Enrico Borla ed Ennio Foppiani
Losfeld. La terra del Dio che danza

“Tre le parole afferrate in questo gorgo, tre tracce sui mille sentieri dagli infiniti occhi.
La prima fra le parole è Losfeld, il dove, la seconda è Ganzfeld, il come, la terza è Waldgänger, il chi.”


Losfeld, termine di origine fiamminga, che si potrebbe tradurre con le perifrasi: terra di nessuno o selvaggia campagna abbandonata. Un territorio precipuamente liminare, quindi, che evoca una instabile geografia dell’erranza, ovvero suggerisce l’abbandono di ambiti familiari per il rischio di misurarsi con l’ignoto, o con l’inconscio – se vogliamo – che è figura archetipica della caoticità emozionale, la quale si giustappone al cosmo razionale, alla modalità tipica d’un Occidente da sempre volto a colonizzare/organizzare e/o dominare il mondo (quello delle passioni incluso).
Non a caso gli autori di questo saggio sono entrambi medici psicoterapeuti, avvezzi ad attraversare o far attraversare ai pazienti la “terra di nessuno” del Losfeld, che però, se frequentato con velleità di mero controllo/governo, sfugge ahinoi puntualmente alla nostra brama di signoria. Il problema allora è: come accostarsi al nonluogo per antonomasia, quello della psiche - o anima, detta con bella voce latina - ossia al disagio (nevrosi) ed alla stessa malattia mentale (psicosi), senza da un lato bonificare/violentare culturalmente il Losfeld e dall’altro senza smarrirsi in esso, perdendosi?
Enrico Borla e Ennio Foppiani lo denunciano senza mezzi termini: negli ultimi decenni l’analisi psicologica “ha voluto illuminare a giorno le tortuose vie della psiche” illudendosi o sperando di estirparne ogni macula. Un vero e proprio abbaglio intellettuale: hybris, tracotanza prima ancora che errore. Certo il primo, se non l’esiziale tra i motivi che hanno ingenerato la crisi o quanto meno il declino della psicoanalisi. Eppure, notano i nostri due autori, giusto il territorio del setting - la stanza e l’ora dell’analisi -, luogo e tempo del lavoro psicoterapeutico, è topos quanti altri mai favorevole per una proficua opera di esperienza del proprio Losfeld; per aprirsi all’autenticità e perciò inevitabilmente al mutamento/rinnovamento.
Ma attenzione, ammoniscono Borla e Foppiani, alla non affatto scontata ovvietà del fatto che l’analisi si fa in due. Nel senso che sia il medico che il paziente hanno da mettersi a nudo spogliandosi soprattutto dagli apriorismi dogmatici e dalle incrostazioni culturali per poter attraversare/abitare il Losfeld evitando le sabbie mobili di fraintendimenti paralizzanti/fuorvianti. Ma non basta; il j’accuse dei due saggisti è perentorio: gli psicoterapeuti hanno in primo luogo da essere non già “contabili del facile guadagno” bensì infaticabili compagni di viaggio d’una calata agli inferi, il cui accudimento va condotto mediante generosa e compassionevole empatia, sempre rimanendo coerenti “con la propria vita”. Solo così l’opera caritatevole dell’accompagnare l’altro alla ricerca del suo Sé può esercitarsi con profitto. Non dunque psicoterapia come mero consolamentum: pratica lenitivo-sedativa in sostituzione di questo o quello psicofarmaco per eliminare i sintomi sgradevoli di fobie, ansie o depressioni; non scappatoia dalla responsabilità di essere se stessi, o peggio ancora officina di riparazione psichica per riconformare i diversi ad una normalità stereotipata.
Analista ed analizzando sono infatti coloro i quali paradossalmente “si accingono a deviare dal comune sentire, dal conformismo dell’uniformità gregaria” attraverso un dialogo fecondo di agnizioni e trasformazioni. Primo passo: interrogare (si badi: non abolire) “la sofferenza di chi è disancorato dalle proprie radici, dal suo essere uomo, dalla necessità che la sua essenza esige”. No, non credono né alludono ad alcuna consolatoria o esorcistica scorciatoia psicoterapeutica Borla e Foppiani. Essi anzi ribadiscono il compito più arduo di un odierno curatore d’anime: far prendere atto a chi gli sta davanti della necessità - ineludibile alla salvezza psichica - di percorrere senza bussole, amuleti o stelle fisse all’orizzonte quella regione inquietante, caotica, spesso dolorosa ma pure salutifera che è il Losfeld: alla fin fine terra della libertà, dell’autenticità e della speranza.

Di Francesco Roat

Losfeld. La terra del Dio che danza di Enrico Borla ed Ennio Foppiani
205 pag., Euro 14,00 - Moretti & Vitali, 2005 (Amore e Psiche n. 24)
ISBN: 88-7186-286-4

Le prime righe

“Il tempo sgocciola via in ruscelli di parole. Occorre, a volte, appigliarsi ad alcune di queste, cristallini istanti di immobilità, nella folle corsa giù per i gorghi che vorticano veloci verso il mare destinale. Per questo si scrive. Tre le parole afferrate in questo gorgo, tre tracce sui mille sentieri dagli infiniti occhi.
La prima fra le parole è Losfeld, il dove, la seconda è Ganzfeld, il come, la terza è Waldgänger, il chi. Suoni aspri, suoni giunti dalle lontane pianure che discendono dalle boscose pendici del nord verso le aride steppe dell’oriente e poi oltre le bianche montagne fino alle foreste pluviali dell’antica India; suoni che evocano la libertà delle terre selvagge, steppe e selve percorse da uno spirito primitivo che dimora nei boschi e nelle radure e permane immutato nella psiche di uomini al tramonto delle Terre del Tramonto. Tre parole per ricordare e definire l’eterna ricerca d’Orizzonte”.

© 2005 Moretti & Vitali


13 gennaio 2006