La biografia


Knut Hamsun
Un vagabondo suona in sordina

“A me pare che non sia più la stessa fino d’allora, ha risposto. Deve continuare a vivere, naturalmente, ma forse non ha più ritrovato l’armonia. Io queste cose non le capisco, ma è l’armonia che conta, secondo me. Certo, può magiare e ridere e dormire, e tuttavia…”

Knut Hamsun (1859-1952) è uno di quegli scrittori la cui fama è in un certo qual modo oscurata dalla sua aperta adesione all’ideologia nazista ed è un vero peccato che il lettore si avvicini alle sue opere con qualche reticenza e pregiudizio, perché fin dalle prime pagine di ogni suo romanzo appare chiaro al di fuori di ogni dubbio che il premio Nobel a lui conferito nel 1920 non sia che una conferma del suo merito (a differenza di altre assegnazioni molto discusse e a volte addirittura inspiegabili).
Ne Il vagabondo suona in sordina (prima data di pubblicazione 1909) ritorna Knut Pedersen, la voce narrante di Sotto la stella d’autunno, sulla soglia della mezza età, ingrigito, con la barba e un aspetto dimesso. “Un vagabondo suona in sordina quando raggiunge il mezzo secolo di vita. Allora si mette a suonare in sordina”, dice il protagonista per spiegare il suo ritorno alla fattoria dove aveva trascorso alcuni mesi in passato. Perché fa di tutto per passare inosservato, per guardare senza essere visto o riconosciuto, come qualcuno che tenga gli occhi bassi per celare un lampo di giovinezza e di desiderio. Anni prima Knut Pedersen aveva amato la bella Lovise, moglie del capitano Falkenberg, il padrone della fattoria dove ora Knut cerca lavoro stagionale. E adesso assiste allo svolgersi di un dramma domestico: c’è un’atmosfera godereccia alla fattoria che trabocca di ospiti allegri che bevono più di quanto sia consentito, Falkenberg sembra intendersela con un’altra donna mentre sua moglie Lovise- per ripicca, per rabbia, per gelosia, per solitudine- si concede ad un giovane corteggiatore. Scapperà con lui in città per ritornare poi a casa, ancora più infelice (“ha perso ogni armonia” dice di lei un altro fattore), con sensi di colpa incrementati dal marito. C’è anche un figlio in arrivo. Nel momento sbagliato e del padre sbagliato.
Non può che finire tragicamente la storia di una donna adultera all’inizio del ‘900 - non diversamente da quelle di Emma Bovary o Anna Karenina. Possiamo propendere per una spiegazione o per un’altra di quanto accade, ma non ne siamo certi, come non siamo mai certi di nulla in tutta la narrazione che è un canto polifonico in sordina - un insieme di voci sussurrate che riferiscono, commentano, osservano, fanno domande e rispondono, elaborano supposizioni. Al centro c’è lui, il vagabondo che non dimentica il passato, intorno ci sono la cameriera che spia la padrona, gli altri servitori, il fattore, ognuno con la sua parte di verità, con frammenti di discorsi origliati o sentiti, scritti senza segni di interpunzione o virgolettature, creando così l’impressione di un flusso di coscienza con anticipo rispetto a Joyce o della Woolf.
Sullo sfondo, la grandiosa e solitaria natura della Norvegia, specchio della solitudine dei personaggi. Con una vena crepuscolare di malinconia per il tempo che passa.

Di Marilia Piccone

Un vagabondo suona in sordina di Knut Hamsun
Titolo originale: Ev vandrer spiller med sordin
Traduzione di Fulvio Ferrari
207 pag., Euro 13,00 – Edizioni Iperborea
ISBN: 88-7091-141-1

