Eduard von Keyserling
Il castello di Dumala

“Pichwit aiutò la baronessa a montare sulla slitta e si sedette al suo fianco; allora anche il malaticcio viso fanciullesco sorrise e arrossì.
Werner restò lì ancora per un certo tempo e seguì con lo sguardo la slitta e lo sventolio del velo azzurro sulla cuffietta di lontra, proteggendosi gli occhi dal sole con la mano per poter vedere meglio e più a lungo.”


Avevamo già riscoperto l’autore dimenticato Eduard von Keyserling con la pubblicazione del romanzo Onde, lo scorso anno. È la volta adesso de Il castello di Dumala, uscito per la prima volta nel 1907 e poi- per quei casi strani e inspiegabili- scomparso dagli scaffali. Come Onde, anche Il castello di Dumala ha una compattezza di trama, una rigorosità di linguaggio tinteggiato di poesia, un tratto finissimo nella descrizione dei personaggi che ne fanno un piccolo gioiello della narrativa. Un paesaggio nordico (von Keyserling nacque nell’attuale Lettonia anche se poi visse per lo più a Monaco, in Germania), dai grandi contrasti: il bianco della neve, la luce che trae bagliori dal ghiaccio, e il buio dei fitti boschi e delle lunghe notti; due donne e quattro uomini, tutti e quattro innamorati di una delle donne, la bella Karola avvolta nella pelliccia, annunciata dai campanellini attaccati alla sua slitta, un tinnire argentino che si oppone alla musica per pianoforte suonata dalla dolce Lene, la moglie del pastore.
La baronessa Karola è sposata con un uomo più anziano che ha perso l’uso delle gambe (anche von Keyserling era ammalato di una malattia degenerativa), che capisce l’irrequietezza della moglie e la perdona, che vede come il giovane segretario (“il mio paggio”, lo chiama Karola) ne sia innamorato senza speranza, come il pastore Werner debba far forza sulla sua coscienza per non cedere all’attrazione verso di lei e come il prestante barone Rast l’abbia invece conquistata. Così ardito il barone Rast da sfidare i pettegolezzi per incontrare Karola ogni notte, accorciando la strada passando su un ponte dalle assi marcite. La scena si carica di significati: il nero della notte, il cavallo nero che trascina veloce una slitta scura, i due innamorati delusi che spiano, il vecchio immobile chiuso tra quattro mura, la moglie del pastore che aspetta a casa in lacrime. Ci sarà una fuga (come in Onde), eppure i tre uomini rimasti non si disamorano: “cosa sappiamo mai, cosa sappiamo di ciò che accade negli altri? Come possiamo mai giudicare?”, dice il pastore Werner.
“Il paggio” resta ad accudire il vecchio barone, perché “lei” glielo ha chiesto; il vecchio barone le manda dire che può tornare quando vuole: lui non cambierà il testamento.
Splendido il finale triste che sigilla la solitudine di ognuno nel freddo cimitero dove è stato sepolto il barone: la grandezza di von Keyserling è nel dire non dicendo- non sapremo mai che cosa sia successo a Karola e non ci importa, la vediamo riapparire, lei che è stata molto amata e che adesso sperimenta l’odio dei parenti che hanno perso l’eredità e che dice, “la solitudine sembra essere il mio destino”. E in questa frase c’è tutto il suo passato e tutto il suo presente.

Di Marilia Piccone

Il castello di Dumala di Eduard von Keyserling
Traduzione di Giuseppe Farese
Pag. 190, Euro 10,00 – Edizioni Marcos y Marcos
ISBN 88-7168-411-7

Le prime righe

Il pastore di Dumala, Erwin Werner, era in piedi accanto al pianoforte e cantava:
Gabbiani venivano e andavano
Dall’acqua saliva il vapo-o-re

Egli si ergeva in tutta la sua imponente statura. La bella voce di baritono lo riempiva di vigore e di una dolce sensazione. Era piacevole sentire come le note si amplificavano nel torace che si gonfiava.
Dagli occhi tuoi scendevano
Lacrime piene d’amo-o-re

Erwin teneva le note, lasciandole poi smorzare languidamente. Lo accompagnava al pianoforte la moglie, molto graziosa col suo visino rosa incorniciato dai capelli crespi biondo cenere, illuminato da due candele, i miopi occhi azzurri con le ciglia bionde incollate allo spartito.

© 2005 Marcos y Marcos


L’autore

Eduard von Keyserling (1855-1918) nacque nell’attuale Lettonia da un’illustre famiglia della nobiltà baltico-tedesca. Dal 1895 visse a Monaco di Baviera. I suoi “racconti e romanzi del castello”, pubblicati da Samuel Fischer, l’hanno reso famoso tra i suoi contemporanei come uno dei principali esponenti dell’impressionismo letterario. Fra i suoi romanzi più celebri ricordiamo, “La terza scala”, “Principesse” e “Onde”.


21 ottobre 2005