Alfred Andersch
Il padre di un assassino

“Sono pur stato io, io e nessun altro colui che il vecchio Himmler ha interrogato in greco e che a seguito del deplorevole risultato di quella interrogazione è stato espulso dal ginnasio; perché per tutti i diavoli, devo tenermi davanti al viso una maschera, questo Kien, un nome e nulla più?”

Un romanzo breve di carattere autobiografico che descrive un’ora “esemplare” di lezione di un ginnasio di Monaco di Baviera. Il protagonista si chiama Franz Kien, l’alter ego dello scrittore, ma il personaggio centrale in realtà è il preside, l’orrido Rex (così venivano chiamati in generale in città i presidi dei licei abbreviando la parola Rektor) Himmler.
Il titolo del libro (che l’autore termina di scrivere pochi mesi prima della sua morte nel 1980) è riferito proprio al Rex, padre di Heinrich, famigerato braccio destro di Hitler: “La definizione di assassino per Heinrich Himmler è molto mite; non è stato un assassino qualsiasi ma, fin dove arrivano le nozioni storiche, il più grande sterminatore di vite umane che sia mai esistito”, così commenta l’autore nella Postfazione.
Qual è il tema di fondo di queste cento pagine? Un uomo, se abusa del potere che gli è stato conferito, riesce ad annientare psicologicamente un intero gruppo di persone e la malvagità è insita nell’individuo, ben oltre l’ideologia professata. Il preside infatti era, così viene più volte sottolineato, in disaccordo con il figlio per motivi politici, liberale e conservatore il padre, nazionalsocialista il figlio: entrambi però godevano nell’umiliare, nell’annientare gli interlocutori più deboli di loro.
Ma anche chi si oppone al terribile preside non appare una persona molto amabile. Il professore è un pavido, un meschino e un pessimo insegnate; il compagno di classe, stupidamente orgoglioso della sua nobiltà, un vanesio e uno sfrontato; le famiglie che si intuiscono dietro gli studenti sono tutt’altro che meritevoli di solidarietà. Solo la povertà del protagonista, sbeffeggiata dal preside ed esposta come fosse una colpa alla derisione dei compagni, appare degna di rispetto.
Andersch ha sperimentato due anni di campo di concentramento, Dachau, per motivi politici (era iscritto da quando aveva 17 anni al partito comunista), ha disertato la Wermacht per essere preso come prigioniero dagli americani, insomma non è stato l’intellettuale che, tenendosi lontano dall’azione, ha condannato solo verbalmente abusi privati e dittatura nazista. Per questo la riflessione, a pochi mesi dalla morte, sulla sua adolescenza, periodo in cui ha aperto gli occhi sul mondo e ne ha viste le brutture, fa capire al lettore come ci siano momenti cruciali nella vita, anni in cui si forma la personalità e si compiono scelte fondamentali a cui tutta la vita dovrebbe coerentemente conformarsi.

Di Grazia Casagrande

Il padre di un assassino di Alfred Andersch
Titolo originale: Der Vater eines Mörders. Eine Schulgeschichte
Traduzione di Amina Pandolfi
123 pag., Euro 10,00 - Marcos y Marcos (Le foglie n. 78)
ISBN: 88-7168-244-0

Le prime righe

L'ora di greco stava giusto per cominciare quando la porta dell'aula si aprì di nuovo. Franz Kien non vi prestò troppa attenzione; solo quando si accorse che l'insegnante, il professor Kandlbinder, si alzava perplesso, addirittura spaventato, si volgeva verso la porta e scendeva i due gradini che ponevano la sua cattedra più in alto rispetto alla classe - cosa che non avrebbe mai fatto se a entrare fosse stato soltanto uno studente ritardatario - solo allora rivolse gli occhi incuriositi alla porta, che si trovava sulla destra, accanto alla pedana sopra la quale stava la lavagna. E allora vide subito che a entrare in classe era il Rex.
Indossava un abito leggero grigio-perla, la giacca era sbottonata e, sotto, una camicia bianca gli si rigonfiava sulla pancia; chiaro e corpulento, si stagliò per un attimo sul grigio del corridoio, poi la porta si richiuse dietro di lui: qualcuno che lo aveva accompagnato, ma che rimase invisibile, doveva averla aperta e richiusa.

© 2005 Marcos y Marcos Edizioni


L’autore

Da ragazzo, Alfred Andersch sognava di essere Huckelberry Finn. Era nato a Monaco, nel 1914. Suo padre, reazionario della peggior specie, non gli permise grandi svolazzi. Pessimo studente e ottimo apprendista libraio, in barba al padre Alfred si iscrive diciassettenne al partito dei giovani comunisti. La militanza politica gli costa due anni di internamento a Dachau. In seguito diserta dalla Wehrmacht, per finire prigioniero degli americani. Molti personaggi dei suoi romanzi, da Le ciliegie della libertà a La rossa a Zanzibar o l'ultimo perché, fanno dell'opposizione una bandiera. Per tutta la carriera di narratore, saggista, drammaturgo e direttore di prestigiose riviste letterarie, Andersch si sofferma sulla tirannia come male sociale diffuso, da combattere in tutte le sue manifestazioni. L’ultima parte della sua vita la trascorre a Berzona, in Canton Ticino, dove muore nel 1980, poco dopo aver terminato la stesura di II padre di un assassino.


7 ottobre 2005