David Baddiel
È ora di dormire

“Dormo, o piuttosto sto sdraiato in fredda iperattività cerebrale, con una mascherina per gli occhi e i tappi per le orecchie, una sorta di riserva di privazione sensoriale, patetica ma portatile.”

David Baddiel è un volto conosciuto per i telespettatori inglesi, che lo hanno visto negli anni Novanta condurre, con Rob Newman, il fortunato show Newman and Baddiel in pieces, oltre che svolgere il ruolo di presentatore di Fantasy Football League, un’altra trasmissione molto seguita dal pubblico.
È dal 1990 che Baddiel lavora alla BBC come autore: sua l’idea dello show The Mary Whitehouse Experience, e da lì diverse sono state le sue divertenti realizzazioni che arrivano sino al più recente Baddiel’s Syndrome (2001), di cui è anche protagonista e produttore. Ma in realtà il suo esordio è datato 1984 come coautore di Spitting Image da qualcuno definito il migliore show satirico mai realizzato, che vedeva la partecipazione di Steve Coogan diventato adesso il re dell’umorismo nella televisione inglese, oltre che grande attore in senso assoluto.
Insomma David Baddiel è un nome affermato in campo televisivo. E la narrativa?

Time for Bed è stato il suo primo romanzo, pubblicato nel 1996, destinato tra l’altro a diventare un film per la Universal, seguito da Whatever Love Means (1999) e The Secret Purposes (2004).
La casa editrice Barbera ha scelto di portare questo romanzo in Italia, con la traduzione di Monica Martignoni, scommettendo sulla qualità del testo, anche se il pubblico del nostro Paese sicuramente non conosce il Baddiel brillante performer dello schermo.
È ora di dormire narra le vicende tragicomiche di Gabriel Jacoby, un giovane uomo, ingegnoso nevrotico ed ebreo come l’autore (ed è un elemento importante della storia) affetto da una grave forma d’insonnia e da un forte insoddisfazione esistenziale: non solo tutto attorno a lui sembra crollare o fallire miseramente, ma è soprattutto l’amore al centro del suo disagio, l’amore nei confronti della moglie di suo fratello: un amore impossibile. Ma Alice, la cognata, ha una sorella, Dina, che dovrà pur avere qualcuna delle sue qualità meravigliose!
In varie interviste rilasciate ai tempi dell’uscita in Gran Bretagna del romanzo Baddiel ha ammesso gli spunti autobiografici della storia, con riferimento in particolare all’insonnia. Pare che le risate fatte con questo libro da inglesi e francesi, che in particolare l’hanno apprezzato, abbiano guarito qualcuno proprio da questo fastidioso disturbo... Vediamo, con l’anticipazione delle prime pagine della versione italiana, se anche per noi potrà essere un testo “terapeutico” e valere i commenti divertiti di Nick Hornby, Tony Parson, Roddy Doyle ed Helen Fielding che compaiono sulla quarta di copertina.

Di Giulia Mozzato

È ora di dormire di David Baddiel
Titolo originale: Time for bed
Traduzione di Monica Martignoni
328 pag., Euro 16,50 - Barbera Editore
ISBN: 88-7899-035-3

