La biografia


Steven Hayward
La mitzvah segreta di Lucio Burke

Da qui in poi l’avventura di Lucio e Ruthie avrebbe potuto seguire i binari consueti su cui si muovono queste vicende. Un primo bacio, un secondo bacio, poi la solita storia. E ci è mancato poco che andasse proprio così. Se la settimana successiva Dubie Diamone non si fosse tranciato l’indice della mano destra, forse tutto sarebbe finito con un bel “vissero per sempre felici e contenti.

La mitzvah segreta di Lucio Burke: nelle tre parole del titolo è già racchiuso il nocciolo di questo romanzo dello scrittore canadese Steven Hayward. Perché “mitzvah” è una parola ebraica che significa “buona azione”, Lucio è chiaramente un nome italiano e Burke è un cognome irlandese: sono ebrei, italiani e irlandesi i protagonisti della storia ambientata a Toronto negli anni Trenta. Immigrati dal Vecchio Mondo in cerca di fortuna o per sfuggire a persecuzioni religiose o alla fame, ebrei, italiani e irlandesi formano delle comunità legate dal disprezzo di chi li circonda ed è nativo del posto - vengono chiamati kikes, wops, mangiapatate -, forniscono mano d’opera sottopagata, mantengono stili di vita, abitudini e tradizioni dei paesi che hanno lasciato. E così nel soggiorno della casa di Lucio troneggia una statua di S. Bonorio, venerato dalla nonna che crede ciecamente nei suoi miracoli, gli italiani mangiano pasta condita con aglio e olio, mentre Asher Diamond paga Lucio perché sia il suo “shabbes goy”, il ragazzo “gentile” che adempie tutti i piccoli compiti che gli ebrei hanno la proibizione di fare il sabato, come accendere la luce o preparare un caffè.
C’è una cosa che questi immigrati hanno accettato del nuovo paese: il gioco del baseball. Ed è il baseball che serve da filo conduttore e da collante per le piccole vicende del romanzo, ad iniziare dalla straordinaria quanto casuale battuta di Lucio Burke (figlio di madre italiana e padre irlandese) che colpisce l’uccello che si era impadronito degli occhiali di Bloomberg, il ragazzo che aveva lanciato la sfida. Mentre nascono le più fantastiche dicerie sull’uccello abbattuto da Lucio, questi diventa all’improvviso un eroe, ricercato dalla bella Ruthie, rossa di capelli e di fede politica, amata anche dall’amico, l’ebreo Dubie Diamond.
Per un certo verso La mitzvah segreta di Lucio Burke è un romanzo di formazione, la storia di un’amicizia tra tre ragazzi che - in uno di quei racconti che diventano leggenda dopo essere stati ripetuti centinaia di volte - sono nati, a distanza di poche ore, sullo stesso tavolo da cucina, sotto gli occhi curiosi della piccola Ruthie e di sua sorella, e che poi insieme scoprono l’amore e le pene dell’amore. Ma è anche l’affresco storico di un decennio di fermenti: volano gli insulti antisemiti, sventola sullo stadio la bandiera con una svastica gigantesca, l’ultima grande partita termina in uno scontro violento anticipatore di guerra, ronzano le macchine da cucire su cui si piegano le docili ragazze che la battagliera Ruthie invita a scioperare, Mussolini paga il viaggio di ritorno agli italiani che vogliono partecipare alla manifestazione fascista, la parola “comunismo” fa paura, si parla di Sacco e Vanzetti…
C’è anche un epilogo del romanzo, un’occhiata sul futuro che aspetta i protagonisti: Ruthie morirà di tubercolosi, di Lucio resta una foto scattata il D-Day, Dubie Diamond è il nonno dello scrittore stesso: abbiamo letto una storia vera, insaporita dalla fantasia.

Di Marilia Picone

La mitzvah segreta di Lucio Burke di Steven Hayward
Titolo orginale: The secret mitzvah of Lucio Burke
Traduzione di Marco Bosonetto
344 pag., Euro 16,00 - Instar Libri (I Dirigibili n. 16)
ISBN: 88-461-0073-5

le prime pagine
------------------------
Prologo

Questa è una storia vera. Me l'ha raccontata mia nonna, e immagino che per lei fosse una specie di storia d'amore, la storia del primo incontro con mio nonno un pomeriggio d'agosto dopo una partita di base-ball. Era il 1933 e la partita si giocava a Toronto. Pochi secondi dopo l'ultimo lancio un gruppo di ragazzi mescolato tra gli spettatori aveva srotolato un’enorme bandiera con la svastica. Ne erano seguiti dei disordini, e nel bel mezzo dei disordini si erano conosciuti i miei nonni. Tutte le volte che mi raccontava di quel giorno, o meglio di quei giorni, mia nonna sembrava convinta che non ci fosse modo di spiegarmi
Com'era la vita allora, per questo inseriva nella sua narrazione una gran quantità di materiale estraneo: date da tempo dimenticate, storie di cucitrici, nomi e descrizioni fisiche di gente morta. E non c’è dubbio, a volte si sbagliava. Tra le cose su cui si sbagliava c’era il nome di una delle squadre di baseball.
— Non giocavano i Lizzies — le dissi una volta. — II St Peter’s sì, ma i Lizzies no, non c'erano. C'era la squadra dell'Harbord Street Playground.
— Aspetta di avere la mia età, — mi rispose — e capirai.
Nella maggior parte dei casi non ho cambiato una virgola; questa è la sua storia, e io la racconto come la raccontava lei, con tutto quello che si è inventata o immaginata.
Prima di leggerla, però, dovete sapere che molte cose sono vere.
È vero che per un breve periodo, nell'estate del 1933, si videro per le strade di Toronto giovani che sfoggiavano il simbolo della svastica. È vero che esisteva un circolo, chiamato Swastika Club, che si produsse in azioni pubbliche e ben pubblicizzate di violenza antisemita. È vero, infine, che durante una partita di baseball al campo di Christie Pits scoppiarono dei disordini che si estesero a tutta la città.
Però nulla dimostra che a quell'evento abbiano presenziato mia nonna, Lucio Burke o mio nonno, che pure ha giurato e spergiurato fino alla morte che lui c'era, in qualità di allenatore di una squadra di baseball che, per quanto mi è dato sapere, quel giorno a Christie Pits non giocò. Forse, allora, sono proprio io il primo a non credere a questa stona.
Ma vi dirò questo: finché non me ne ha parlato mia nonna, io non sapevo niente di quel giorno a Christie Pits. Sembrava impossibile che una vicenda del genere fosse successa a Toronto. Ero convinto che i nazisti, come i miracoli, esistessero solo altrove. Così credo di avere chiuso il cerchio. Se alla fine ho deciso che il racconto di mia nonna non è credibile, devo confessare che lo scetticismo mi accompagnava già dal’inizio, perché non pensavo che una cosa come i disordini di Christie Pits potesse accadere, potesse mai essere accaduta, nella mia placida, immancabilmente educata Toronto.

© 2005 Instar Libri

L’autore
------------------------

Steven Hayward è nato a Toronto nel 1970. La sua raccolta di racconti Buddha Stevens and Others Stories ha vinto l’Upper Canada Writers’ Craft Award. Vive a Cleveland, dove insegna alla John Carrol University.




27 gennaio 2006