Alexander McCall Smith
Il club dei filosofi dilettanti

“Mark era stato ucciso perché aveva minacciato di rivelare informazioni che avrebbero danneggiato qualcuno all’interno dell’azienda? Sembrava pazzesco anche solo chiederselo. Si trattava dell’ambiente finanziario scozzese, con la sua integerrima reputazione di correttezza. Era gente che giocava a golf e frequentava il New Club. Alcuni di loro erano anziani della chiesa di Scozia.”

Alexander McCall Smith si è affacciato con eleganza sommessa e leggerezza alla finestra del mercato editoriale italiano. La sua ironia assolutamente anglosassone e la sua scrittura brillante (un Wodehouse moderno, potremmo definirlo anche se i suoi temi sono spesso diversi da quelli del predecessore britannico) ha gradatamente, ma senza ripensamenti conquistato una larga fetta di pubblico ormai fedelissimo. Entrato da una finestrella laterale, appunto, ora può tranquillamente spalancare la porta delle nostre librerie dove ha conquistato l’onore degli scaffali e dei banconi centrali.
Abbiamo imparato ad amarlo con una protagonista femminile, l’investigatrice del Botswana Precious Ramotswe e ora ci propone un altro personaggio femminile, Isabel Delhousie, fondatrice del Club dei filosofi dilettanti e amante della parole crociate… potete già immaginare che tipo di persona sia. Se vi dico in più che il suo mondo è composto dalla nipote Cat e dal suo ragazzo Toby, dall’ex fidanzato di questa Jamie, un tenore, e da Grace, la sua fedele governante, nonché dal periodico che dirige, la Rivista di etica applicata alla quale arrivano contributi saggistici come Il grasso è una questione morale, vi sarete fatti un quadro preciso.
La copertina inglese del volume rappresenta una teiera con una tazzina e un lente d’ingrandimento, stile Sherlock Holmes, un’immagine simile a quella che ravviva la quarta di copertina dell’edizione italiana, firmata da Guido Scarabattolo, come quasi sempre ormai accade per Guanda. Ma vedendo la fotografia dell’autore (che abbiamo sentito assolutamente la necessità di mostrarvi) l’immaginazione corre più a Miss Marple, Poirot o forse soprattutto al “casalingo” Nero Wolf, piuttosto che al personaggio di Conan Doyle.
È la sua protagonista, invece, a essere più attiva e volenterosa, coinvolta suo malgrado in una vicenda gialla intricata tra le strade di una Edimburgo che si attaglia perfettamente all’idea di quella città che possiamo avere. È lei a vestire i panni dell’investigatore e cercare di capirne di più su una morte tragica di cui è spettatrice: un giovane e anche bell’uomo, che si coprirà chiamarsi Mark Fraser, precipita dalla balconata della Husher Hall, e muore al termine di un concerto non del tutto memorabile. Omicidio? Suicidio? La polizia propende per la seconda ipotesi ma Isabel non condivide questa opinione e indaga a modo suo, nell’entourage della vittima. E capisce che, lavorando in ambito finanziario per una società di gestione fondi, Mark si era messo in una situazione rischiosa scoprendo che nella sua azienda c’era chi faceva insider trading. Anche Isabel a questo punto potrebbe essere in pericolo. O forse la storia potrebbe avere tutt’altra conclusione.

Di Giulia Mozzato

Il club dei filosofi dilettanti di Alexander McCall Smith
Titolo originale: The Sunday Philosophy Club
Traduzione di Giovanni Garbellini
263 pag., Euro 14,50 - Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN: 88-8246-721-X

