Stuart M. Kaminsky
Assassinio sul sentiero dorato

“Lui non assomigliava per niente al coniglio bianco, e io sapevo troppe cose sugli studi cinematografici per pensare che la Metro fosse il Paese delle meraviglie, tuttavia lasciai che mi portasse dove voleva. Avevo un po’ di dollari in banca grazie a un lavoro che avevo appena concluso per Errol Flynn, ma non sarebbero durati a lungo, e la Mgm era piena di soldi. Se il vicepresidente aggiunto mi faceva da scorta e mi chiedeva addirittura scusa, ci doveva essere qualcosa da guadagnare.”

Su chi puntare il fucile e sparare? E perché farlo? Quale motivo porta un assassino a scegliere come vittima un nano, un marameo, che lavora sul set del Mago di Oz accanto alla diciottenne Judy Garland?
L’ambientazione di un film fantastico perde ogni mistero e diventa triste e normale con pochi riflettori accesi e nessun trucco scenico; anche il meraviglioso sentiero dorato che conduce a Oz in realtà finisce contro un muro spoglio e grigio. Le riprese sono finite da un pezzo (siamo nel novembre del 1940 e la prima del film è stata il 12 agosto del 1939), ma un set costato un quarto di milione di dollari deve rimanere ancora un po’ in piedi, per pubblicità, pubbliche relazioni o semplice curiosità, e i protagonisti del film sono spesso presenti per promuoverlo muovendosi su quello scenario irreale. Comprensibile l’imbarazzo e la preoccupazione dei responsabili della produzione di fronte a un possibile scandalo che coinvolgerebbe non solo il futuro del film, ma l’intera Metro Goldwin Mayer, addirittura il Paese. Judy Garland forse ha pensato a questo quando ha chiamato un detective privato anziché la polizia rinvenendo il cadavere...
Il taglio è quello classico da giallo Mondadori, con un detective, Toby Peters, più volte protagonista nelle storie di Kaminsky (bello sarebbe pronunciarlo detectìve come i doppiatori italo-americani dei film hollywoodiani anni Trenta) scalcagnato e dotato di una Buick del ’34, chiamato in causa non per la sua abilità investigativa ma in quanto fratello dell’ispettore di polizia cui verrà affidata l’indagine, sperando che venga fatta “senza chiasso” grazie alla sua intercessione. La scrittura è diretta, semplice, “maschile”: frasi brevi, dialoghi essenziali, descrizioni condite con quel tanto di ironia da una voce fuori campo in prima persona tipica del Philip Marlowe in bianco e nero impersonato da Dick Powell o Humphrey Bogart. Non a caso Kaminski ha collaborato alla sceneggiatura di un film come Ispettore Callaghan. Il caso Scorpio è tuo: chi l’ha visto capirà cosa intendo. Divertenti, nel romanzo, l’incontro con Louis Mayer (nome americanizzato del russo Ezemiel Mayer), “l’uomo con lo stipendio più alto del mondo” e un potere provvisoriamente minacciato da questo omicidio, e quello con il fratello poliziotto, il cui stipendio è inferiore in modo abissale, ma che momentaneamente con le sue indagini può tenere in mano l’intera Mgm, con un potere assoluto. Sono solo due dei tantissimi incontri-scontri che si susseguono lungo tutta la storia e che ne fanno un romanzo ironico oltre che intrigante.
Si tratta, in ultima analisi, di una nuova versione originale di un’idea molto praticata in questi anni: incentrare il proprio romanzo su protagonisti del mondo dello spettacolo che diventano personaggi tra il reale e il surreale, tra il vero e il verosimile in un gioco che evidentemente diverte molto chi lo pratica. Ricordiamo ad esempio il Cary Grant in crisi esistenziale attorno a cui ruota tutto il romanzone 54 dei Wu Ming, o il Louis Amstrong che si aggira in quasi metà del recentissimo Una faccia già vista di Roddy Doyle: sono solo due esempi.

Di Giulia Mozzato

Assassinio sul sentiero dorato di Stuart M. Kaminsky
Titolo originale: Murder on the Yellow Brick Road
Traduzione di Marco Bosonetto
179 pag., Euro 10,50 - Einaudi, (Einaudi tascabili. Stile libero. Noir)
ISBN: 88-06-15053-7

Le prime righe

Qualcuno aveva ucciso un marameo. L'omiciattolo giaceva sulla schiena al centro del sentiero dorato, con i grandi occhi stupiti puntati sui riflettori che illuminavano dall'alto un teatro di posa della Mgm. Indossava una specie di uniforme da soldato da operetta, giubba gialla, maniche a sbuffo e un grosso cappello blu e giallo tipo fez, con una penna in cima. Il giallo dei capelli e della barba era il colore della paglia finta di Hollywood. Sarebbe potuto sembrare carino, in una città di lamé, non fosse stato per il coltello che gli sporgeva dal petto. Un arnese da cucina con il manico marrone, l'unica parte visibile.
Nell'avvicinarmi, vidi che il sangue aveva disegnato un sentiero rosso scuro scendendo sul lato opposto del cadavere. Colava nelle crepe del sentiero dorato. Da lì si notava che la vernice gialla dei mattoni cominciava a scrostarsi. Seguii la strada con lo sguardo. Non portava a Oz, bensì a un muro spoglio e grigio.
Tornai a fissare il corpo senza vita, poi di nuovo il muro grigio, e mi domandai che cosa ci facevo lì. Era l'1 novembre 1940, venerdì. È facile da ricordare, perché la notte precedente, poco dopo le undici, avevo sentito la scossa di un modesto terremoto. Certi californiani scandiscono la loro vita in base ai terremoti di cui sono stati testimoni. Io me li ricordo e basta, e mi chiedo fino a quando avrò la fortuna dalla mia.

© 2005 Giulio Einaudi Editore


L’autore

Stuart M. Kaminsky, nato a Chicago, ha firmato decine di classici del noir. Ha creato numerose serie di successo, da quella dedicata a Toby Peters, detective della Hollywood anni Quaranta, a quella di Lieberman, poliziotto di Chicago, fino a quella di Lew Fonseca, singolare investigatore suo malgrado, e alla serie celeberrima del poliziotto moscovita Rostnikov. Ha collaborato con Don Siegel a Ispettore Callaghan. Il caso Scorpio è tuo e con Sergio Leone ai dialoghi di C’era una volta in America.


7 ottobre 2005