Philip Roth
Il seno

“Sono diventato un seno. Per spiegarmi il fenomeno hanno parlato di ‘massiccio influsso ormonale’, di ‘catastrofe endocrinopatica’ e/o di ‘esplosione ermafroditica di cromosomi’ manifestatisi fra la mezzanotte e le quattro del mattino del 18 febbraio 1971, trasformandomi in una ghiandola mammaria scissa da qualsiasi forma umana, una mammella come si immaginerebbe di vedere soltanto in sogno, o in un dipinto di Dalì”.

Pubblicato originariamente da Bompiani nel 1973 con il titolo La mammella, questo racconto lungo di Roth viene ora ripresentato da Einaudi nella collana L’Arcipelago, con la medesima traduzione di Silvia Stefani. È dunque l’occasione giusta per chi non l’avesse mai letto, ma non si tratta di una vera novità.
Il debito letterario e creativo di quest’opera di Roth nei confronti di Kafka è evidente e sottolineato da tutti. A differenza di Gregor Samsa tuttavia David Kepesh sembra vivere in modo più consapevole e al tempo stesso, a fasi alterne, rassegnato la sua metamorfosi altrettanto, se non più, curiosa. A Kepesh tocca in sorte infatti di trasformarsi in un grosso seno femminile, della sua precedente altezza e peso, ma con forma completamente stravolta. Questa trasformazione comporta la cecità, ma non il mutismo, l’impossibilità di odorare, gustare o muoversi, ma non la sordità né la mancanza di sensibilità tattile. I motivi di questa metamorfosi straordinaria quanto rapida (bastano poche settimane per lo sviluppo dei primi sintomi e pochi attimi di dolore e di terrore, seguiti a una lunga incoscienza, per arrivare alla nuova forma) non sono chiari, sebbene i medici abbiano una spiegazione su base ormonale ed endocrina.
David Kepesh perde molto della sua vita precedente ma recupera una sensazione fisica erotica quasi completamente persa in precedenza: diventa in realtà un organo sessuale assoluto, con gratificanti sensazioni durante le abluzioni quotidiane di Miss Clark, l’infermiera, fisicamente legate sia al suo passato maschile che alla sua nuova realtà femminile, ma accompagnate per contro da una solitudine psicologica assoluta data dalla sua condizione unica al mondo: “solo come nessun altro potrà mai essere”.
“Si potrebbe credere che la vittima di una simile metamorfosi dovrebbe smetterla di preoccuparsi di faccende come decoro, decenza e orgoglio personale. Ma siccome quelle faccende sono strettamente connesse al mio concetto di lucidità e di autostima, sono di fatto suscettibile assai più che nella vita precedente”. Il fatto contingente di avere una forma simile a un marsovino o a un lamantino non pregiudica né il ragionamento, né i sentimenti del professor Kepesh e neppure la sua voglia di rapportarsi con gli altri, seppure da un nuovo, incredibile punto di vista: il padre, che pur non volendo avere alcun contatto fisico con lui regolarmente viene a fargli compagnia, la fidanzata, disposta a stuzzicarlo un po’, lo psicoanalista che cerca di fornirgli una risposta che non c’è, l’ex mentore che alla vista di quell’essere assurdo non trattiene una risata convulsa, generando una profonda crisi morale nell’amico, fortemente colpito da questa umiliazione. Il nuovo David Kepesh “la Tetta” si chiede disperatamente il motivo di questa sua condizione e arriva a darsi almeno due spiegazioni: si tratta di un sogno e presto ci sarà un risveglio, oppure è diventato folle, ha perso la ragione. E la contiguità con testi come Il naso, La metamorfosi o I viaggi di Gulliver presentati ogni anno ai propri allievi, ha fatto il resto. Per uscire da questa situazione paranoica bisogna convincersi di non essere un seno; raggiunta la completa determinazione psicologica scomparirà anche l’immagine fisica e tutto tornerà alla normalità. O no?
Roth convince il suo protagonista che è stata la narrativa e non gli ormoni a causare questa situazione, sono stati Kafka, Gogol’ e Swift e sebbene il medico curante gli garantisca di non essere “vittima di un’overdose delle grandi fantasie”, Kepesh capisce che forse è la sua inadeguatezza di letterato e l’atteggiamento di idolatra nei confronti dei grandi scrittori e delle loro opere ad aver reso “la parola carne”, la suggestione realtà. Questo grosso seno è al tempo stesso il fallimento creativo del singolo e l’espressione massima dell’incarnazione del genio creativo.

