Peter Ackroyd
I fratelli Lamb

“L’ho trovata. Ho trovato una nuova tragedia. Tutti pensavano che fosse andata perduta, ma non è così.”
“Credo di indovinare ciò che intendete…”
“Sì. Fra quelle carte c’era una tragedia di Shakespeare. Il manoscritto completo.”


Non sono i fratelli Lamb i veri protagonisti del romanzo storico-letterario dello scrittore inglese Peter Ackroyd, piuttosto William Shakespeare, a cui ci si riferisce come “il Bardo” e non è necessario precisare il nome e il cognome per intendere di chi si stia parlando. E insieme è tutta un’epoca che prende vita nelle pagine del libro, l’atmosfera esaltante del primo romanticismo, ricca di idee e di sogni e di parole. Nella Londra dei primi dell’800 Charles Lamb, di famiglia modesta, autodidatta negli studi, fu tra i più noti scrittori di un genere di saggi letterari cosiddetti “familiari”, di tono discorsivo, in cui quello che risaltava era soprattutto la personalità e il gusto di chi li scriveva. Charles Lamb era un innamorato dei libri che a volte si lasciava trascinare da una passione per l’antiquariato piuttosto che da un razionale spirito critico. È necessario capire questo per entrare nello spirito del romanzo, per comprendere l’eccitazione che suscita il ritrovamento di carteggi e manoscritti appartenuti a Shakespeare da parte del giovane libraio William Israel. Tutto inizia per caso, quando a Israel viene affidato l’incarico di esaminare l’abbondante materiale cartaceo ritrovato in una ricca dimora che deve essere messa in vendita. Israel forse trova veramente qualcosa di autentico, ma è ambizioso, autodidatta pure lui, desideroso di compiacere il padre che gestisce un negozio di libri, e si lascia prendere la mano. Le scoperte di testi inediti si susseguono un po’ troppo velocemente: un atto di rogito, un sonetto, un biglietto d’amore e infine - fortuna incredibile - un’intera tragedia che si credeva andata persa, il “Vortigern”. Sembra un’opera giovanile di Shakespeare, i due Israel ne chiedono l’autenticazione agli esperti - Charles e Mary Lamb inclusi, che avevano una conoscenza approfondita del poeta, avendo scritto insieme le “Tales from Shakespeare” per un pubblico infantile. C’è chi avanza qualche dubbio, Charles Lamb ha dei sospetti su chi sia il vero autore, mentre sua sorella è trascinata dall’entusiasmo e forse anche da un sentimento d’amore per William Israel. E comunque l’opera viene messa in scena. Poche rappresentazioni, fischi, segue un’indagine sui due Israel.
Non è necessario essere degli amatori di Shakespeare per gustare il romanzo di Ackroyd, perché lo scrittore riesce a comunicare il sottile brivido della scoperta, ci rende partecipi dei mezzi con cui una contraffazione può essere eseguita ad arte, rende umani e credibili personaggi veramente esistiti. Mary Lamb, con il viso deturpato dalle cicatrici del vaiolo, una zitella senza speranze nei termini del tempo, morbosamente legata al fratello, pronta a fantasticare sull’interesse che qualunque uomo manifesti nei suoi confronti e a fraintenderne il significato; Charles Lamb, che le condizioni economiche obbligano a vivere in casa con i genitori e si ubriaca nelle bettole tutte le sere; un De Quincey giovane, non ancora famoso saggista, non ancora oppiomane; William Israel stesso che pensa di emulare il diciassettenne Chatterton che aveva “ritrovato” vecchie ballate (e però si era suicidato), e poi Londra nelle sue aree più malfamate, sulla sponda “sbagliata” del Tamigi, dove si ergeva il teatro Globe e dove si aggirava il Bardo in persona.

Di Marilia Piccone

I fratelli Lamb di Peter Ackroyd
Titolo originale: The Lambs of London
Traduzione di Massimo Ortelio
207 pag., Euro 15,00 - Neri Pozza Editore (I narratori delle tavole)
ISBN: 88-545-0035-6

Le prime righe

1.

«Detesto il fetore dei cavalli». Mary Lamb si avvicinò alla finestra e sfiorò con la mano il pizzo sbiadito che le bordava l'abito. Era un vestito di foggia antiquata ma lo indossava senza alcun imbarazzo, tanto non faceva differenza il modo in cui decideva di vestirsi. «Questa città è una gran latrina». Era da sola nel soggiorno e sollevò il mento, esponendo il viso alla luce del sole, la pelle segnata dalle cicatrici del vaiolo di cui aveva sofferto sei anni prima; immobile, con il volto illuminato, immaginava di essere il disco butterato della luna.
«L'ho trovato, mia cara. Era nascosto in Tutto è bene». Charles Lamb irruppe nella stanza con in mano un volumetto verde.
Mary si voltò sorridendo. Non sapeva resistere all'entusiasmo del fratello. Abbandonò le sue fantasticherie lunari. «Ed è così?»
«Che cosa, mia cara?»
«Tutto è bene, ciò che finisce bene?»
«Lo spero proprio». Charles aveva la camicia di lino sbottonata sul collo e il foulard allentato. «Vuoi sentire?» Il giovane si lasciò cadere su una poltrona e accavallò le gambe con il movimento repentino e disinvolto che la sorella aveva imparato a riconoscere. Aprì il libro, le braccia tese davanti a sé e cominciò a leggere a voce alta. «"Si dice che il tempo dei miracoli è passato, e vi sono presso di noi teste filosofiche che ci rendono giornaliere e familiari le cose soprannaturali e inesplicabili. Perciò riteniamo come sciocchezze le cose spaventose e ci trinceriamo dietro una scienza apparente, mentre dovremmo invece sottometterci a un ignoto timore"” Lafeu a Parolles. È precisamente il pensiero di Hobbes».

© 2005 Neri Pozza Editore


L'autore

Peter Ackroyd è ritenuto uno dei maggiori scrittori inglesi viventi. Autore di monumentali biografìe, London: The Biography, Dickens, Chaucer, Blake, Turner, The Life of Thomas More, ha scritto romanzi storici che hanno ottenuto un grande successo di pubblico e di critica, quali The Clerkenwell Tales, Hawksmoor, The House of Doctor Dee. Vive a Londra.


23 settembre 2005