La biografia


Marta Morazzoni
Un incontro inatteso per il consigliere Goethe

“Vogliamo dire che le case sentono? Avvertono quando è scoccato il momento del congedo, e manifestano il loro stato d’animo? Partecipe! Sicuro, in fondo è del loro destino che si parla, del loro futuro o della decadenza. Una casa sa se la guardano con occhio restauratore o demolitore.”

Il racconto, si sa, è il banco di prova di uno scrittore, perché necessita di una stesura concentrata, di uno svolgimento serrato, senza mai un cedimento, e di un linguaggio essenziale, preciso, immediato. Poiché lo stile di Marta Morazzoni ha sempre queste caratteristiche – non per nulla il suo fortunatissimo libro d’esordio, “La ragazza col turbante” era una raccolta di racconti – non stupisce che ritorni felicemente alla misura della novella, che ha oltretutto una tradizione illustre nella nostra letteratura, anche se invece i lettori italiani di oggi vi sembrano meno inclinati: tanto più vanno quindi segnalati questi esempi eccellenti, per far riconciliare il pubblico con tale tipo di “fast reading”, se così possiamo definirlo, intendendo con questo segnalare che chi ha poco tempo per leggere, come succede ai più, dovrebbe trovare soddisfazione nel poter concludere una storia in una volta sola, senza doverla diluire col rischio di perdere il filo.
Non sono soltanto queste considerazioni pratiche, ovviamente, a consigliare il libro, anche perché si tratta di racconti complessi e articolati, non semplici storie, ma confronti e scontri che hanno come palcoscenico “quel guazzabuglio del cuore umano” per dirla col Manzoni, autore molto vicino alla mente e alla penna di Marta Morazzoni.
Cominciamo dall’ultimo racconto, perché è quello che dà il titolo al libro: siamo in un’atmosfera da “conte philosophique” nel lungo dialogo notturno tra due anziani viaggiatori casualmente in sosta a una locanda sulla strada del passo del Bernina. Uno è sua eccellenza Goethe, all’apice della sua fama, l’altro è il poeta Lorenzo Da Ponte, il misconosciuto librettista dei capolavori di Mozart (cui la scrittrice, melomane, ha dedicato un racconto anche nella “Ragazza col turbante”). Abituato a essere incensato, Goethe si comporta con circospetta condiscendenza, ma viene suo malgrado coinvolto in un affilato duello verbale sull’arte e sulla vita.
Due fratelli scapoli invecchiati sotto l’egida di una madre tirannica sono i protagonisti di “Rue Miromesnil”, che ci riporta alle atmosfere di “Il caso Courrier”: la tragedia che esplode dietro la facciata di normalità e abitudini, in una casa che diventa simbolica proiezione della paura di vivere.
La casa come protagonista occulta delle vite di chi ci abita, è al centro anche dei primi tre racconti, che costituiscono una sorta di sequenza tra la costruzione di una casa per la famiglia da parte di un mediatore agricolo, e la sua vendita da parte della nipote. Nel primo racconto, la costruzione di una villa mette in crisi i rapporti familiari per le differenze di obiettivi e di mentalità. Cinquant’anni dopo, programmando la vendita della villa, la nipote può sognare una nuova vita libera e affettivamente ricca. Il terzo racconto è un inquietante intermezzo in cui la villa funge da testimone di una tragedia negata, un guscio che si richiude sull’infelicità familiare.

Di Daniela Pizzagalli

Un incontro inatteso per il consigliere Goethe di Marta Morazzoni
210 pag., Euro 14,60 - Longanesi (La Gaja scienza n. 769)
ISBN: 88-304-1984-2

