Lars Saabye Christensen
Il fratellastro

“Poi si tolse la giacca e si sdraiò nella bara. Incrociò le mani sul petto e restò lì, fermo immobile, con gli occhi spalancati. Mi sembrò che diventasse più cereo, e più magro anche, come se le guance gli si incavassero e il volto gli si afflosciasse.”

Ogni persona ha un luogo che gli appartiene, a cui è legato da un vincolo che lo identifica con esso - è quello che dice Barnum, il protagonista narrante del romanzo dello scrittore norvegese Lars Christensen Il fratellastro. E la soffitta, dove tutto è iniziato e tutto avrà una chiarificazione finale, è il luogo di Vera, e di Fred, il “mezzo fratello” di Barnum, perché è lì che Vera è stata stuprata l’8 maggio 1945, il giorno in cui è finita la guerra in Norvegia.
Alla soffitta ritorna Fred, quando si fa rinchiudere dal fratello in una bara - strano ragazzo solitario, dislessico e marchiato come “ritardato” oltre che come figlio bastardo, con magari un padre tedesco. Nella soffitta trasformata ormai in un appartamentino andrà a vivere Vivian con il bambino che Barnum non riconosce come suo, in un ricorrere di temi in questo grandioso romanzo di impianto tradizionale che racconta la storia di tre generazioni di donne la cui vita è segnata da un destino comune. Sono tutte donne che hanno incontrato un “uomo della notte” che le ha lasciate con un figlio prima di scomparire: il tanto amato Wilhelm ha lasciato la nonna (“la Vecchia” che era stata un’attrice del cinema muto) incinta di Boletta prima di imbarcarsi per l’Artico senza fare più ritorno; non si sa chi sia l’uomo che ha messo incinta Boletta; del suo assalitore Vera ha visto soltanto che ha nove dita e, quanto ad Arnold Nilsen che la sposa e diventa il padre di Barnum, quello è il più enigmatico “uomo della notte”, che c’è e non c’è, dice che la sua mano destra è stata polverizzata da una granata tedesca, scompare e riappare con dei soldi. Arnold Nilsen ha lavorato in un circo: ecco perché ha dato il nome di un circo famoso a Barnum che erediterà da lui la bassa statura. E il luogo di Arnold Nilsen è la camera dei misteri che lui affitta in una pensione per tutto il tempo in cui è sposato con Vera, fino alla morte. Ci sono altri leit motiv che servono da collante nel romanzo: “la Lettera” prima di tutto, l’unica e l’ultima scritta dal mitico Wilhelm dalla terra dei ghiacci e delle nevi e del sole di mezzanotte. È la ricchezza della famiglia, la prova delle loro origini, letta e riletta ad alta voce, tanto che sia Fred sia Barnum la sanno a memoria. E poi il cinema a cui è legata la carriera della Vecchia e che diventerà l’espressione dei sogni di Barnum, quando inizierà a scrivere sceneggiature, e, insieme al cinema, il circo di Arnold che ha per motto, Mundus vult decipi, il mondo vuole essere ingannato: ma qual è il vero inganno? Quello che va in scena o la vita stessa?
Il racconto di Barnum inizia, tra i fumi dell’alcol, in un presente in cui è in gioco l’ingaggio per una sceneggiatura e torna indietro alle origini di tutto nella soffitta, all’apparizione di Arnold seduto su un cuscino sulla Buick nera, l’adorazione di Barnum per il mezzo fratello, l’astio che questi sente per il patrigno e infine l’amicizia del “microbo” Barnum con il grasso Peder e la taciturna Vivian, la ragazzina nata “in” un incidente che aveva sfigurato la madre, proprio come Fred che era nato “da” un incidente che aveva ridotto la madre ad un mutismo di nove mesi. E, forse, il tema intorno a cui si aggirano le vicende di questa saga norvegese è l’attesa - attesa di un uomo, marito, padre, fratello, figlio; attesa della luce, di un futuro che si realizzi, di una vita più piena e felice. L’attesa beckettiana di tutti, che non ha mai fine.

Di Marilia Piccone

Il fratellastro di Lars Saabye Christensen
Traduzione di Giovanna Paterniti
724 pag., Euro 19,00 - Edizioni Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN 88-8246-529-2

Le prime righe

“Grazie mille!”
Ero in punta di piedi. Mi allungai il più possibile e presi il resto, venticinque centesimi. Esther si sporse dallo stretto sportello, mise la mano grinzosa tra i miei riccioli biondi e ve la lasciò per un po’; non che a me facesse particolarmente piacere, ma non era nemmeno la prima volta, perciò cominciavo a farci l’abitudine. Già da un pezzo Fred ci aveva dato le spalle: si era cacciato in tasca il sacchetto di zucchero candito e dal modo in cui si allontanava si capiva che era furibondo per qualcosa. Fred era furibondo e niente avrebbe potuto agitarmi di più. Strusciava le scarpe sul marciapiede come per aprirsi un varco, la testa incassata tra le alte spalle aguzze, quasi procedesse contro un vento forte e dovesse usare tutte le sue forze anche se era un tranquillo pomeriggio di maggio, un sabato per di più, e il cielo sopra Marienlyst, terso e blu, rotolava lento, come un’enorme ruota, verso i boschi dietro la città. “Fred ha ricominciato a parlare?” bisbigliò Esther. Annuii. “Che cosa ha detto?” “Niente” risposi.

© 2005, Edizioni Guanda


L’autore

Lars Saabye Christensen, nato nel 1953, vive a Oslo ed è uno dei maggiori autori norvegesi contemporanei. Tradotto in tutto il mondo e vincitore di numerosi premi letterari, tra cui il Nordic Prize 2002, è romanziere e poeta.


3 febbraio 2006