Di Giulia Mozzato

Il seno di Roth Philip
Titolo originale: The Breast
Traduzione di Silvia Stefani
65 pag., Euro 8,80 - Einaudi Editore (L'Arcipelago Einaudi n. 78)
ISBN: 88-06-17817-2

Le prime righe

Cominciò stranamente. Ma poteva forse esserci un altro inizio? Si dice che tutte le cose sotto il sole cominciano «stranamente» e finiscono «stranamente» e sono strane; una rosa perfetta è «strana», proprio come una rosa imperfetta, e come la rosa di normalissimo colore e gradevolezza che cresce nel giardino del vicino. Conosco quella prospettiva da cui ogni cosa appare terrificante e misteriosa. Rifletti sull'eternità, considera, se ne sei capace, l'oblio, e tutto diventa un portento. Eppure in assoluta umiltà io dico; certe cose sono più straordinarie di altre e che io sono una di esse.
Cominciò stranamente, con un lieve, sporadico formicolio all'inguine. Durante quella prima settimana mi chiudevo diverse volte al giorno nel gabinetto per
uomini adiacente al mio ufficio nella facoltà di Scienze umanistiche e mi tiravo giù i pantaloni, ma, per quanto mi esaminassi scrupolosamente, non vedevo
niente fuori dal comune. Con riluttanza, decisi di ignorare la cosa. Ero stato tutta la vita un ipocondriaco superappassionato e attento a ogni variazione della temperatura corporea e regolarità fisiologica, ma, proprio per questo, l'uomo ragionevole che si nascondeva in me da parecchio tempo non riusciva più a prendere seriamente tutti i miei sintomi rivelatori. Nonostante gli atroci presagi di estinzione, paralisi o sofferenza intollerabile che accompagnavano ogni nuova ondata di dolore o di febbre, avevo raggiunto i trentotto anni in forze e appetito. Ero un uomo di un metro e ottanta, postura eretta e fisico asciutto, quasi tutti i capelli e tutti i denti, nessuna grave malattia in anamnesi. Di conseguenza, se ero istintivamente portato a identificare quel formicolio all'inguine con qualche disturbo nervoso del tipo fuoco di sant'Antonio - o peggio -, contemporaneamente capivo che, come sempre, si trattava di una bolla d'aria.

© 2005 Giulio Einaudi Editore


L’autore

Philip Roth ha vinto il Pulitzer Prize nel 1997 per Pastorale americana. Nel 1998 ha ricevuto la National Medal of Arts alla Casa Bianca, e nel 2002 il più alto riconoscimento dell'Ame-rican Academy of Arts and Letters, la Gold Medal per la narrativa, assegnata in prece-denza, tra gli altri, a John Dos Passos, William Faulkner e Saul Bellow. Ha vinto due volte il National Book Award, il PEN/Faulkner Award e il National Book Critics Circle Award. Nel 2005 Philip Roth è diventato il terzo scrittore americano vivente la cui opera viene pubblicata in forma completa e definitiva dalla Library of America. L'ultimo degli otto volumi è previsto per il 2013. Tra i suoi romanzi segnaliamo: Lamento di Portnoy, Operazione Shylock, II teatro di Sabbath, Pastorale americana, Ho sposato un comunista, La macchia umana, L'animale morente, Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, Chiacchiere di bottega, II complotto contro l'America.


30 settembre 2005