le prime pagine
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LA CASA

Sistemarono la camera ardente nello spazio vuoto del garage e il feretro venne portato lì dalla prima mattina: era più comodo per i visitatori che così non dovevano salire le scale di casa, e più comodo per il trasporto definitivo, già a piano strada. Il genero si offrì per il primo turno di veglia. Seduto accanto ai ceri, intravedeva dal bordo della cassa ancora aperta il profilo tirato del defunto, i baffi che parevano lisi dalla fatica della malattia. Con un moto istintivo portò la mano alla tasca della giacca e tirò fuori il pacchetto delle sigarette, ne aggiustò una tra le dita e la stava accendendo, quando gli venne in mente che non doveva confondere il suo con il fumo delle candele. Rimise via tutto con un notevole sforzo di volontà, non poteva nemmeno leggere per distrarsi dalla voglia di fumare. Guardò meglio il volto del suocero. Era la prima volta che vedeva quegli occhi feroci, pungenti riposare nel sonno. Se così si può dire. «Povero diavolo!» considerò, prendendosi una confidenza insolita con l'uomo che lo aveva tenuto a distanza per tutti gli anni della loro convivenza. «Chiuso dentro una cassa, dentro una camera ardente, dentro la casa. La sua. Una scatola cinese, povero diavolo!»
Da lì dov'era, avvolto nei paramenti neri, della sua casa non avrebbe potuto vedere niente, neanche un pezzetto di intonaco bianco. Ancora bianco perché i muri non avevano che un anno di vita.
Il fratello maggiore del defunto arrivò abbastanza presto. Fu il primo. Si accostò al feretro, scosse la testa disapprovando, poi senza dire una parola, solo un cenno muto al vivo che vegliava, salì con fatica le scale che portavano in casa. Era lievemente claudicante, una poliomielite quand'era piccolo lo aveva segnato e gli aveva lasciato però anche il carattere dispotico dei bambini cui la mamma riserva troppa attenzione. Si sedette al tavolo di cucina, appoggiando il bastone dietro lo schienale della sedia, e si guardò intorno. La cognata gli offrì un caffè, senza insistere: « Se vuoi, è già fatto. È quello di questa mattina », e lui scosse la testa rifiutando. Entrò subito in medias res:
«Io glielo avevo detto. Non fare una cosa simile, non metterti in ballo con questa storia. Non fa per noi. La tua casa ce l'hai. I tuoi figli, ci penseranno loro quando sarà il momento. Cosa ti ammazzi tu di lavoro oggi, che poi loro se la godono domani... senza fare fatica. E senza ringraziarti». Tirò un sospiro a mezzo del discorso solitario: « E invece si è voluto ammazzare. Testa dura! Sempre così». Peggio per lui non lo disse in esplicito, ma ce l'aveva sulla punta della lingua e affondato nel cuore. Quel che è difficile spiegare, dedurre da una tale arringa è l'affetto profondo che sta dietro e dentro tanta ruvidezza di argomenti, soprattutto spiattellati sul muso sofferente della famiglia. La vedova lo ascoltava senza una lacrima negli occhi e non ne aveva asciugata alcuna da che il marito l'aveva lasciata per sempre, dimenticandosi di lei già da giorni, quando l'agonia lo aveva chiuso in una assoluta concentrazione che escludeva il mondo. La figlia invece segnalava la sua disperazione con un codice molto chiaro. Lo zio, guardandola entrare in cucina con occhi e naso rossi, penso con una con punta di cattiveria che doveva essere il rimorso ad arrossarla. «Ti dico solo due cose: primo, non farlo, secondo, non farlo fare a tua figlia.» Ricordava perfettamente quante volte glielo aveva cantato questo motivo, e l'altro ostinato, ostinato fino alla rovina.

© 2005 Longanesi & C

biografia dell'autrice
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Marta Morazzoni è nata a Milano nel 1950 e vive a Gallarate, dove insegna lettere in una scuola superiore. Laureata in filosofia con Remo Cantoni alla Statale di Milano, ha tenuto rubriche di critica teatrale su riviste specializzate. Il suo primo libro, La ragazza col turbante, ha avuto uno straordinario successo critico in Italia e all'estero, dove è stato tradotto in nove lingue. Analogo consenso hanno ricevuto i volumi successivi, usciti, come il primo, da Longanesi: L'invenzione della verità (premio selezione Campiello), Casa materna (premio selezione Campiello), L'estuario, Il caso Courrier (premio Campiello), al quale è stato attribuito in Gran Bretagna l'Independent Foreign Fiction Award 2001, e Una lezione di stile. La ragazza col turbante, L'invenzione della verità, Casa materna, II caso Courrier e Una lezione di stile sono disponibili anche in edizione TEA.




2 dicembre 2005