Milton Hatoum
Due fratelli

“La sfilata in uniforme di gala era stata il commiato di Yacub: un piccolo spettacolo per la famiglia e la città. Alla scuola dei preti ci fu una cerimonia in suo onore: ricevette due medaglie e dieci minuti di elogi, e inoltre fu lodato da latinistici e matematici. I religiosi sapevano che il loro ex alunno aveva un futuro; a quell’epoca, Yacub e tutto il Brasile sembravano avere un futuro promettente. A non brillare affatto fu l’altro, il Piccolo, lui sì un essere impenetrabile per i preti e per i laici…”

Pochi mesi fa una commissione di giornalisti e critici brasiliani ha definito questo romanzo la miglior opera narrativa del Paese degli ultimi quindici anni.
La lettura così è stata pregiudizionalmente favorita da questo giudizio che però, fin dalle prime pagine, ho avvertito come sicuramente motivato.
Un’opera dai colori e dai sentimenti forti, passioni violente che devastano i personaggi fragili e che procurano un’infelicità irrisolvibile nei più solidi.
La vicenda è attraversata dall’odio inestinguibile che contrappone due fratelli, due gemelli, divisi fin dalla nascita da una diversa attenzione della madre: quello giudicato più debole, fisicamente troppo delicato, Omar detto il Piccolo, viene protetto da un amore eccessivo, sempre complice di ogni piccola o grande mancanza.
L’altro, Yacub, subisce fin da piccolissimo questo minore affetto della madre tanto che, quando era ancora un ragazzino, viene mandato lui solo (il padre voleva allontanare entrambi i gemelli, ma la madre era riuscita a trattenere Omar) nella terra d’origine dei genitori, il Libano, da dove lo si vede ritornare, silenzioso sedicenne, dopo cinque anni.
Taciturno e chiuso in sé Yacub, cova un sordo rancore per quella separazione che lo farà sentire sempre estraneo alla casa (tranne che alla domestica Domingas) pur non dimostrando mai un’esplicita conflittualità nei confronti di genitori o fratelli, determinato com’è a dimostrare la sua superiorità intellettuale e comportamentale rispetto al gemello. Ben diverso il comportamento di Omar: rissoso, gonfio d’invidia per il gemello migliore, più serio e responsabile, si comporta in modo perennemente dissoluto, sempre tutelato dal dolente e distruttivo affetto della madre.
La storia nelle sue varie evoluzioni viene raccontata da una voce esterna a queste dinamiche: è il figlio di Domingas, la domestica india, che a mano a mano che la vicenda si evolve appare invece sempre più direttamente coinvolto in questa famiglia nata sul travolgente amore dei genitori. Strano che da tanto amore sia poi sorto un odio assolutamente implacabile: sono proprio i sentimenti estremi quelli che dominano, positivi o negativi, tutti i personaggi di questo bel romanzo.

Di Grazia Casagrande

Due fratelli di Milton Hatoum
Titolo originale: Dois irmãos
Traduzione di Amina Di Munno
222 pag., Euro 15,00 – Tropea (Le gaggie)
ISBN: 88-438-0461-8

Le prime righe

Zana dovette lasciare tutto: il quartiere del porto di Manaus, la strada in discesa ombreggiata da manghi centenari, il luogo che per lei era vitale quasi quanto la Biblos della sua infanzia: la piccola città del Libano che ricordava ad alta voce vagando per le stanze impolverate fino a perdersi nel giardino, dove le fronde del vecchio albero della gomma facevano ombra alle palme e al frutteto coltivati per più di mezzo secolo.
Vicino al portico, l'odore dei gigli bianchi e quello del figlio più piccolo si mescolavano. Allora lei si sedeva a terra, pregava dentro di sé e piangeva, anelando il ritorno di Omar. Prima di abbandonare la casa, Zana vedeva l'immagine del padre e del marito negli incubi delle ultime notti, poi avvertiva la presenza di entrambi nella stanza in cui avevano dormito. Durante il giorno la sentivo ripetere le parole dell'incubo: «Loro sono qui, mio padre e Halim sono venuti a trovarmi... sono in questa casa» e guai a chi ne dubitasse con una sola parola, un gesto, uno sguardo. Lei immaginava il divano grigio della sala in cui Halim lasciava il narghilè per abbracciarla, ricordava la voce del padre mentre parlava con barcaioli e pescatori al Manaus Harbour, e lì sotto il portico ricordava l'amaca rossa del Piccolo, il suo odore, il corpo che lei stessa spogliava nell'amaca dove lui finiva le sue nottate. «So che un giorno tornerà» mi diceva Zana senza guardarmi, forse senza sentire la mia presenza, con quel viso che era stato così bello e ora era cupo, afflitto. Sentii la stessa frase come una preghiera bisbigliata, il giorno in cui lei scomparve nella casa deserta. La cercai per ogni dove e la ritrovai solo verso sera, stesa su foglie e ramisecchi di palma, il braccio ingessato sporco, pieno di escrementi di uccelli, il viso gonfio, la gonna e la sottoveste bagnate di urina.
Non la vidi morire, non volli vederla morire. Ma seppi che qualche giorno prima della sua morte, coricata nel letto di un ospedale, aveva sollevato la testa e chiesto in arabo in modo che solo la figlia e l'amica quasi centenaria capissero (e per non tradirsi): «I miei figli hanno fatto pace?». Aveva ripetuto la domanda con la forza che le rimaneva, con il coraggio che una madre affranta trova nell'ora della morte.
Nessuno aveva risposto. Allora il viso quasi senza rughe di Zana era svanito; lei aveva voltato ancora la testa dall'altra parte, in cerca dell'unica finestrella sul muro grigio, dove si spegneva un pezzo del cielo crepuscolare.

© 2005 Gruppo editoriale il Saggiatore


L’autore

Milton Hatoum, nato a Manaus nel 1952, è stato professore di letteratura alla Universidade Federal do Amazonas e visiting professor di letteratura latinoamericana alla University of California. Il suo primo romanzo, Ricordi di un certo Oriente, è apparso in Italia nel 1992 (Garzanti). Due fratelli è stato pubblicato anche in Portogallo, Stati Uniti, Inghilterra, Olanda, Francia, Germania, Spagna e Libano. Entrambi hanno vinto il prestigioso Premio Jabuti. In Brasile Milton Hatoum ha appena pubblicato il suo nuovo romanzo.


13 gennaio 2006