Tiziano Tarli
Beat italiano
Dai capelloni a Bandiera Gialla

“E il mio lavoro non consisteva nel dare manate sulle spalle, neanche nel fare fumate di hascisc o scopate in tenda, ma consisteva nel capire e trasmettere (quando ne ero capace) i significati politici e sociologici, le speranze e anche le delusioni e i disastri esistenziali delle energie generazionali che mi circondavano”

Fernanda Pivano



Questo saggio racconta il fenomeno del beat italiano nel periodo dal 1964 al 1969 descrivendo i suoi caratteri fondamentali e i personaggi che ne furono protagonisti.
Cos’è il Beat? Il primo a parlare in modo ufficiale di beat generation è John Clellon Holmes, nel 1952 in Go, considerato il primo racconto beat, e in un articolo pubblicato dal New York Times, dal titolo "This is the Beat Generation". In questo articolo Holmes usa il termine beatness, spostando etimologicamente la comune traduzione di beat (battuto, sconfitto). Beatness come neologismo di beatitudine. Anche Kerouac parlerà di beati. È l’oscurità che precede l’illuminazione. Questo movimento generazionale è stato attraversato da molti fenomeni: le religioni orientali, la filosofia zen, la vita on the road, l’uso di droghe, Rimbaud, Baudelaire, la guerra in Vietnam, i movimenti pacifisti e per i diritti civili, i reading, Bob Dylan e Joan Baez, Londra, l’India…
In Italia sono due le principali forme espressive secondo l’autore: la musica beat e il movimento dei capelloni. Il nostro paese si sveste del suo provincialismo e accoglie le novità del mondo. Certo non senza una sorta di conservatorismo borghese. I “capelloni” sono visti come ragazzi poco raccomandabili. I giovani fanno proprie abitudini giunte dai paesi anglosassoni. Anche in Italia come a Londra, nascono le prime boutique ispirate alla moda hippy. Primo fra tutti il negozio di Elio Fiorucci in piazza San Babila a Milano. Londra in questi anni è la “swinging city”, oscilla, si muove (swing) verso il futuro. Nascono i primi locali dove si può suonare e ascoltare la nuova musica. Il capostipite è Il Piper Club di Roma (e poi Milano), fondato da un ex avvocato, Alberto Crocitta. È un posto dove incontrarsi e dare libero sfogo alla propria personalità. Sul palco del Piper si sono esibiti Patty Pravo (la ragazza del Piper), Caterina Caselli, l’Equipe 84, i Corvi. Ma oltre ai grossi locali anche piccoli club, bar, cantine, piazze e strade offrivano ai giovani occasioni di ritrovo. A Milano nella bella stagione il quartiere di Brera, a Roma Trastevere e Campo de’ Fiori. Anche la stampa specializzata si accorge del nuovo fenomeno culturale. I primi periodici pensati per i giovani arrivano in edicola nel 1963. Sono “Ciao Amici” e “Giovani”. Ma è “Big”, nel 1965 a rivelare per impostazione grafica e formato i caratteri propri del Beat. Indimenticabile la rubrica Sveglia, ragazzi!, dove di settimana in settimana, la redazione lanciava i suoi editoriali.
Questi sono anche gli anni delle manifestazioni musicali che attraversano e uniscono la penisola. Primo fra tutti, il Cantagiro, una gara concepita sul modello del Giro d’Italia. Tante tappe, classifiche di gradimento che vanno via via modificandosi. Spostamenti obbligatoriamente in macchina, perché la gente desiderava vedere i cantanti passare. E non pochi furono gli scherzi e i gavettoni subiti dagli artisti. E poi la radio. Fino ad allora la nuova musica arrivava nelle case attraverso Radio Luxembourg e Radio Veronica. Renzo Arbore e Gianni Boncompagni si inventano Bandiera Gialla, una trasmissione in cui si parlava un linguaggio nuovo, svecchiato.
La seconda parte del volume contiene le schede dei principali protagonisti della scena beat: Antoine, Camaleonti, Caterina Caselli, Corvi, Lucio Dalla, Equipe 84, Ricky Gianco, Giganti, New Dada, Gian Pieretti, Patty Pravo, Quelli, Ribelli, The Rokes.

Di Francesco Marchetti

Beat italiano. Dai capelloni a Bandiera Gialla di Tiziano Tarli
222 pag., Euro 14,00 - Castelvecchi (Quadra n. 6)
ISBN: 88-7615-098-6

Le prime righe

Introduzione

Perché un libro sul Beat, o meglio, sulla musica beat italiana? Probabilmen-te perché essa ha rappresentato un punto di svolta, sia sociale sia culturale, grazie a tutte le sue stelle, ai suoi modi, ai luoghi, al linguaggio e allo spirito di ribellione, in un'Italia uscita in pezzi dalla Seconda Guerra Mondiale, con ancora sul groppone tutte le proprie contraddizioni e tabù. La musica beat si presentò come elemento nuovo e meraviglioso, capace di svecchiare una società immobile sulle sue tradizioni sociali, affatto curiosa, anzi, contrariata da tutto ciò che rappresentava novità e cambiamento. Forse non fu una «pietra miliare», durò solo qualche anno, ma fu senza dubbio una lucente meteora che illuminò le menti assopite di una generazione di giovani, spenta e inconsapevole di quanto bello fosse l'essere «ragazzi», ragazzi nello spirito, e non solo bambini cresciuti o adulti imberbi.
La sorprendente forza della musica beat risiedeva nella sua forte comunicatività e nella sua ingenua schiettezza. E se in qualche modo la si può considerare rivoluzionaria, e non solo dal punto di vista musicale, è perché riuscì a creare nuovi gusti, tendenze, movimenti di aggregazione, persino a ottenere conquiste sociali. Grazie al Beat i benpensanti iniziarono a preoccuparsi, le colonne dei giornali si riempirono di articoli che si domandavano cosa stesse succedendo, denunciando «l'abbrutimento» civile causato da flipper, jukebox e nuovi generi musicali. I ragazzi scappavano di casa, stanchi degli atteggiamenti autoritari e delle incomprensioni delle famiglie, e anche l'abbigliamento diveniva fonte di preoccupazione, tanto che in alcune scuole italiane venne proibito l'uso del blue-jeans.

© 2005, Alberto Castelvecchi Editore


L’autore

Tiziano Tarli (San Benedetto del Tronto, 1975) musicista, storico e conoscitore della cultura beat, è il cantante-chitarrista della rock band Sweepers.


27 gennaio 2006