La biografia


Alberto Bevilacqua
Il Gengis

“Il ragno era la risposta alla domanda: quale animale poteva dirsi simbolo dei due Gensis, quello storico, perso nel tempo, che non si toglieva mai il cimiero alato con il diavolesco pennacchio nero, e l’altro, contemporaneo, che avrebbe pagato una cifra per poterselo mettere almeno una volta, quel cimiero, non per gloria guerresca, o forse anche per quella, ma per nascondere, agli occhi dei maligni, la mancanza di una folta, turbinosa capigliatura mongola?”

La volontà di potere di Gengis Khan non si fermò di fronte a nulla, neppure i propri familiari furono risparmiati. L’impero più vasto che mai fosse stato visto sulla faccia della terra doveva essere suo. Ma la sua vocazione in origine non doveva essere quella, così come è accaduto per molti protagonisti del Novecento e di questo spiraglio di XXI secolo con ambizioni in qualche modo paragonabili. Arrivò al suo immenso e terribile potere grazie alla propria volontà e all’assoluta mancanza di scrupoli morali, oltre che (ma in qualche modo secondariamente) per nascita.
E proprio un Gengis privo di etica e di remore è il protagonista di questo romanzo decisamente allusorio di Bevilacqua. Un Gensis che si è fatto da sé, che sa rivendere la propria immagine, che condiziona chi gli sta accanto, che ha una folle e sete di potere, dotato di un’ironia perfida e di una grande capacità di manipolare la realtà a suo favore.
In più interviste Bevilacqua ha dichiarato di non essersi ispirato a nessun politico in particolare, tanto meno a qualche protagonista dell’attualità. L’idea iniziale, lo spunto per questo romanzo è nato negli anni Settanta e si è evoluto nel tempo. Che poi la descrizione del suo protagonista si adatti all’attualità sembra più essere un fatto di preveggenza politica e culturale che di analisi a posteriori.
La storia si apre con una situazione sentimentale dai toni drammatici che vede coinvolti il Gengis nelle vesti di potente e feroce seduttore, Tommaso, un disegnatore e vignettista satirico di successo, intellettuale introverso e umorale e una donna, la sua ormai ex compagna, volubile e bellissima: Pupe. Pupe, un nome che non sembra affatto casuale: un omaggio evidente dello scrittore a un grande amore, quello per Romy Schneider (come dimenticarla ne La Califfa?), che con questo nome era stata splendida protagonista di Il lavoro, episodio di Boccaccio ‘70 firmato da Luchino Visconti. Pupe che si sfila le scarpe e le fa volare con due colpi, come Romy aveva fatto in quel film, Pupe, superficiale e viziata, che si disinteressa di politica, per poi avvicinarvisi con lo stesso sciocco atteggiamento che la giovane donna de Il lavoro, leggera e meravigliosa nei suoi abiti Chanel, aveva nei confronti del lavoro e del danaro.
Ecco dunque l’essenza della storia come Bevilacqua stesso ci racconta nella Postfazione: “il potente e il bastonato”. Tommaso è un uomo sincero, che amava veramente Pupe e il figlio di lei, Duccio. E il Gengis cerca in ogni modo di annientare non solo questi affetti, portandogli via entrambi, ma anche le sue relazioni lavorative e personali, arrivando a minacciarlo direttamente alla maniera del suo omonimo antico: la sua testa decapitata sarà mostrata in cima a un palo. È solo un collage fotografico, ma il senso è chiaro. Così come è chiara la contromossa di Tommaso, un vignettista in grado di disegnare il Gengis come un cane famelico che azzanna un mappamondo: “fauci spalancate, testa deformata nelle fattezze del crudele guerriero mongolo, sotto il cimiero alato con il diavolesco pennacchio nero. La scritta spiega: ‘La dieta vegetariana del Gengis Càn’!”. Dal successo di questa rappresentazione parte la rinascita personale di Tommaso che il lettore aspetta, desidera, vuole, perché non può, non deve averla vinta un uomo che “si ha il sospetto che creda in Dio perché si sente Dio”.
Da non perdere, infine, la Postfazione cui abbiamo già accennato: un ricordo affettuoso e intenso di Benito Jacovitti, che lo istigò a proseguire nella scrittura di quello che era solo un abbozzo in poche paginette e che è, come tutti avranno notato, l’autore dell’immagine di copertina.

