Ellen Feldman
Il ragazzo che amava Anne Frank

“Io non sono come loro, ho gracchiato.
Nel senso che non è ebreo?
Nel senso che rifiuto di vivere nel passato. Non ne parlo. Non ci penso mai.
Quando la mia mente torna indietro, si ferma alla plancia da sbarco della nave da cui sono sceso.”


Ci sono dei verbali che registrano quello che è avvenuto a tutti gli abitanti della casa al 263 di Prinsengracht a Amsterdam, ad Anna e Margot, alla signora Frank e a Fritz Pfeffer, ai coniugi van Daan e a Otto Frank, l’unico sopravvissuto. Solo di Peter van Daan non si sa niente, si pensa che sia morto durante la marcia della morte dal campo di Auschwitz a Mauthausen nel maggio 1945. Ma, e se non fosse morto? Che cosa avrebbe fatto se fosse scampato al genocidio? E’ quello che prova ad immaginare in questo romanzo la scrittrice e giornalista americana Ellen Feldman.
E la vita di Peter inizia una seconda volta quando lascia l’enorme cimitero che è diventata l’Europa ed arriva in America: a differenza di molti ebrei, non ha bisogno di modificare il suo cognome, si chiama Van Pels, ha un chiaro suono olandese, perfetto per una città che, dopotutto, ha preso il nome da Amsterdam. In una pagina del diario Anna scriveva che Peter le aveva detto che per lui sarebbe stato più semplice essere cristiano dopo la guerra, ed è su questa assunzione che si basa la storia della Feldman: sulla carta di identità di Peter non è indicata la sua religione, è finita la marchiatura nazista della J di “Jude”, la circoncisione è una pratica igienica diffusa anche tra i gentili in America, Peter rinuncia a far parte del popolo eletto. E fa strada nel mondo: grazie al suo cognome passe-partout riesce a diventare impresario edile con un socio ebreo, ha una prima storia d’amore con una ragazza ebrea che, paradossalmente, si rifiuta di sposarlo proprio perché dice di non essere ebreo, ne sposa la sorella, ha due bambine. E poi - è il 1952 - perde la voce.
Nel 1952 fu pubblicato il diario di Anna Frank - ci vuole un po’ di tempo prima che Peter, in cura da uno psichiatra, metta a fuoco di aver visto quel libro tra le mani della moglie, la sera prima di perdere la voce.
Abbiamo letto tanto sull’Olocausto e sulle sue vittime, sul senso di colpa dei sopravvissuti e sull’impossibilità di vivere ancora dopo Auschwitz- le pagine della Feldman affrontano il quesito della colpa da un’altra angolazione. Non c’è la domanda, ‘perché io sono vivo?’, ma piuttosto, ‘condanno i miei cari a una seconda morte se li rinnego?’. Ed è giustificato un silenzio che non accusa, per proteggere dall’orrore chi non lo ha conosciuto?
La certezza di Peter di comportarsi al meglio per tutti coloro che gli sono vicini viene scossa da due episodi in apparenza marginali, dopo i quali Peter non può più tacere: il diario di Anna viene portato sul palcoscenico e adattato ad un film, e, in entrambe le versioni, c’è una scena in cui il padre di Peter ruba del pane. Suo padre non aveva mai fatto, non avrebbe mai fatto una cosa del genere: perché si deve compiacere così il basso gusto del pubblico? E, quando Peter decide di farsi rimuovere dal braccio il tatuaggio con il numero, il medico gli dice, “Il suo è un tatuaggio comune, come ce ne sono tanti”.
Se proviamo un leggero disagio iniziale perché la scrittrice ridà vita non a un personaggio fittizio di romanzo ma ad una persona che è veramente vissuta non solo sulle pagine, lo superiamo presto continuando la lettura, condividendo il dilemma di Peter, contenti di aver prolungato la sua vita, anche se solo in un libro.

Di Marilia Piccone

Il ragazzo che amava Anne Frank di Ellen Feldman
Titolo originale: The Boy who Loved Anne Frank
Traduzione di Elisabetta De Medio
255 pag., Euro 16,00 - Corbaccio (Narratori Corbaccio)
ISBN: 88-7972-730-3

Le prime righe

Prologo
13 agosto 1946

Nulla lo distingueva dalla folla, se non il fatto che non voleva farsi notare. Ma questo non si capiva, guardandolo. Apparentemente, era uno tra i tanti giovani che nel dopoguerra si facevano largo a spallate sotto le insegne al neon, fiancheggiando i tanti spettacoli invitanti. Era scarno e aveva lo sguardo famelico. S'indovinava che non era del posto dal modo in cui osservava i cerchi di fumo che si levavano dalla scritta Carnei sopra di lui, ma neppure questo lo rendeva speciale. Nelle belle sere d'estate, Times Square era piena di turisti.
Ci aveva messo un anno ad arrivare lì. Sì, era passato proprio un anno, settimana più settimana meno, da quando aveva visto l'immagine di un marinaio americano su una copia sgualcita di Life che baciava un'infermiera in camice bianco con un appassionato casquè. Il marinaio aveva appena sentito l'annuncio del presidente Truman che i giapponesi si erano arresi. Quella foto gli aveva detto dove sarebbe andato. Ecco un paese dove le uniformi erano innocenti come i vestiti dei bambini. Ecco una città dove la gente poteva urlare la propria gioia dai tetti. Ecco un luogo dove l'amore l'avrebbe sedotto con un casquè.
Le aureole immacolate dell'ingegnosità americana si levavano in una O perfetta dalla bocca del fumaiolo, una dopo l'altra. Sapeva come funzionavano, perché sulla nave aveva fatto amicizia con un membro dell'equipaggio che aveva tempestato di domande durante tutta la traversata. Gli anelli avevano un diametro di tre metri e non era fumo, ma vapore raccolto dal sistema di riscaldamento dell'edificio e immagazzinato in un serbatoio dietro l'insegna. Ogni quattro secondi, uno stantuffo faceva uscire il vapore dall'apertura. Che paese, che popolo, ad applicare l'ingegno a simili scopi!
E adesso era uno di loro. Quando quella mattina era sbarcato sul molo era un giovane immigrato, un profugo di guerra, un espatriato. Quando un'ora dopo era uscito dalla dogana, era un americano. E non aveva nemmeno dovuto mentire. Era bastato stare zitto. Come aveva fatto per più di due anni, settecentocinquantatré giorni per la precisione.
Ssst. Non dire niente. Non muoverti. Potrebbero sentirti.

© 2006, Casa Editrice Corbaccio


L’autrice

Ellen Feldman è giornalista per il New York Times e American Heritage. Oltre a Il ragazzo che amava Anne Frank ha scritto Lucy. Vive a New York.


17 febbraio 2006