Paolo Crepet
I figli non crescono più

“Una buona parte dei ragazzi di oggi è cresciuta imparando a temere ogni deviazione dallo standard normativo. La norma è interpretata come rassicurazione e ciò conduce all’appiattimento. Forse il benessere ha a che fare con tutto ciò: l’idea che questa comunità abbia realizzato il migliore dei mondi possibili, che non vi sia più nulla di essenziale da desiderare, perseguire, cambiare toglie un elemento fondamentale alla crescita e allo sviluppo, la rabbia.”

Per capire bisogna andare in fondo alle cose, analizzare, ragionare e magari affidarsi a un esperto che fa questo per lavoro, come Paolo Crepet. Quanti genitori sono oggi alle prese con figli, adulti, che non sono cresciuti, che vivono ancora in famiglia, che non si impegnano nel lavoro e nello studio, che hanno scelto di ancorarsi saldamente alla famiglia d’origine e non riescono a costruirne una esterna, propria? Sicuramente moltissimi, perché il problema è davvero diffuso. E oltre a dibatterne tra genitori, colleghi, parenti, non è bene anche prendere in mano un saggio come questo e cercare di capire le motivazioni che stanno alla base di questo sorprendente quanto allargato fenomeno? Un punto di vista che esternamente spiega, comprende, e trova magari qualche via d’uscita a una situazione davvero difficile, senza promettere soluzioni miracolose.
Innanzitutto chiarisce il perché, le radici di questa tendenza comune a tutti i ceti sociali: “Fino a che la famiglia ha dovuto funzionare come una agenzia che assicurava la sopravvivenza economica delle generazioni a venire, ha correttamente svolto il suo compito: era nella sua cultura, inscritto nel suo Dna […] La fragilità è emersa quando alla famiglia si è richiesto non più soltanto di provvedere alla sopravvivenza dei figli, ma di educarli: non potevano più bastare i soldi, la salute, gli studi, ma diventava fondamentale la costruzione delle fondamenta della comunicazione emotiva e dei legami affettivi. Esattamente ciò che per secoli era apparso del tutto opzionale. Questa diversa e più complessa aspettativa è maturata proprio quando la struttura organizzativa della famiglia è mutata: da una logica gerarchica (una piramide con al vertice il maschio più anziano e alla base i bambini), a una orizzontale (con un potere comparabile di tutti i membri).”
Poi analizza alcuni casi esemplari, prendendo spunto da questi per tracciare linee di comportamento e suggerire azioni coerenti e finalizzate alla crescita di un adulto consapevole: dall’errore di giocare il ruolo di amici dei figli, cosa che accade per mille motivi ma che è poco raccomandabile, alla scelta di stabilire regole precise sia pratiche che morali, che dovranno essere seguite anche dai genitori, alla necessità di non demandare eccessivamente la cura della prole a babysitter e altre figure esterne alla famiglia e al contempo alla opportunità di stabilire diritti e doveri in relazione al mutare dei tempi e all’incontrovertibile tendenza ad anticipare esperienze e conoscenze in età sempre più giovane.
Fondamentale, e non è la prima volta che Crepet lo afferma (del 2001 Non siamo capaci di ascoltarli), è “ascoltare” i figli: “Uno dei limiti più evidenti dell’idea di educare è una sacra ossessione: il voler capire a tutti i costi i propri figli. Lo si fa in modi diversi ma convergenti: scrutando diari segreti, frugando nelle tasche, esaminando una pagella, esultando per una partita vinta […] Pochi genitori ritengono invece che il ‘sentire’ i figli sia prioritario rispetto al comprenderli. Sentire implica la necessità di utilizzare non solo l’udito, ma anche ogni altro senso: ovvero implica l’ascolto, nel significato più alto e magistrale”.

Di Giulia Mozzato

I figli non crescono più di Paolo Crepet
166 pag., Euro 11,50 – Einaudi (Einaudi tascabili. Stile libero extra)
ISBN: 88-06-16979-3

Le prime righe

Conosco bene questa città. Mi ci sta portando un tassista preso al volo all'uscita dell'aeroporto. Incautamente gli ho fatto fretta, lui mi rassicura in un italiano incerto che sa molto più di Maghreb che di Padania: «Quindici minuti e ci siamo... » «Un po' poco», penso, ma sta già volando tra due file di Tir che occupano l'autostrada. Suona il clacson come se conducesse un'ambulanza o dovesse farsi largo in un mercato di Tangeri, abbaglia chiunque di fronte a noi tenti un sorpasso e la foschia, bruscamente illuminata, sembra infittirsi. Guida tranquillo: cespuglio di capelli neri raccolti in un codino, musica francoaraba: ne tamburella sul cruscotto il ritmo con le dita inanellate della destra, la sinistra impugna il volante ricoperto di plastica maculata.
Dal mio scomodo sedile posteriore ciò che vedo e odo appare incomparabile con i ricordi della mia adolescenza in questa terra di Nordest allora lenta e dolce, ora scattante e scostante. Segnali di un'evoluzione straordinaria e inquietante: il traffico impazzito, la distesa di capannoni che ha sommerso i campi di erba spagna, il confronto ravvicinato con gente che un tempo s'incontrava solo viaggiando lontano, quindi con differenze, modi di fare, colori, musiche. Anche un taxi può contenere una metafora, quando i cambiamenti avvengono a ritmo così sincopato.

© 2005 Giulio Einaudi editore


L’autore

Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, collabora con «Anna», «Di Più», «Yourself». Per Feltrinelli ha pubblicato Le dimensioni del vuoto. I giovani e il suicidio, Cuori violenti. Viaggio nella criminalità giovanile, Solitudini. Memorie d'assenza e, con Giancarlo De Cataldo, I giorni dell'ira. Storie di matricidi. Con Einaudi, la raccolta di racconti Naufragi. Storie di confine, Non siamo capaci di ascoltarli, La ragione dei sentimenti, Voi, noi. Sull'indifferenza di giovani e adulti e Dannati e leggeri.


4 novembre 2005