La biografia


Don DeLillo
Running Dog

“C’è sempre chi è pronto a inventare nuovi segreti, nuove burocrazie del terrore…”

Oggi questa frase, a molti, può apparire banale. Quando è stata scritta, però, era il 1978.
DeLillo era al suo quarto romanzo e negli States iniziava ad essere considerato tra gli scrittori che meglio sarebbero stati in grado di radiografare la propria epoca.
In questo Running Dog sono molti gli aspetti inquietanti. A partire dalla trama: complessa e visionaria (se per visionaria si intende metaforica). DeLillo descrive-denuncia la commistione tra politica, linguaggio, comunicazione, sesso: i giochi di potere. Abbandonate le influenze di Dos Passos e della beat generation - evidentissime, ad esempio, nel primo Americana del 1971- lo scrittore americano inizia con Running Dog a sviluppare quei temi che poi faranno la sua (e la nostra) fortuna.
I successivi Rumore Bianco, Libra, Mao II e Underworld non saranno che un’opera unica sulla tematica – società e percezione mediatica- che in Running Dog è ancora in embrione. È un romanzo di transizione: fa intravedere grandi potenzialità, anche se la macchina narrativa spesso esce di giri. Non è certo una lettura facile, di quelle da stravaccarsi sul divano con le pantofole e il caminetto acceso, ma un romanzo ostico pur nella sua indubbia genialità.
È datato 1978, ma in Italia venne pubblicato per la prima volta nel 1991 da Tullio Pironti Editore con il titolo Cane che corre.
Ora questa nuova traduzione Einaudi: che, a partire dal titolo, è molto diversa.
Proprio per questo Running Dog vale la (ri)lettura e il (ri)acquisto: le due versioni sono diversissime. Quella per Pironti è dura, diretta. La nuova di Einaudi è più soft, ma più scorrevole, più gradevole a leggersi. La differenza, però, non è da poco.
Si prenda la frase citata ad epigrafe di quest’articolo: “C’è sempre chi è pronto a inventare nuovi segreti, nuove burocrazie del terrore”. Nella traduzione Pironti era: “La gente è continuamente coinvolta in operazioni segrete e meccanismi di terrore”.
O ancora: “Il progresso ci toglie la capacità di reagire” nell’edizione Einaudi diventa: “Le macchine ci rendono docili”.
E ancora: “Solo il fatto di essere controllati, sezionati, registrati ci fa sentire come se davvero stessimo facendo qualcosa di sbagliato. È un peso enorme, una struttura complessa. E non c’è nessuno in grado di spiegarci come funzioni” diventa “ È la semplice presenza, il fatto in sé, la sovrabbondanza di tecnologia che ci fa sentire dei criminali. Solo il fatto che queste cose esistano e siano così diffuse. I processori, i decodificatori, le selezionatrici. Bastano a farci sentire dei criminali. Che peso enorme. Che programmi complessi. E nessuno che ci spieghi come funzionano”.
Non si tratta, diciamo così, di particolari di poco conto: Running Dog è un altro libro, nuovo, fiammante, lussureggiante nello splendore da nuovo millennio, rispetto alla traduzione di Cane che corre.
Per questo la lettura è consigliatissima: questo di DeLillo non è soltanto un “grido democratico”, ma anche un esEMPIO di come la traduzione sia uno di quei meccanismi mediatici che, forse, lo scrittore americano non aveva calcolato.

Di Gian Paolo Serino

Running Dog di Don DeLillo
Traduzione di Silvia Pareschi
260 pag., Euro 17,50 – Edizioni Einaudi (Supercoralli)
ISBN: 88-06-16161-X

le prime pagine
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“Non troverai gente normale, qui. Non dopo il tramonto, in queste strade, sotto le antiche tettoie dei magazzini. Questo lo sai, naturalmente. E’ chiaro. Altrimenti non saresti venuto. Il vento soffia a raffiche dal fiume, alzando la polvere dei cantieri in demolizione. Vicino alle banchine, i vagabondi accendono il fuoco dentro fusti di petrolio arrugginiti. Si stringono gli uni agli altri, infagottati nei cappotti, nei maglioni di seconda mano o in qualunque combinazione di indumenti siano riusciti a procurarsi. Ci sono camion parcheggiati vicino ai magazzini, alcuni occupati da uomini che fumano al buio, in attesa degli omosessuali che escono dai bar oltre Canal Street. Allunghi il passo, ma non cerchi riparo dal freddo”.

© 2005 Giulio Einaudi Editore

biografia dell'autore
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Don DeLillo (1936) è l'autore di undici romanzi. Acclamato dalla critica come lo scrittore che meglio rappresenta le contraddizioni e i paradossi della cultura americana contemporanea, ha vinto una quantità di premi, come il National Book Award, il Jerusalem Prize, il Premio Mondello e, di recente, il Premio Bacchelli.
Tra le sue opere: I nomi, Cosmopolis, Valparaiso, Americana, Body Art.




7 ottobre 2005