Le prime righe

Isabel Dalhousie vide il ragazzo cadere dalla balconata superiore, quella del loggione. Fu un volo improvviso, brevissimo, e il corpo rimase davanti ai suoi occhi per meno di un secondo: capelli scompigliati, a testa in giù, camicia e giacca rovesciate sul petto tanto da mostrare l'ombelico. Poi il ragazzo andò a sbattere contro il bordo della balconata centrale e scomparve verso la platea.
Stranamente, il primo pensiero di Isabel andò alla poesia di Auden sulla caduta di Icaro. Quando capitano eventi del genere, diceva Auden, sullo sfondo ci sono persone impegnate nelle proprie faccende quotidiane. Non sollevano lo sguardo per vedere il ragazzo che cade dal ciclo. Stavo parlando con un'amica, pensò Isabel. Stavamo chiacchierando, quand'è caduto.
Sarebbe stata una serata memorabile anche senza quell'avvenimento. Nutriva qualche perplessità sul concerto - un'esibizione dell'Orchestra sinfonica di Reykjavik, che non aveva mai sentito nominare - e non ci sarebbe andata se una vicina di casa non avesse insistito per rifilarle un biglietto che le avanzava. A Reykjavik c'era davvero un'orchestra di professionisti, si era chiesta Isabel, oppure si trattava di un ensemble di dilettanti? Anche in questo caso, comunque, visto che si erano spinti fino a Edimburgo per un concerto, meritavano di avere un pubblico. Non era giusto farli venire dall'Islanda per esibirsi di fronte a una sala vuota. Perciò era andata al concerto e si era gustata la prima parte del programma, che prevedeva compositori romantici tedeschi e scozzesi: Mahler, Schubert e Hamish MacCunn.
La serata era tiepida - davvero insolito, per essere a marzo - e l'aria all'interno della Usher Hall cominciava a essere viziata. Per precauzione Isabel si era vestita leggera ed era proprio contenta visto che la temperatura in balconata era quasi insostenibile. Durante l'intervallo era scesa e aveva assaporato con sollievo l'aria fresca dell'esterno, evitando il bar nel ridotto e il brusio cacofonico delle conversazioni. Di sicuro ci avrebbe incontrato persone che conosceva. Era impossibile uscire la sera a Edimburgo senza imbattersi in qualcuno, ma non era in vena di chiacchierare. Al momento di rientrare, accarezzò per un istante l'idea di saltare la seconda parte, ma era sempre inibita al momento di fare qualcosa per cui la si potesse tacciare di scarsa concentrazione o, peggio ancora, di mancanza di serietà. Perciò tornò al suo posto e prese il programma che aveva lasciato sul bracciolo, per studiare cosa la attendeva. Fece un grosso sospiro. Stockhausen!
Si era portata il binocolo da teatro, assolutamente necessario nonostante la limitata altezza della balconata. Puntandolo sul palco analizzò uno per uno i volti dei musicisti; era una tentazione irresistibile durante i concerti. Di solito non ci si metteva a fissare la gente con il binocolo, ma a teatro era lecito, e se di tanto in tanto le lenti deviavano su qualche individuo in platea, chi se ne sarebbe accorto? Gli archi non erano niente di speciale, notò Isabel, ma uno dei clarinettisti aveva un viso davvero notevole: zigomi alti, occhi infossati e un mento che senza dubbio era stato inciso nel mezzo da un'ascia.
Indugiò con lo sguardo su di lui pensando alle generazioni e generazioni di islandesi dalla scorza dura - e di danesi prima di loro - che si erano dati da fare per creare quel tipo. Uomini e donne che strappavano il proprio sostentamento alle misere terre del Grande Nord. Pescatori che inseguivano merluzzi in acque grigie come l'acciaio. Donne che faticavano a tenere in vita i propri figli nutrendoli di pesce secco e zuppa d'avena. E il risultato, alla fine di tutti quegli sforzi, eccolo lì: un clarinettista.

© 2006, Ugo Guanda Editore


L’autore

Alexander McCall Smith, nato e cresciuto in Africa, è professore di diritto presso l'Università di Edimburgo e vicepresidente della commissione per la genetica della Gran Bretagna. Prima di creare la serie che vede protagonista la signora Ramotswe e la sua Ladies' Detective Agency N. 1, McCall Smith ha scritto molti libri di altro genere. In Italia sono usciti Le lacrime della giraffa, Morale e belle ragazze, Un peana per le Zebre e II tè è sempre una soluzione. Con Il Club dei filosofi dilettanti si inaugura una nuova serie ambientata a Edimburgo, che ha come protagonista Isabel Dalhousie.


17 febbraio 2006