Cristiano Cavina
Nel paese di Tolintesàc

“Come molti miei coetanei, ero uno degli ultimi cresciuti in mezzo a gente che parlava in dialetto, e quello era il genere di parola che assomiglia a una miccia, una cosa da niente che riesce a innescare una bomba.
Una mina inesplosa fatta brillare dalla mano di un bambino dispettoso.
Tolintesàc.
L’avevo sentita ovunque, pronunciata da ogni tipo di persona.”


Se una delle caratteristiche delle nostre campagne è la narrazione orale, se la sera fino a non molti anni fa (e in tanti posti ancora oggi), anziani e giovani si ritrovavano d’inverno intorno al camino e l’estate seduti davanti alle case a raccontarsi storie un po’ vere e un po’ inventate, tramandando inconsapevolmente l’antica arte dell’affabulazione, se infine le famiglie patriarcali, realtà ancora presente nelle campagne italiane, tengono saldo il rapporto tra le generazioni proprio grazie al gusto del narrare, il secondo romanzo di Cristiano Cavina nasce di certo da questo contesto.
È infatti dal lungo racconto di nonna Cristina che il nostro protagonista conosce la storia italiana del Novecento così come l’hanno vissuta e interpretata i vari membri della sua famiglia e i tanti compaesani che in qualche modo entrano in relazione con i parenti che ha conosciuto o con quelli che se ne erano andati prima che lui nascesse. L’unico periodo che viene taciuto, perché non ci sono parole per dirlo è la guerra: “la guerra diventava un buco nero, un binario morto in una stazione fuori mano; uno spazio vuoto, un salto di riga nel bel mezzo di un libro”.
Poi la frenesia della ricostruzione del dopoguerra, con i palazzi che spuntavano dalle macerie in un attimo, le cooperative e le serate a veglia. E ancora la nascita della “zia Bella” e di quel maschiaccio di sua madre, gli anni Cinquanta, i grandi cambiamenti del boom, fino al successo sociale: uno zio capocameriere al Grand Hotel di Rimini che dopo anni, non si sa il perché, ritroveremo “eroico” vigile, quindi venditore di biciclette, e poi proprietario di boutique per rivederlo infine eremita in una roulotte. Anche a Purocielo, il paese in questione, arrivano gli echi del Sessantotto e le elezioni di quell’anno che avevano infiammato gli animi con tanto di scommesse nei bar) vedono riconfermata la giunta comunista che aveva governato il paese dal ‘46. Ecco le pagine dedicate agli anni Settanta dove è collocata la nascita del protagonista. Tanti dei personaggi indimenticabili di cui nonna Cristina aveva narrato le imprese se ne erano andati per sempre, ma continuavano a popolare la fantasia del bambino che cresceva in quella strana famiglia, in un luogo che sarebbe sempre stato abitato da tutte le persone che i racconti della nonna avevano reso vive per sempre.
La passionalità è una delle caratteristiche dell’animo romagnolo, in politica come in amore, facile all’ira e alla riconciliazione, portato alla trasgressione e al gioco, sempre un po’ anarchico, sempre irriverente, insomma profondamente e allegramente libero. Così le tante figure che vivono in questo paese, così felliniane nella loro stravagante umanità, diventano parte di una grande famiglia che condivide sangiovese, balli serali e amori rubati e che, anche quando “si avviano”, modo garbato e rassicurante per definire la morte, non scompaiono mai del tutto: magia della parola (di una in particolare, Tolintesàc) che sa rendere eterno l’irrequieto estro dello zio Varo, l’energica determinazione di nonna Cristina, lo stravagante comportamento sentimentale di nonno Gustì (ma quanta saggezza nel commentare la notizia della gravidanza della figlia con un semplice “E che sarà mai”!), le cure magiche e gli esorcismi caserecci dell’Eremita di Valdifusa, lo zio Tarzan eroico nei suoi centocinquanta centimetri di altezza…

Di Grazia Casagrande

Nel paese di Tolintesàc di Cristiano Cavina
262 pag., Euro 14,00 - Marcos y Marcos (Gli alianti n. 128)
ISBN: 88-7168-276-9

Le prime righe

Gustì era molto vecchio, quando incominciò a morire. Nessuno della famiglia Baracca aveva mai superato i settanta.
Solo suo fratello Mario c'era andato vicino.
Gli mancavano tre mesi esatti quando si sdraiò all'ombra del grande ciliegio di fronte ai recinti di Bigiuno, dove pascolavano i cavalli che aveva allevato per tutta la vita.
Non si rialzò mai più.
Lino, un cugino di parte materna, rinomato fra le ballerine del centro sociale Le colonne per il suo passo nella mazurka e i capelli alla Amedeo Nazzari, si era fermato a sessantaquattro anni e cinque mesi, ruzzolando da una sedia a casa di una vicina che gli stava preparando il caffè.
Un malore improvviso, si disse poi.
In realtà, nessuno di loro è mai morto.
I vecchi, almeno qua, non muoiono.
Da noi, i vecchi, "i s'avèja".
Si avviano.
Ne ho visti un sacco.
E li ho sempre immaginati vestiti da antichi aviatori, alla Francesco Baracca, che mettono in moto il biplano con un energico spintone alle pale dell'elica.

© 2005 Marcos y Marcos


L’autore

Cristiano Cavina è nato a Casola Valsenio, in provincia di Ravenna, nel 1974. Cresce con la mamma e i nonni materni in "un apparta-mento striminzito" delle case popolari: si traveste da pirata a carnevale, si sfianca sul campo di calcio, macina chilometri e chilo-metri in bicicletta. Ascoltando i racconti dei vecchi, sviluppa una passione viscerale per le storie: i libri diventano presto la sua secon-da casa. Senza esagerare con gli studi e lavorando dove capita, attraversa incolume gli anni bui e comincia a sua volta a raccontare.Vince qualche concorso letterario; il racconto II Babbo Natale di Viale Neri arriva prima compare nell'antologia II quarto re magio edita da Marcos y Marcos nel 2002, accanto ad autori come Pasolini e Tondelli. Pochi mesi, dopo esce Alla grande. Grazie all'accoglienza molto favorevole della critica, e all'entusiasmo dei librai, Alla grande ha toccato da vicino moltissimi lettori. Cristiano Cavina si alza all'alba per correre lungo il fiume e torna a scrivere appena può.


18 novembre 2005