemente alle mazzette, ma gli è difficile capire che ruolo abbiano carabinieri, polizia e l’OVRA nella faccenda e perché il suo passaporto sia stato “smarrito”.
Come al solito non sveliamo altro della trama, indugiamo piuttosto sul percorso iniziatico di Marlow che risulta essere- come spesso accade- un viaggio reale e nello stesso tempo metaforico. Marlow deve scappare dall’Italia se non vuole finire come il suo predecessore, è aiutato da Zaleshoff, l’americano che forse è un russo, e la loro fuga diventa un itinerario avventuroso lungo la direttiva Milano-Udine con lo scopo di passare la frontiera iugoslava, pieno di colpi di scena e di trovate divertenti.
Ma il romanzo acquista un’altra rilevanza dopo l’incontro accidentale con un famoso professore di matematica, impazzito quando disposizioni fasciste lo hanno radiato dall’Università, perché “gli faceva troppo male essere sano di mente in un mondo di pazzi.” Un uomo che è fuggito dalla follia generale nella sua follia privata, mentre- come dice Zaleshoff- “tu e io, Marlow, siamo ancora tutt’uno con gli altri matti.”
Ha grazia, eleganza, discrezione e raffinatezza, il romanzo di Ambler, niente è mai esagerato, lo humour è sottile, la violenza è al silenziatore. Verrebbe da dire che è un romanzo di quelli che non se ne scrivono più.

Di Marilia Piccone

Motivo di allarme di Eric Ambler
Titolo originale: Cause for Alarm
Traduzione di F. Salvatorelli
316 pag., br., Euro 13,00 - Adelphi (Gli Adelphi n. 279)
ISBN: 88-459-2031-3

Le prime righe

Prologo

MORTE A MILANO

Nell’ombra del portone l’uomo rialzò il bavero del cappotto e pestò pian piano i piedi intirizziti sul lastricato umidiccio.
Udì in lontananza il rumore di un treno che partiva dalla Stazione centrale, e desiderò di essere su quel treno, adagiato in uno scompartimento di prima classe, in viaggio per Palermo. Forse, finito questo lavoro avrebbe potuto prendersi una vacanza al sole. Sempre, naturalmente, che “loro” glielo permettessero. A quelli sembrava non venire mai in mente che uno potesse aver voglia di tornarsene a casa, di tanto in tanto. Milano era uno strazio. Arsura e polvere in estate, e d’inverno questi infami nebbioni che si riversavano dalle pianure e dalle risaie, umidi, freddi, intrisi del fumo delle fabbriche. Già stava calando la nebbia. Tra un’ora non si sarebbe visto più niente a un palmo dal naso. Voleva dire che Buonometti e Orlano non sarebbero mai stati in grado di vedere quel che facevano. Sicché, un’altra notte di vedetta, a aspettare, al freddo. Si era stufato. Se questo inglese bisognava ucciderlo, si facesse alla svelta, tranquillamente. Un tratto buio di marciapiede, un coltello tra le costole, una piccola torsione del polso per far entrare aria nella ferita, e via. Niente storie, niente problemi, praticamente nessun rumore. Così, invece…
Alzò lo sguardo alla cura facciata del palazzo di uffici dall’altra parte della strada, all’unica finestra illuminata, al quarto piano. Fece spallucce, rassegnato, e si appoggiò al muro. Un’ora o due, cosa cambiava? Gliene importava assai, a “loro”, se lui si beccava una polmonite.
Nei venticinque minuti seguenti si mosse solo una volta, per ritrarsi nell’ombra ai passi di un pedone echeggianti nella via commerciale deserta. Ma del passaggio di un poliziotto non si curò, e sogghignò tra sé quando l’uomo in divisa sembrò evitare deliberatamente di guardare dalla sua parte. Era questo uno dei vantaggi, a lavorare per “loro”. Non dovevi preoccuparti della polizia. Stavi sul sicuro.
A un tratto drizzò la schiena. La luce solitaria si era spenta. Stirò i muscoli intorpiditi, aggiustò la tesa del cappello e andò con calma alla cabina telefonica in fondo alla strada. Due minuti dopo il suo lavoro per quella sera era terminato.
La porta del palazzo di uffici si aprì e uscirono due uomini. Uno si girò a chiudere la porta. L’altro non aspettò. Borbottò un “arrivederci”, attraversò la strada e si diresse verso la stazione. L’uomo che aveva chiuso la porta lo seguì con gli occhi finché non fu scomparso.
Era un uomo tarchiato, di mezza età, con le spalle spioventi e un modo di tenere le braccia un po’ davanti al corpo, come nel tentativo perpetuo di insinuarsi in una stretta apertura. Quella postura era stata la sua vita. Era andato avanti di sguincio, rigido eppure senza dignità; un uomo debole, apprensivo, che aveva soddisfatto il suo amor proprio nutrendolo di sogni.

© 2006, Adelphi Edizioni


L’autore

Eric Ambler è nato a Londra nel 1909. È stato prevalentemente autore di romanzi di spionaggio e con il romanzo La maschera di Dimitrios del 1939 ha dato origine a un particolare filone della detective story. Tra le sue opere: Una rabbia nuova, Una sporca storia, La frontiera proibita, Epitaffio per una spia.


24 febbraio 2006