Ron Barkai
Come in un film egiziano

“E ogni volta mi tocca ripetergli che esiste un’unica soluzione che, per di più, è semplicissima: fate il conto di quante sono le capitali dei paesi arabi, bene, quello è il numero delle bombe atomiche di cui abbiamo bisogno. Un bel giorno lasciamo cadere una bomba su ogni capitale e la storia finisce lì, come sta scritto: rimase in pace il paese per quarant’anni.”

Non è proprio possibile provare simpatia per Yosef Alfandari, il protagonista e io narrante di Come in un film egiziano dello scrittore israeliano Ron Barkai. Neppure alla fine, quando muore da solo in una stanza d’ospedale. “Per me il gusto della vita non sono né le donne né il bere: io non posso vivere senza poker e senza la politica”, aveva detto a mo’ di presentazione all’inizio del libro.
Una grande passione, il poker - Yosef è capace di perdere un mese di paga in una serata - e due grandi odi, gli arabi e i comunisti, con pari intensità. Perché il partito comunista sembra agire negli interessi degli arabi, in Israele, e gli arabi sono sporchi, sono violenti, non sanno che fare figli, sono come dei topi di fogna. Eppure (o forse proprio per questo?) Yosef è cresciuto tra gli arabi, al Cairo e poi ad Alessandria, prima di arrivare in Israele. Ma non è solo per gli arabi che Yosef riserva insulti e parole ingiuriose: suo padre viene sempre chiamato sprezzantemente “il Turco”, per la madre ha un trattamento migliore finché non si affeziona troppo ai nipotini, la moglie è “la rompicoglioni”, i figli… Le punizioni che adotta per i figli sono di una crudeltà inaudita: mani e piedi legati, braccia che allacciano le ginocchia e un bastone infilato in mezzo, nel cosiddetto “nodo egiziano”. Al più piccolo che non fa altro che disegnare, Yosef brucia le falangi della mano destra. E il bambino disegna con la mano sinistra, se ne andrà via di casa con la madre, diventerà un famoso pittore. Anche il figlio maggiore gli si rivolgerà contro e - nemesi tremenda per Yosef - si unirà ai comunisti.
Eppure ha anche dei tratti amabili, Yosef Alfandari. Ha una passione per la musica araba, paradossale per uno che caccerebbe a mare tutti gli arabi liberandone Israele: echeggia in tutto il libro la voce di Oum Kalthoum che gli parla di una città incantata, l’Alessandria che lui ricorda con nostalgia. È uno che ama il suo lavoro, basta sentire come parla della soddisfazione con cui impasta acqua e farina e forma i pani da mettere nel forno. Con uguale entusiasmo lavora poi nell’Ufficio Collocamento - salvo adottare un atteggiamento discriminatorio nei confronti dei lavoratori arabi, a cui riserva gli incarichi peggiori, quelli che gli ebrei non vogliono più fare, “siamo diventati deboli e viziati, vogliamo essere tutti dottori e lasciamo i lavori manuali agli arabi”. Si vanta di aver letto un solo libro, ma poi cita di continuo la Bibbia, a volte stravolgendone l’interpretazione per adattarla al contesto con un effetto fortemente ironico; oppure usa il latino per modi di dire coloratissimi, mescolandoli ad altri che ha assimilato nei diversi ambienti in cui è vissuto. Abbiamo l’impressione che parli per frasi fatte, che abbia incasellato tutto il mondo e l’umanità in formule fisse come gli schemi del suo odio. Perché? Quando il figlio glielo chiede, nella solitudine estrema della morte, Yosef non ha voce per rispondere, “Ormai alla tua età dovresti sapere che nella vita non ci sono perché, ci sono solo così”. Sono le parole di una canzone, “quando capirai che ti amo?”, che chiudono la vita di Yosef e questo romanzo forte e amaro e crudele, la storia di un uomo che non ha mai saputo trovare parole d’amore perché non ha mai saputo amare.

Di Marilia Piccone

Come in un film egiziano di Ron Barkai
Traduzione di Daria Merlo
245 pag., Euro 15,00. Edizioni La Giuntina (Israeliana)
ISBN 88-8057-229-6

Le prime righe

Sabah al-yasmin! “Un mattino di gelsomini”. Fin dai primi ricordi, mia madre, nella nostra casa al Cairo, mi ha sempre svegliato con queste parole. “Un mattino di gelsomini!” dice, mentre fuori dalla finestra della camera che divido con mio fratello e le mie tre sorelle è ancora buio. Tira la tenda colorata che ci separa dalla stanza dove russa il Turco, mio padre. Si muove con cautela, attenta a non calpestarci, tenendo in mano i rami di gelsomino ornati di piccoli fiori bianchi. Avvolta nell’abito scuro, ci tocca leggermente la spalla per controllare se siamo svegli, mentre agita i gelsomini spargendone il profumo agrodolce nell’aria viziata della stanza. Ancora oggi la ricordo così- Rachel, o Sitt Rachel, come la chiamavano i vicini arabi- quando apro lentamente gli occhi godendo della luce pallida del mattino. La sua immagine minuta mi appare quando allargo le narici per aspirare l’odore fresco della rugiada.

© 2005 La Giuntina


L’autore

Ron Barkai è nato a Gerusalemme nel 1943. Professore di storia medievale all’Università di Tel Aviv, è uno dei massimi esperti delle relazioni fra ebrei, musulmani e cristiani nella Spagna medievale. Come in un film egiziano è il suo primo libro pubblicato in Italia.


7 ottobre 2005