Dino Campana
Un po’ del mio sangue

“Un uomo in una notte di dicembre, solo nella sua casa, sente il terrore della sua solitudine. Pensa che fuori degli uomini forse muoiono di freddo: ed esce per salvarli. Al mattino quando ritorna, solo, trova sulla sua porta una donna, morta assiderata. E si uccide”.

Come poteva sopravvivere ai suoi contemporanei un poeta come Dino Campana che già ai primi del ‘900 scriveva “Letteratura nazionale/Industria del cadavere”? Ignorato dal suo tempo, sbeffeggiato dai cattedratici che lo consideravano un folle, Campana è sopravvissuto ai posteri. È oggi tra i poeti più letti, più amati, più interpretati. Tra i suoi più grandi estimatori Sebastiano Vassalli che ha curato questa raccolta che, già dal titolo scelto, Un po’ del mio sangue, ci fa comprendere il destino del poeta. Lo stesso Vassalli che, nel 1984, aveva dedicato a Campana il “romanzo-verità” La notte della cometa: un libro struggente, intenso, drammatico, scritto da Vassalli dopo quattordici anni di ricerche sulla vita e sull’opera del poeta di Marradi. Già, Marradi: lì è nato e cresciuto Dino Campana. Un piccolo paese della Romagna che è stato insieme la sua culla e la sua bara. Per quelli del suo paese, per i suoi stessi familiari Campana era considerato “un prodotto anomalo della natura, uno che non aveva compreso nulla di quel che è il vivere comune”. Come scrive Vassalli “era solo un poeta, di quelli che appartengono ad una specie diversa, primitiva, barbara, da sempre estinta eppure sempre in grado di rinascere come quella dell’araba fenice”. Nella sua introduzione Vassalli ci racconta proprio di come la famiglia e i compaesani siano stati i primi “a macchiarsi del sangue del fanciullo”. A trasformare Campana, poeta dai versi elettrici, nel matto del paese, deridendolo e perseguitandolo in ogni modo possibile. E poi, forse ancor più colpevoli, i letterati del suo tempo: Soffici, Martinetti, Prezzolini, Papini. Uomini di indubbio ingegno, ma che nell’autore dei Canti Orfici videro soltanto un folle, un disturbatore. Campana venne internato per 14 anni, ma il suo (?) manicomio durò tutta una vita. Proprio per questo Carmelo Bene, superbo interprete della poesia “musicale” di Campana, prima di iniziare le sue letture diceva che Campana era morto dopo 40 anni di manicomio. Una volta qualcuno gli fece osservare che gli anni di manicomio erano stati “soltanto” quattordici, lui scosse la testa: “No, no”, insistette, “furono proprio quaranta…”. Tutto questo troverete in Un po’ del mio sangue: un accorato Vassalli, ma soprattutto i versi e gli scritti di un poeta che, malgrado le polemiche che ha provocato, trova la sua miglior collocazione proprio in questa collana della Bur dedicata agli “Scrittori contemporanei”. Campana è sì un classico, ma la sua testimonianza poetica è di incredibile attualità. La testimonianza tenera e violenta, indifesa e aggressiva, di chi aveva intuito e non aveva potuto far altro che rifugiarsi nella poesia per ritrovare la vita. Perché, come lui stesso ha scritto, “tutti mi hanno sempre contestato il diritto di esistere e se non mi sono tirato un colpo di rivoltella è stato solo per un colpevole orgoglio: tutto questo è monotono, egoista e immorale e non poteva dare altro che quello che ha dato…”. Dino Campana aveva solo una colpa: aver compreso, lui il matto del paese, che dietro ogni scemo c’è un villaggio. E che oggi questo villaggio sia diventato globale, poco importa. Anzi…

Di Gian Paolo Serino

Un po' del mio sangue. Canti Orfici, Poesie sparse, Canto proletario italo-francese, Lettere (1910-1931) di Dino Campana
a cura di Sebastiano Vassalli
298 pag., Euro 9,00 - BUR Biblioteca Univ. Rizzoli (Scrittori contemporanei)
ISBN: 88-17-00770-6

Le prime righe

Parte prima
CANTI ORFICI
(Die Tragödie des letzten Germanen in Italien)

I. LA NOTTE

Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell'Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo dell'acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso.

Inconsciamente io levai gli occhi alla torre barbara che dominava il viale lunghissimo dei platani. Sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio: mentre per visioni lontane, per sensazioni oscure e violente un altro mito, anch'esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente.

© 2005 RCS Libri


L'autore

Dino Campana nasce a Marradi (FI) il 20 agosto 1885. Già dal 1906 viene dichiarato “matto” e iniziano così i suoi continui spostamenti: Montevideo, Svizzera, Torino, Pisa e Sardegna. Nel luglio del 1914 stampa a sue spese i Canti Orfici. Nel 1917 incontra la poetessa Sibilla Aleramo e vive con lei il primo e unico amore della sua vita: Campana finirà in manicomio il 12 gennaio del 1918 e ci resterà fino alla morte, avvenuta il 1° marzo 1932. Fra le opere di e su Campana ricordiamo le Lettere di Dino Campana e Sibilla Aleramo, La notte della cometa, Campana fuorilegge, Di giorno in giorno.

Il curatore

Sebastiano Vassalli è uno dei più importanti scrittori italiani contemporanei. È autore di romanzi come La chimera, Marco e Mattio, Cuore di pietra, Un infinito numero e La notte della cometa. Il romanzo di Dino Campana.


30 settembre 2005