Le prime righe

1

2.17. Non devo alzarmi almeno fino a mezzogiorno e mezzo. Quindi, vediamo: due ore di scatti nervosi tra le lenzuola (4.17), poi forse tre ore di coma totale, se sono fortunato (7.17), seguite da un'ora e mezzo di veglia irremovibile (8.47), e poi il sontuoso mattino, quando finalmente riposo alla grande, sognando e lasciandomi cullare come se per tutto ciò avessi un talento naturale. Fanno... sei ore e cinquantatre minuti di sonno in totale. Non sono proprio le mitiche otto ore, ma non è male, tutto sommato.
È questo il mio problema. E devo dire che lo coltivo con molta cura. A volte, alle feste, mi presento così: piacere, Gabriel Jacoby, Insonne. Ma del resto tutti abbiamo bisogno dei nostri segni particolari negativi. Non sto parlando di autodisapprovazione - quella è solo un nodo nella trama dell'inettitudine - ma di una vera e propria regolazione difettosa, un grande fottuto difetto, un buco nero terapeutico attraverso il quale possiamo presentarci con il sottotesto Sono interessante, pericoloso e romantico. Comunque questa, alla fine della giornata, è davvero l'ultima delle preoccupazioni.
2.19 in punto. Chi soffre d'insonnia è inflessibile per quanto riguarda il tempo, soprattutto di notte, perché ogni minuto è un altro granello di sabbia che passa nella clessidra e nella tua testa verso il giorno successivo. Ma le 2 e 19 non sono niente. Ah no, le 2 e 19 sono ancora la parte migliore della giornata, c'è ancora tanto tempo davanti. Un insonne di classe mondiale aspetta a definire brutta la sua notte almeno fino alle cinque e mezzo del mattino, e solo se è stata accompagnata da ansia, dolori articolari e duecento puntatine al bagno.
Dormo, o piuttosto sto sdraiato in fredda iperattività cerebrale, con una mascherina per gli occhi e i tappi per le orecchie, una sorta di riserva di privazione sensoriale, patetica ma portatile. Una vecchia mascherina presa in aereo con scritto sopra Virgin: più che una marca un marchio, uno scherzo di Dio che mi stampa sugli occhi, come se fosse un messaggio ricattatorio, il nome della coscienza che desidero tanto disperatamente. Lego questa mascherina sugli occhi ogni notte sempre più forte, così stretta da far male e da lasciarmi accecato da luci psichedeliche per una ventina di minuti ogni mattina. A completamento di questa chiusura stretta, faccio dei nodi ai due elastici che si mettono intorno alla testa; ma l'ho fatto così spesso con questa mascherina che ora, dietro, si è formato un grumo di elastico enorme e duro, che a volte, proprio quando sono finalmente sul punto di trovare una via d'uscita dall'insonnia, mi preme contro la testa e mi sveglia. Ho bisogno di una mascherina nuova, ma nei negozi non si trovano, bisogna salire su un maledetto aereo per prenderne una, e io sono anni che non vado in aereo. Ci sono delle notti, però, in cui sono così disperato che prendo in considerazione l'idea di mettere da parte i soldi del sussidio di disoccupazione e spenderli tutti in un viaggio per, che so, l'Australia, le Bermuda, le Fiji, un posto qualsiasi, pur di procurarmi una cazzo di mascherina. I tappi per le orecchie, invece - delle palline di cera, rosa come lo scroto di un coniglio - li ficco ogni notte sempre più in fondo, nella speranza, suppongo, di svenire: se i Metallica decidessero di fare a sorpresa un'esibizione esclusiva nella mia camera, non sarei in grado di sentirli, ma in compenso il rumore del sangue che mi rimbomba in testa non mi lascia dormire. Una notte i tappi mi resteranno conficcati nelle orecchie e dovrò chiamare i pompieri.
Che cosa cerco nella lenta, lentissima oscurità? Quando avevo dodici anni mi hanno tolto le tonsille, e mi ricordo ancora l'anestesista che contava alla rovescia, dieci, nove, otto, sette, sei: a sei mi sono addormentato. Ecco cosa voglio: voglio conoscere il momento in cui ci si addormenta. Stupidamente, perché quello è il centro autoreferenziale di tutta questa maledizione della mente: la luce nella mia testa, quella che mi tiene sveglio, l'ho lasciata accesa io, per non perdermi il momento in cui qualcuno viene a spegnerla. Sono un idiota con addosso una mascherina che gioca a mosca cieca con se stesso.
C'è una donna, qui. Quando sono solo, mentre conto alla rovescia nel buio, è quel che credo di desiderare di più, almeno la maggior parte delle volte. Perciò, quando la fottuta notte diventa un'eterna notte infernale che mi lacera l'anima, quando i demoni della mente escono per fare la loro abituale danza campestre delle 5.30 nella mia testa, allora mi dico: grazie a Dio c'è qualcun altro qui con me. Mi giro e... indovinate un po'? Lei sta dormendo! E allora penso: Tu, brutta stronza. Te ne stai sdraiata qui, a russare stupidamente - dennnntro, fuooooori, dennnnnntro, fuooooori, e ogni rantolo del tuo respiro dice: "È una cazzata questa faccenda del sonno, nessun proble...". PORCA PUTTANA, MI STAI PIGLIANDO PER IL CULO!!

© 2005 Lorenzo Barbera Editore Srl


3 ottobre 2005