Ali Smith
Voci fuori campo

Ciao, risponde Astrid.
È la persona che stamattina stava sul divano del salottino.
Cammina a fianco di Astrid. Tiene due mele in una mano. Le soppesa, le osserva, ne sceglie una per sé.
Tieni, dice.
La mela attraversa lo spazio in direzione di Astrid e la colpisce forte al petto. Astrid la blocca nell’incavo del braccio tra il petto e la videocamera.


Si può riassumere in una dozzina di parole il romanzo Voci fuori campo della scrittrice britannica Ali Smith: una sconosciuta arriva per caso in una famiglia e ne cambierà totalmente la vita. Un tema non nuovo nella letteratura, quello di un personaggio, spirito del bene o del male, elemento catalizzante che porta a una rottura una situazione di tranquillità apparente. Il tono di Ali Smith è leggero, scherzoso, ironico, ricco di allusioni letterarie e di giochi linguistici, e il romanzo è costruito con un perfetto equilibrio di composizione suddiviso in tre parti, “l’inizio”, “nel mezzo”, “la fine”.
“L’inizio” è l’inizio di tutto: della vacanza nello sperduto paesino del Norfolk in cui la famiglia Smart ha affittato una casa, della giornata che incomincia prima dell’alba per Astrid Berenski Smart, l’adolescente che è una dei cinque protagonisti del romanzo, e della vicenda, perché quello è il giorno in cui Ambra si presenta chiedendo scusa perché è in ritardo, le si è rotta la macchina.
“Nel mezzo” è, per l’appunto, la parte centrale: Ambra si è stabilita in casa degli Smart, giocando sull’ambiguità della sua presenza, perché Eve Smart pensa che sia uno dei tanti amorazzi di suo marito Michael, professore universitario che ha l’abitudine, o il vizio, di andare a letto con le sue studentesse, e Michael pensa che sia stata invitata lì dalla moglie, scrittrice di biografie romanzate di persone comuni scomparse. Ambra affascina tutti, possiede l’arte di incantare (non a caso ha un nome prezioso), raggirando ognuno in maniera speciale. “La fine” è un’amarissima sorpresa al rientro della famiglia a Londra, ed è anche una conclusione di una storia famigliare giunta all’apice della crisi.
Una storia lineare e non straordinaria che Ali Smith affida alle “voci fuori campo” dei personaggi che si alternano nel prendere la parola, occupando la scena con una sorta di flusso di coscienza mescolato a dialoghi non virgolettati, offrendoci lo spaccato interiore di loro stessi e la visione degli altri. La giovane Astrid, aiutandosi con una cinepresa che ha appena ricevuto in regalo per fissare il mondo al di fuori di sé, ha intenzione di registrare ogni singolo inizio dei giorni di vacanza finché Ambra, che diventa per lei come una sorella maggiore, non fa volare la cinepresa giù da un cavalcavia. Il quattordicenne Magnus, che Ambra salva impedendogli di impiccarsi nel bagno, viene iniziato all’amore dalla trentenne Ambra.
Anche Eve- al secondo matrimonio dopo l’errore giovanile con il padre dei ragazzi- cerca di tenersela buona e Michael (che ha sempre fatto il furbo con le donne, il suo cognome è “Smart”), innamoratosi di lei ma una volta tanto senza speranza, scrive per lei sonetti e poesie di ben scarso valore, come possiamo vedere perché inseriti nel testo. Un personaggio ambiguo, questa scintillante Ambra, che ci riesce difficile definire. I brevi intermezzi, in cui è la sua voce interiore che si sente, ci danno solo uno scorcio della sua vita: figura in apparenza negativa e manipolatrice, ha anche lei un fardello di colpa da portare, e chi può dire fino a che punto la sua influenza sugli Smart sia stata interamente a loro danno? Un invito a riflettere sul finale.

Di Marilia Piccone

Voci fuori campo di Ali Smith
Titolo originale: The Accidental
Traduzione di Federica Aceto
276 pag., Euro 16,50 - Feltrinelli (I narratori)
ISBN: 88-07-01685-0

Le prime righe

Mia madre mi cominciò una sera del 1968 su un tavolo del bar dell'unico cinema della cittadina. Solo una rampa di scale più su, dietro il velluto rosso spelacchiato della tenda della galleria, la maschera sbadigliava, appoggiata con il gomito sopra i rumori di lingue e vestiti che si strusciavano nell'ultima fila, con la torcia spenta stretta al seno; staccava piccole schegge dal tramezzo di legno e le tirava sulle teste provinciali, al buio. Il film che scorreva sullo schermo sopra di loro era Poor Cow, con Terence Stamp, un attore talmente divino che mia madre, giovane, chic, snella e imperiosa, mentre guardava il film per la terza volta quella settimana, si alzò lasciando richiudere il sedile dietro di lei con un leggero tonfo, si fece largo tra le gambe della gente seduta nella sua fila e proseguì per il sudicio corridoio verso l'uscita, oltre la tenda e fuori, alla luce.
Nel bar non c'era nessuno, tranne il ragazzo che sistemava le sedie sui tavoli. Stiamo chiudendo, le disse. Mia madre, che ancora strizzava gli occhi per riabituarsi alla luce, scese con cautela le scale rosse consumate. Prese la sedia che il ragazzo aveva in mano e la posò per terra, sottosopra com'era. Si sfilò le scarpe. Si sbottonò il cappotto.

© 2005 Giangiacomo Feltrinelli Editore


L’autrice

Ali Smith è nata a Inverness, in Scozia, nel 1962 e vive a Cambridge. Con Free Lave and Other Stories ha vinto il Saltire First Book Award. È autrice anche di Like; Other Stories and Other Stories (minimumfax); Hotel World (minimumfax), libro finalista all'Orange Prize e al Booker Prize nel 2001 e vincitore dell'East England Arts Award of the Year e dello Scottish Arts Council Book of the Year; e The Whole Stories and Other Stories. Ali Smith scrive anche per il "Guardian", lo "Scotsman" e il "TLS".


28 ottobre 2005