La musica che abbiamo attraversato
A cura di Ranieri Polese

“Alla fine, lui scrisse per l’ultima volta. Scrisse che fra loro era andata come ‘in quella canzone di Leonard Cohen’ ma, com’era sua abitudine, si guardò bene dal citare il titolo. Era questo che irritava la signorina N.N. da una vita: va bene la telepatia e va bene la quest, va bene che ti sto sempre dietro, ma di quale dannata canzone di Cohen si trattava?”.

Da: Come in quella canzone di Leonard Cohen di Silvia Ballestra

Un tuffo da batticuore quello che si fa lanciandosi in queste pagine e nuotando tra le note… Ecco, citerà la “mia” musica, i “miei” anni: è inevitabile un po’ di sana autobiografia da parte del lettore immerso nel fascino di questi interventi raccolti da Ranieri Polese!
Si tratta di un pot-pourri di immagini, suoni e parole veramente ricco e variegato, che unisce più sensazioni nella lettura: il piacere del testo, quello delle illustrazioni e quello della colonna sonora che riusciamo a costruire leggendo, accennando mentalmente (e inesorabilmente) quel motivetto che ci piace tanto (o che semplicemente conosciamo bene) mentre lo vediamo citato.
Partiamo divertendoci con Adriano Sofri che ci racconta la storia di Piange il telefono secondo la sua interpretazione (ricordando che “ci sono persone, anche fior di malviventi, cui viene la pelle d’oca appena la risentono, come con l’Inno di Mameli”), e ci offre poi alcune gustose notizie e considerazioni sul tema.
La voce di Lou Reed ancora parte dei Velvet Underground nell’album omonimo è invece al centro dei ricordi con forte spessore drammatico di Wim Wenders, che cita espressamente una canzone tra le tante, Some Kinda Love, per raccontare un periodo della sua vita, tra compagni d’avventura politica che hanno intrapreso strade pericolose e non sono tornati (“gli amici che vanno e ritornano indietro” cantava più ottimisticamente De Gregori a metà degli anni Settanta) e altri, “salvati dalla musica”, anzi “dal rock’n’roll”: citazione proprio da un testo di Lou Reed, fatta dal regista molti anni fa, che è stata fonte di imprecisioni e fraintendimenti qui finalmente chiariti.
Torniamo a divertirci con Roddy Doyle che, partendo da un’ammissione di ignoranza, fa compiere al lettore un veloce quanto completo viaggio tra i compositori classici contemporanei di grandissimo livello come Arvo Pärt, Philip Glass, Steve Reich, Michael Nyman, Henryk Górecki, John Tavener... non riesco a fermarmi perché tutti sono eccelsi. E se avete letto Una faccia già vista scoprirete con sorpresa che non è Louis Armstrong la colonna sonora di quella scrittura, e neppure Duke Ellington o Cab Calloway, bensì Different Trains di Steve Reich.
Molto bello anche il capitolo firmato da Alberto Tonti che indica (la scelta è opinabile e personalissima, come tutto in questo libro) le 50 copertine, una per anno, che dal 1956 hanno segnato l’evoluzione del gusto nella grafica e nell’immagine dedicata all’oggetto disco.
E poi i testi di scrittori come Silvia Ballestra, che racconta la storia della signorina N.N. e di monsieur Tenebra, che “come in quella canzone di Leonard Cohen”… sarà Waiting for the Miracle? Humbled in Love o Ain’t No Cure for Love?
Gianluca Morozzi in un pezzo divertentissimo parla della musica e dei musicisti nati sulla via Emilia, dai CCCP Fedeli alla linea ai CSI (loro trasformazione), da Ligabue a Guccini, dai Modena City Ramblers agli Skiantos, “e Lucio Dalla, e gli Stadio, e Gianni Morandi? e Vasco Rossi? e i Grateful Dead italiani, ovvero i Nomadi?, e…” ma Morozzi ha solo quindici cartelle a disposizione e un lettore immaginario ossessivo e rompiscatole che ogni tanto mentre scrive si materializza alle sue spalle per il puro gusto di dargli fastidio. Converrete con lui che non si può redigere un elenco esauriente e neppure “una conclusione sociologica professionale in condizioni come queste”! Cosa che riesce benissimo a fare invece Marco Santagata parlando di Vasco Rossi nella Laudatio pronunciata l’11 maggio 2005 nell’Aula Magna dello Iulm in occasione del conferimento al cantautore di Zocca della laurea honoris causa. Mentre Gianni Biondillo racconta una storia comune, di formazione, mescolando il senso della vita del giovane Totino, la sua passione musicale e gli atteggiamenti spesso incoerenti della gioventù con i dischi di Battisti, in un crescendo qualitativo forte, intenso.
Avete già trovato la “vostra” musica? Se no, niente paura. I testi dell’Almanacco Guanda sono ancora tanti, ricchi di citazioni e soprattutto di piacere, passione, necessità musicale. Finalmente un inno alla forza e all’importanza della musica (qualunque essa sia) nella vita. Per qualcuno questo varrà solo per un periodo, per altri segnerà tutto il corso dell’esistenza: musica compagna e consolatrice, sottofondo di tristezza o soundtrack gioioso, piacere e nostalgia. Proprio come le 5 canzoni da ricordare che personaggi dello spettacolo e della cultura italiani hanno indicato nella ricca e gustosa intervista che chiude il volume.

