Renzo Agasso
Il caso Ambrosoli

“Anna carissima”. Quando Annalori trova la lettera tra le carte di Giorgio, una mattina di febbraio del 1975, si sente morire. Forse ha già intuito il rischio che corre suo marito. Ma quel pezzo di carta è un testamento. Allora Giorgio è davvero in pericolo.”

Forse oggi come non mai gli italiani sentono il bisogno di maestri. Lo dimostra anche la scelta della più recente produzione televisiva, sempre attenta alle tendenze del pubblico, che sta sfornando fiction dal forte impatto etico, ad esempio sulla vita di Karol Woityla, sui soldati italiani a Cefalonia, su De Gasperi. È la linea seguita anche dal giornalista Renzo Agasso, con le sue biografie di personaggi del nostro tempo che si distinguono per il loro impegno civile o religioso, dal cardinale Pellegrino a Gian Carlo Caselli.
Il libro più recente, Il caso Ambrosoli, propone un modello del recente passato, l’avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso dai sicari di Michele Sindona l’11 luglio 1979. Un uomo onesto e coraggioso, dedito agli interessi dello Stato, che gli affidò la liquidazione delle malversazioni finanziarie del potente banchiere della mafia e della P2 (e in parte anche del Vaticano) senza mai difenderlo dalle minacce e lasciandolo solo perfino al suo funerale, disertato dalle autorità.
A richiamarne la memoria è stato il libro di Corrado Stajano del 1991 Un eroe borghese, seguito dal film omonimo, e Agasso ora ne ripropone la figura raccontando contemporaneamente la storia di un uomo e della sua città. Il percorso di ogni vita è strettamente legato a una geografia personale, ai luoghi in cui si è nati, in cui si lavora, in cui si cerca rifugio e distrazione, e anche ai luoghi temuti, dove si annida il pericolo. Per Giorgio Ambrosoli tutto questo era Milano: le strade della città hanno annodato il suo vissuto. Via Paolo Giovio dove è nato nel 1933, il liceo Manzoni dove ha studiato, l’Università Statale dove si è laureato in Giurisprudenza nel 1958, la chiesa di San Babila dove nel 1962 si è sposato, via Nerino dove aveva sede il Circolo della Critica, fondato insieme ad amici di derivazione monarchica, come lui, oppure liberale, per superare gli steccati partitici ed aprirsi a una cultura etica e civile. Milano non era soltanto la capitale economica, ma intellettuale, vi vivevano premi Nobel come Salvatore Quasimodo e Giulio Natta, filosofi come Del Noce, artisti come Giò Ponti, e un arcivescovo destinato a diventare papa, Giambattista Montini. Il 1964 è un anno di svolta, nella storia italiana e nella vita di Ambrosoli. Cade il governo Moro, c’è l’abortito colpo di Stato del generale De Lorenzo che coinvolgerà anche il presidente della Repubblica Antonio Segni, il ministro del tesoro Emilio Colombo mette in liquidazione la SFI, la Società Finanziaria Italiana, e l’avvocato Ambrosoli entra nel team dei tre liquidatori. Un incarico ingrato, da seguire a tempo pieno trascurando la carriera e senza la speranza di lusinghieri riconoscimenti ma al contrario fonte di inesauribili grane. Ambrosoli accetta perché l’interesse pubblico è al centro dei suoi valori. Alla fine degli anni ’60 arriva la contestazione e Ambrosoli “capisce che il mondo cambia in fretta e non va nella direzione che vorrebbe lui” – scrive Agasso – “Lui pensa che l’Italia vada curata con dosi massicce di onestà, serietà, senso del dovere”. Nel 1974 il governatore della Banca d’Italia Guido Carli gli affida l’incarico di commissario liquidatore della banca di Sindona: solo lui e nessun altro, tanto l’incarico è delicato e pericoloso. Incomincia il conto alla rovescia: per cinque anni, dal mattino presto a tarda notte, Ambrosoli resterà chiuso nella banca di Sindona ad analizzare ogni operazione, ogni documento, e a poco a poco accumula le prove di immense frodi. Il bancarottiere, da New York, mette in moto politici e massoni per creargli continui ostacoli, e quando lui tenacemente li supera, comincia a minacciarlo. “Anna carissima –scrive Ambrosoli alla moglie in una lettera-testamento – qualunque cosa succeda, cresci i figli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto.” L’8 luglio del ’79 arrivano dagli USA i giudici americani per raccogliere la deposizione di Ambrosoli, e i sicari per ammazzarlo. Gli sparano davanti a casa, in via Morozzo della Rocca. A Sindona quell’insensata vendetta risulterà fatale: accusato di essere il mandante dell’omicidio, sarà instradato in Italia e in carcere morirà subito avvelenato. Che cosa è rimasto del sacrificio di Ambrosoli? In chiusura del libro, Agasso intervista il figlio Umberto, anch’esso avvocato: “Mio padre ha dimostrato di essere una persona che fa della propria libertà un valore insuperabile. Capace di dire di no a chi cercava di comprarlo e a chi lo minacciava. È difficile vedere affermarsi questo genere di comportamenti.”

Di Daniela Pizzagalli

Il caso Ambrosoli di Renzo Agasso
Pag. 160, 12,50 euro – Edizioni Paoline
ISBN 88-215-5346-9

Le prime righe

"Il signor Ambrosoli?". "Sì", "Mi scusi, signor Ambrosoli".
Poi l'assassino spara tre colpi di 357 Magnum. Così muore l'avvocato Giorgio Ambrosoli, la notte dell'11 luglio 1979 a Milano. Solo. Com'è vissuto negli ultimi cinque anni. La moglie e i tre figli già in vacanza. Lui lì, a terra, sulla porta di casa, dopo una serata con pochi amici, cena, boxe alla tivù, un passaggio a chi abita più lontano, il ritorno a casa. E l'assassino in attesa nel buio dell'afosa notte milanese. Tre colpi, la fuga indisturbata, il silenzio. Muore così un servitore dello Stato che lo Stato ha mandato in prima linea e lasciato solo. A lottare e a morire. Giorgio Ambrosoli ha cominciato la sua agonia cinque anni prima, quando ha accettato l'incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, proprietà di Michele Sindona.

© 2005 Edizioni Paoline


L'autore

Renzo Agasso è nato a San Bernardo di Carmagnola (Torino) nel 1953, sposato, tre figli, giornalista, è autore di numerose biografie di personaggi del nostro tempo.


23 settembre 2005