le prime pagine
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PROLOGO

Di sicuro d sarà abbondanza di frutti di bosco, quest'anno. Mirtilli rossi, bacche di moretta e di camemoro. Per carità, non che si possa campare a frutti di bosco. Però è bello che siano lì, tra l'erba: è un piacere guardarli. E a volte danno anche un po' di ristoro, quando hai sete e fame.
Stavo pensando a questo, ieri sera.
Ci vorranno ancora due o tre mesi prima che le ultime bacche dell'autunno siano mature, lo so. Ma la terra dà anche altre gioie, oltre alle bacche. In primavera e in estate le bacche sono ancora soltanto dei fiori, ma ci sono le campanule e i ginestrini, i boschi fitti e senza vento, il profumo degli alberi, il silenzio. Dal cielo viene come il lontano mormorio di un fiume, in tutta l'eternità non esiste suono altrettanto persistente. E se un tordo si mette a cantare, mio Dio, quali altezze può raggiungere la sua voce, e quando è su, al culmine, la melodia disegna all'improvviso un angolo rette, una linea limpida e pura che pare intagliata con il diamante, e torna a cantare su toni più bassi, dolcemente, in modo incantevole. Anche lungo le rive c'è vita: urie, cornacchie e sterne saltellano qua e là; la cutrettola è in cerca di cibo, si muove a scatti, agitando la coda, elegante con quel suo becco lungo, poi si posa in volo su uno steccato e si mette a cantare anche lei. Ma dopo il calar del sole può capitare che uno svasso intoni i suoi malinconici urrà da un nascosto lago di montagna. È l'ultimo. Ora resta solo il grillo. Di lui non c'è niente da dire, non lo si vede e non serve a niente. Sembra che se ne stia 1ì a impeciare l'archetto del suo violino.
Sto qui seduto e penso a tutto questo: che anche l'estate ha le sue gioie per un vagabondo, dunque non c'è ragione di stare ad aspettare l'autunno.
Ora però penso che sono qui a scrivere parole serene su queste cose tranquille, come se mai in futuro dovessi trovarmi in situazioni agitate e pericolose. Non è che un trucco, l'ho imparato da un uomo dell'emisfero meridionale: Rough, un messicano. Tutt'intorno al bordo del suo enorme cappello tintinnavano piastrine d'ottone: già questo basterebbe a ricordarselo. E, soprattutto, ricordo la calma con cui raccontava il suo primo omicidio: Una volta ero innamorato di una ragazza che si chiamava Maria, raccontava Rough con espressione rassegnata. Sì, tra l'altro aveva solo sedici anni, e io ne avevo diciannove. Aveva mani tanto piccole: quando mi ringraziava per qualcosa o mi salutava stringevo le sue dita sottili, ecco com'era. Una sera il padrone se l'è portata via con sé dai campi perché voleva che gli facesse dei lavori di cucito. Non ci si poteva fare niente, e dopo appena un giorno lui l'ha portata di nuovo via con sé dai campi per farsi fare i lavori di cucito. È andata avanti così per qualche settimana, poi ha smesso. Sette mesi più tardi Maria è morta ed è stata sepolta, e sono state sepolte anche le sue piccole mani. Sono andato da suo fratello, Inez, e gli ho detto: Domattina presto, verso le sei, il padrone andrà in città a cavallo, da solo. Lo so, mi ha risposto. Potresti prestarmi il tuo fucile piccolo, ho detto io, così domani potrei sparargli. Lo adopererò io, ha risposto. Poi per un po' abbiamo parlato d'altro, del raccolto e di un grande pozzo nuovo che avevamo scavato. Quando me ne sono andato ho preso il fucile dal muro e me lo sono portato via. Nel bosco Inez mi stava alle calcagna gridandomi di aspettare. Ci siamo seduti e abbiamo parlato ancora di questo e di quello, e dopo un po' Inez si è ripreso il facile e se ne è tornato a casa. La mattina seguente mi sono fatto trovare di buon'ora al cancello per aprirlo quando il padrone sarebbe uscito, e Inez era tra i cespugli. Gli ho detto: vattene via di qui, altrimenti saremmo in due contro uno solo. Lui ha le pistole nella cintura, e tu cos'hai? mi ha chiesto Inez. Niente, ho risposto, però ho un peso di piombo in mano, e questo non fa rumore. Inez ha voluto vedere il piombo, è rimasto un attimo a riflettere, poi ha annuito e se ne è andato. Ed ecco che arriva il padrone a cavallo: era tutto grigio, vecchio, doveva avere almeno sessant'anni. Apri il cancello! mi ha gridato. Ma io non l'ho aperto. Deve aver pensato che fossi ammattito. Mi ha colpito con la frusta, ma non ci ho fatto caso. Così è stato costretto a smontare e ad aprirsi il cancello da sé. Allora gli ho dato il primo colpo, vicino all'occhio, aprendogli un buco. Oh, ha detto, ed è caduto a terra. Gli ho detto qualcosa, ma lui non capiva, qualche colpo ancora ed era morto. Aveva un bel po' di soldi in tasca, ho preso quel poco che mi serviva per il viaggio, poi sono montato a cavallo e me ne sono andato. Inez era in piedi sulla porta quando sono arrivato a casa sua. Ci sono solo tre giorni e mezzo di qui al confine, mi ha detto.
Rough mi ha raccontato i fatti a questo modo, ed è rimasto tranquillo a fissare il vuoto dopo avere finito.
Io non ho omicidi da raccontare, ma gioie e sofferenze e amori. E l'amore è violento e pericoloso quanto un omicidio.
Tutti i boschi sono verdi ormai, ho pensato stamattina mentre mi vestivo. Guarda, la neve si scioglie sulle montagne, ovunque le bestie scalpitano per uscire dalle stalle, e le finestre delle case sono spalancate. Mi sbottono la camicia e lascio che il vento mi soffi contro, mi sento posseduto dalle stelle, da un'intima irrequietezza, è come tanti anni fa, quando ero giovane e più impetuoso di adesso. Ci sarà forse un bosco, penso, a est o a ovest di qui, dove un vecchio può sentirsi bene quanto un giovane. È lì che andrò.

© 2005 Iperborea

L’autore
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Knut Hamsun (1859-1952) è uno dei più grandi scrittori norvegesi, Nobel nel 1920, autodidatta, dedito a mestieri di ogni sorta, segue con scarso successo la vocazione letteraria fino alla rivelazione con Fame, nel 1890, che segna una svolta nella letteratura europea




13 gennaio 2006