Di Giulia Mozzato

Il Gengis di Alberto Bevilacqua
225 pag., Euro 17,00 - Einaudi (Supercoralli)
ISBN: 88-06-18041-X

le prime pagine
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Il Gengis aveva saccheggiato la vita di Tommaso

È una notte d'inverno. Nella camera da letto di Tom-maso e Pupe, il Gengis scruta da una finestra buia:
- Brutta notte, - annuncia girando la testa. - Brutta.
Indossa un cappotto scuro di ottimo taglio, che sma-grisce la sua figura massiccia. Ora si muove annusando la camera, spinto da un'inquietudine di possesso inappagato. Da appagare subito. E chiaro che si diverte a ricalcare le orme di Tommaso, la cui assenza lo eccita. Un'assenza che colma la camera. Sul pavimento, una valigia di Pupe fatta a metà, fra altre già pronte.
Pupe siede sulla sponda del letto. E tesa. Scruta il Gen-gis con l'atteggiamento di chi, al tempo stesso, scruta den-tro i propri pensieri. Si limita a registrare, con un'estra-neità apparente, le mosse dell'uomo. Tutto preordinato, inevitabile. Il Gengis va a passarle una mano fra i capelli, ma lei, con una brusca scossa della testa, si libera del suo gesto indifferente.
- Rilassati, Pupe. Cosa ti preoccupa? Che il tuo Tomma-so possa tornare da un momento all'altro? - Ride, con una risata delle sue, aggressive e insincere: - Tranquilla. L'ho spedito in capo al mondo. Per l'insigne umorista, Festival dell'Umorismo, a Pechino. C'è proprio da ridere, è il caso di dirlo.
Il guardaroba è aperto. Il Gengis si scruta allo specchio, dove si riflette Pupe. Anche la sua occhiata è un avverti-mento. Passa quindi in rassegna i vestiti di Tommaso: fru-ga, valuta, commenta scuotendo il capo. Gli abiti non sono di buon taglio. Nessuna traccia di eleganza, semmai di uso prolungato:
- Dall'abito si vede il monaco. Guarda qua... Roba me-diocre, a pennello per un uomo mediocre. Il tuo Tommaso non era certo un maestro di eleganza.
Pupe si limita a rispondere:
- Non ha mai tenuto all'eleganza. Non si curava del-l'apparenza... E poi perché ne parli al passato, come se fos-se morto ?
- Perché, da questa notte, per certi aspetti lo è. Non ti pare?
Sopra il guardaroba, il gatto Gioacchino spalanca gli occhi fosforescenti. Segnale di allerta. Nella fila degli abi-ti, grigia e uniforme, spiccano le chiazze di colore, vivaci, stravaganti, di un costume clownesco. Stupefatto, il Gengis non si raccapezza:
- E questo cos'è? Il tuo Tommaso lo metteva quando si esibiva al circo? Non ci teneva all'apparenza, dici. Ma all'appariscente sì, mi pare di capire.
- Gliel'ha confezionato Armani in persona, che gli era amico e lo stimava come artista. Perfetta imitazione del primo costume di una maschera storica: Arlecchino... - Pupe è sarcastica col Gengis: - Lascia perdere. La fanta-sia non fa per te. E quel costume è il simbolo della fantasia che ti manca... Tommaso lo indossava quando andava a ri-cevere premi e riconoscimenti. Ne ha presi tanti. Diceva: se premiano la mia anima da Arlecchino, è giusto che mi vesta di conseguenza.
Il Gengis, spiazzato, non ha la battuta pronta per ri-battere. Risponde a caso:
- Era... Indossava... Diceva... Lo vedi? Anche tu ne parli come se già fosse morto. E poi Arlecchino, come di-cono, era servo di due padroni, mentre il tuo Tommaso è stato servo di un padrone solo: il sottoscritto.
Si compiace del proprio disprezzo:
- Uno che scarabocchia vignette, sgorbi e svolazzi, tu o chiami artista? Non è un artista. È un guitto da quat-tro soldi.
- Ma di questo guitto ti sei servito. Sei stato tu ad as-sumerlo al tuo giornale. E per averlo in esclusiva, non lo pagavi certo quattro soldi.
Al Gengis piace che Pupe non sappia reprimere sfoghi di rabbia nei suoi confronti. Lo eccita. Eccita la sua logi-ca, priva di fantasia ma non di calcolo:
- I suoi sgorbi piacciono alla gente, la divertono. Ecco perché. E la legge di mercato deve tener presente che ogni simile ama il suo simile. Anche la gente, il cosiddetto po-polo, categoria sociale tramontata da un pezzo, è un'adu-nata oceanica di mediocri. Tuttavia, l'importante è man-tenere la categoria nella sua mediocrità, facilmente sugge-stionabile e col cervello a disagio. Altrimenti come la si tiene a rimbecillirsi per ore davanti alla televisione, come si guadagna un pienone elettorale?

© 2005 Giulio Einaudi editore

Gli autori
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Alberto Bevilacqua narratore, poeta e regista cinematografico, ha pubblicato i ro-manzi La Califfa, Questa specie d'amore, L'occhio del gatto, I sensi incantati e La polvere sull'erba. Tra i li-bri più recenti Tu che mi ascolti e le poesie Tu che mi ascolti. Poesie alla madre, Viaggio al principio del giorno Viaggio al principio del giorno, Attraverso il tuo corpo.




10 febbraio 2006