Guido Piovene
Romanzo americano

Si affezionava all'esilio. Senza confessarlo a se stesso, avrebbe preferito tornare in patria in tempi ridiventati normali, quando fosse finita la discussione sui meriti e sulle colpe.

Nel dibattito post-bellico sul rapporto tra cultura e politica Elio Vittorini rispondendo a Palmiro Togliatti difendeva l’autonomia dell’intellettuale dal partito, arrivando a definire l’uomo di cultura che sposa ogni direttiva politica senza fiatare, il “suonatore di piffero della rivoluzione”. Vittorini, insieme a Moravia e Pavese, tra i tanti che potremmo citare, utilizzarono la forma romanzo sperimentandone la forza rappresentativa della realtà sociale. Siamo all’interno di quel movimento che il critico Antonio Bocelli definì nel 1931 neorealismo, e che abbracciò tutta l’arte italiana soprattutto quella visiva (cinema, pittura, fotografia) nel dopoguerra.
Bocelli voleva rendere al meglio l’idea di fondo che usciva da Gli Indifferenti (1929), fortunato romanzo d’esordio di Alberto Moravia. Un romanzo borghese, perché prodotto in quell’ambiente e perché da quell’ambiente provengono i personaggi.
Anche il protagonista di Romanzo americano si chiama Michele come l’apatico personaggio del racconto moraviano. Non è l’unico parallelismo tra i due. Anche questo Michele soffre di una pigrizia prossemica. Anche qui il numero dei personaggi è limitato, recuperando una struttura quasi teatrale della rappresentazione. Certo rispetto a Gli indifferenti Piovene costruisce un “romanzo mentale”. Usa sì la terza persona nella narrazione ma si affretta a recuperare l’indagine psicologica con l’espediente dello scambio epistolare. Le lettere che Michele scrive dall’America alla sua ragazza Giovanna, sono occasione per evidenziare il duello interno al personaggio. Un duello tra la voglia di tornare e l’immobilismo del profugo. Il tema del nostos che Pavese così bene racconta ne La Luna e i falò rimane in incubazione per tutta la durata della storia, fino a trovare sfogo nel finale. Piovene ha scelto di raccontare la storia di un uomo che è scappato dall’Italia. Quindi non è un partigiano, non è un civile, non è un militare o un religioso, che nella sua divisa, casa, montagna trova un motivo per cui resistere e restare. Ma anche lui, e questo viene sottolineato continuamente, ha subito la guerra. Perché anche lui ha rinunciato e pagato con una scelta forzata il prezzo di una dittatura. Rispetto al personaggio moraviano, sconfitto irrimediabilmente, trova nell’amore la via salvifica. È una visione post bellica più positiva. E poi c’è l’America, grande, capace di accogliere, in cui tutti hanno un’origine, italiana, spagnola, irlandese, polacca. In cui tutti devono integrarsi. Dove la parola d’ordine è società. E l’aggettivo d’ordine è buona. L’America incapace di capire gli orrori europei, l’America attaccata a Pearl Harbour che risponde, che si scopre filantropa e poi padrona.
Romanzo americano fu iniziato da Guido Piovene nel 1950, lasciato al suo destino per più di vent’anni e ripreso e concluso tra il 1973 e 1974. Venne pubblicato per la prima volta solamente nel 1979, postumo.

Di Francesco Marchetti

Romanzo americano di Guido Piovene
129 pag., Euro 7,40 - Mondadori, (Oscar scrittori del Novecento n. 1904)
ISBN: 88-04-54977-7

Le prime righe

Michele era sbarcato, anni prima, nel porto di New York. Gli venne incontro il nuovo zio e, non conoscendosi ancora, si guardarono bene in faccia. Michele vide un uomo di mezza età, alto, con i capelli grigiastri un po' trascurati, come del resto anche il vestito; le sopracciglia folte, e gli occhi intelligenti bene aperti dietro gli occhiali; la bocca ripiegata in giù; sottile, il naso lungo ed un po' curvo, e la punta del mento un po' alzata verso di esso. La lieve tendenza del naso e del mento ad andarsi incontro gli dava qualche anno di più, e ricordava che era nato lombardo; come anche una certa amarezza, che si scorgeva in quella faccia, un'amarezza un po' scorbutica, soprattutto guardinga.

© 2005 Arnoldo Mondadori Editore


L’autore

Guido Piovene (Vicenza, 1904 - Londra, 1974), nasce da una nobile famiglia e compie i suoi studi a Milano, laureandosi in Filosofìa. Inizia giovanissimo l'attività di giornalista: corrispondente del «Corriere della Sera » da Londra e da Parigi, poi collaboratore e inviato della «Stampa», che lascerà nel giugno del 1974 per divenire responsabile della sezione culturale e letteraria del «Giornale Nuovo» diretto da Montanelli. L'esordio letterario avviene nel 1931 con i racconti de La vedova allegra; dieci anni dopo raggiunge il successo con il romanzo epistolare Lettere di una novizia. Autore di numerosi altri romanzi e racconti, tra i quali ricordiamo Le stelle fredde (Premio Strega) e Il ragazzo di buona famiglia, Guido Piovene si distinse anche per alcuni saggi politici e morali. Ma il suo testo più letto e meglio riuscito è probabilmente Viaggio in Italia dove l'autore descrive con acume l'Italia dell'epoca.


11 novembre 2005