Antonella Cilento
L’amore, quello vero

“Saverio era bello, alto, con le spalle larghe. Elena si era persa dentro quegli occhi così dolci. Poggiò il viso tra le mani, i gomiti sul tavolo e sospirò. L’amore, l’amore quello vero, quello che non finisce, quello che non passa più…”

Leggo i libri di Antonella Cilento da quando ha iniziato a pubblicarli, la conosco e ci scambiamo talvolta e-mail piacevoli, sempre troppo di rado come accade anche a chi scopre di avere affinità e simpatia ma è travolto dagli obblighi quotidiani. Si parla rapidamente del suo lavoro di insegnante di scrittura creativa, dei laboratori, del suo impegno “sul campo”: basti ricordare l’adesione al progetto di un Presidio del Libro a Scampìa per capire quale possa essere la sua passione civile.
Proprio perché conosco lei e la sua opera, inizio a leggere L’amore, quello vero imponendomi un certo distacco, provando a farlo come se fosse il testo di una sconosciuta al suo esordio. Ma non ci riesco, perché sin dalle prime pagine sento la necessità di interrompermi e comunicare a chi leggerà questa recensione quanto sia trascinante e sempre più matura la scrittura di Antonella. Sento l’esigenza di sottolineare immediatamente quanto sia raffinata la scelta linguistica, con citazioni dialettali appena sfiorate che connotano la scena senza appesantirla mai; quanto sia presente la scenografia napoletana, ma al contempo risulti irrilevante l’essere stati o meno in questa città per comprendere lo spirito di queste storie; come l’amore pervada le pagine con la semplicità del quotidiano, della vita vissuta.
Un filo conduttore, quello della malattia, lega nei primi tratti del racconto che dà il titolo alla raccolta due generazioni, nonna e nipote, che si trovano in epoche diverse a dover affrontare la sgradevole esperienza di un’infezione intima fastidiosa e condizionante nei rapporti di coppia. Poi c’è la superstizione legata all’immagine della Madonna a segnare queste due vite. Elena, la nonna, è sposata con l’ingegnere che sta costruendo la galleria che unirà via Piedigrotta con Fuorigrotta scavando dove si trova l’icona di Santa Maria Odigitria, Nostra Signora del Buon Cammino: un fatto che non può che portare sfortuna. E Valeria, la nipote, è attratta dalla medesima Madonna in modo ossessivo proprio quando si scopre incinta, com’era accaduto tanti anni prima alla sua ava. “L’amore, l’amore quello vero, amiche mie, non passa mai”: è passione struggente, come quella del cantante Onofrio Gioioso, stroncato da un infarto nel 1661, per Margherita, promessa sposa di un altro. L’amore di una madre rassegnata per il figlio dodicenne, Gigino, che altro non può fare che mettere a repentaglio la sua vita seguendo una pericolosissima banda di Scampìa. Quello di due ragazzini giovanissimi, Marielluccia e Arcanillo, che si prendono una giornata di libertà pur sapendo bene che andranno incontro a una punizione… Quindici racconti che parlano d’amore anche quando non sembrerebbe, che raccontano passioni e dolori scatenati in una città, Napoli, che sembra fatta apposta per i sentimenti forti. Una scrittura a volte inquietante a volte più serena, come può esserlo, molto semplicemente, la vita.

Di Giulia Mozzato

L'amore, quello vero di Antonella Cilento
182 pag., Euro 13,50 - Guanda (Narratori della Fenice)
ISBN: 88-8246-862-3

Le prime righe

L’amore, quello vero
1

È mattina. Dall'Ospedale dell'Annunziata vengono voci. Il quartiere è deserto. Nei bar la televisione è già accesa. All'angolo i primi nigeriani fumano, con le valigie di orologi ancora chiuse. Una donna perde dalla sua borsa a rotelle una bottiglia vuota. Valeria guarda l'orologio. Otto e trenta. Entra nell'Ospedale, attraversa il cortile seicentesco, passa sotto i pali innocenti, i gatti scappano. L'accettazione è uno stanzino di venti metri quadri, un neon illumina i mobili di metallo, come a scuola. La Madonna dell'Annunziata è chiusa in un ovale con i garofani freschi davanti, il volto rigido. Valeria la vede e ha un sussulto: si tende, i denti le cominciano a battere. L'infermiera che l'accoglie ha i capelli sporchi:
« Ch'avite fa? »
« Tampone » risponde con un filo di voce.
« Avite i primma addò ginicologo. »
Valeria traduce dal suo italiano al dialetto della donna:
« E addò sta 'o ginicologo? »
Valeria ottiene indicazioni di rampe e di scale. Dentro è tutto di linoleum, c'è puzza di plastica. Si mette nella fila delle donne, ma dopo nemmeno due minuti un'infermiera si affaccia e la chiama:
« Grimaldi? »
« Eccomi. »
Dal ginecologo lei c'è già stata, nello studio privato, ma le analisi si fanno in ospedale. Il dottore va di fretta e non la guarda, saluta a stento. Deve fare almeno venti tamponi in due ore, sarà meglio che apra le gambe subito e non si perda in salamelecchi. Aperte. A guardare il soffitto s'intuisce una ragnatela di crepe. L'infermiera avrà sui quarantenni, le sorride mostrando un dente d'argento.
« Subito facciamo. »
II dottore dev'essere maldisposto stamattina, le infila il tampone e la gratta, a Valeria sfugge un lamento. È il primo tampone che le fa male in vita sua, i tamponi mica fanno male.
«È un dolore breve...» sogghigna l'uomo, ma si vede che non gliene frega niente. Valeria per un attimo pensa l'abbia fatto apposta. La tensione provata nel vedere la Madonna cresce. Mentre s'infila le mutande alza lo sguardo e la rivede, la Madonna dell'Annunziata, qui ritratta in calendario, circondata da pubblicità di salumerie e calzaturifici. Valeria esce dalla stanza a cosce strette, inquieta, riattraversa il corridoio di linoleum, va al laboratorio analisi. I tamponi li deve portare lei. Il laboratorio analisi è nella zona pediatrica, ci sono banchi come a scuola e vecchi macchinari. Per far contenti i bambini qualcuno ha appeso Gatto Silvestro alle pareti. Per un istante Valeria ha di nuovo sei anni, stanno per levarle le adenoidi, è all'Ospedale San Gennaro, grosse mura di tufo, stanze fredde, scale da scendere per mano al chirurgo, i gradini sono alti, è quasi Natale, la stanza dove si opera è buia, anzi: nera. Niente anestesia, solo uno spruzzo che la fa tossire, apri la bocca, lunghe braccine di metallo che le si muovono in gola, le sognerà di notte per anni, sputa adesso, le dicono, c'è una vaschetta a forma di fagiolo, sì: è proprio un enorme fagiolo, che si riempie di sangue, oddio il suo sangue, in sei anni è la prima volta che lo vede, la prima volta della sua vita.

© 2005 Ugo Guanda Editore


L’autrice

Antonella Cilento (Napoli, 1970) ha pubblicato Il cielo capovolto (Avagliano), Non è il paradiso (Sironi) e, per Guanda, Una lunga notte (Premio Fiesole e Premio Viadana, finalista Premio Vigevano e Premio Greppi) e Neronapoletano. Ha fondato e conduce la scuola di scrittura Lalineascritta a Napoli e tiene laboratori di scrittura in tutta Italia. Collabora con «II Mattino», «L'Indice dei libri del mese», «II Sole 24 Ore Sud», «II Riformista». Ha realizzato i racconti radiofonici Voci dal silenzio per Radio 3. Ha scritto numerosi testi per il teatro.


4 novembre 2005