Di Giulia Mozzato

Almanacco Guanda (2005). La musica che abbiamo attraversato, a cura di Ranieri Polese
263 pag., ill., Euro 12,90 – Edizioni Guanda
ISBN: 88-8246-869-0

Le prime righe

Ranieri Polese

Sarà la musica del tempo

Fu intorno ai primi anni '80 che le canzoni cominciarono ad avvertire (ad avvertirci) che qualcosa stava cambiando. Percezioni confuse, certo, ma insistenti, ripetute. Del resto, però, nessuno fra gli analisti di politica internazionale, tra gli economisti premi Nobel e i teorici delle trasformazioni sociali seppe prevedere il 1989, l'implosione dell'Unione Sovietica, il crollo del Muro di Berlino, la morte del comunismo, la nascita del mercato globale.
Loro, invece, i cantanti ci dicevano: «Mr. Tamburino, non ho voglia di scherzare/rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare» (Franco Battiato, «Bandiera bianca», 1981, da La voce del padrone); oppure: «How music changes through the years» (Queen, «Radio Ga Ga», 1984, da The Works). Nel 79 i Buggles avevano decretato che «Video killed the radio stars», verso la fine del decennio Raf ci avrebbe chiesto «cosa resterà di questi anni '80». L'idea che ci comunicavano era che ci stavamo avvicinando a uno spartiacque, a una frattura epocale: di qua tutto sarebbe diventato passato remoto, come le canzonette e i divi delle vecchie radio, di là sarebbe arrivato il nuovo, qualunque esso fosse. Poi, con il novembre dell'89 partì la valanga i cui effetti sono ancora lontani dalla conclusione. Di certo, da allora, nulla è più come prima.
Fra nostalgie della gioventù (sempre Battiato, che in «Cuccurucucu», 1981, canta una hit parade dei suoi verdi anni all'istituto magistrale: il mare nel cassetto, le mille bolle blu, il mondo è grigio il mondo è blu; e poi «Lady Madonna», «With a Little Help from My Friends», «Let's Twist Again», «Ruby Tuesday», «Like a Rolling Stone»), citazionismo postmoderno (il video di «Radio Ga Ga» rielabora Metropolis di Fritz Lang) e vaghe attese di mutazioni, la musica di grande ascolto rivelava in quella decade una delle sue più importanti caratteristiche. Quella di essere, come la verità, filia temporis, figlia del proprio tempo. E che perciò, nella sua sopravvivenza, è destinata a ricordarci il momento della sua nascita, le piccole storie legate a chi la ascoltava allora, magari qualche volta la grande storia che sembrò marciare scandita su certi ritornelli («Lili Marleen», «Rosamunda», «In the Mood», solo per citare la colonna sonora della Seconda guerra mondiale). Del '68 ci piace più ricordare le premonizioni di Bob Dylan («The Times They Are A-Changin'» e «A Hard Rain Is Going To Fall») o Jimi Hendrix a Woodstock, 1969, lasciando perdere le lugubri ballate («Contessa», «La locomotiva») che accompagnarono le rivolte italiane.

© 2005 Ugo Guanda Editore


Il curatore

Ranieri Polese è nato a Pisa nel 1946. È inviato per il Corriere della Sera giornale in cui ha diretto le pagine culturali. Tra le sue pubblicazioni, Il film della mia vita (Rizzoli) e la prefazione di Le mie canzoni di Vasco Rossi (Mondadori).


11 novembre 2005