Ljudmila Ulickaja
Le bugie delle donne

“Ma che medaglia, Zenia? È solo un nome. Un titolo onorifico è. Lei era piccola, le hanno fatto una testa grossa così: la medaglia, la medaglia! È lei che te lo ha raccontato? Che razza di chiacchierona!...”

Il motivo per cui molti lettori non amano il genere del racconto è proprio la sua brevità, l’impressione che la storia si interrompa all’improvviso, quando la conoscenza dei personaggi è appena iniziata e si vorrebbe sapere di più di loro. In questo si differenzia la serie di sei racconti della scrittrice russa Ljudmila Ulickaja: c’è un personaggio principale, Zenja, che ritorna in ogni storia, e ci rendiamo conto che il tempo è passato da accenni casuali all’età dei suoi figli, ai suoi studi, ad un cambio di lavoro, alla sua vita privata e ai suoi sentimenti. Un personaggio principale che, tuttavia, ha il ruolo marginale di ascoltatrice in cinque delle sei novelle, come uno specchio che riflette l’immagine di altre persone, quelle che raccontano le loro storie. Perché questo è il filo conduttore del libro: le storie raccontate dalle donne, “storie” come vicende e “storie” come “bugie”. Ma le bugie delle donne hanno una qualità di invenzione che le rende diverse da quelle degli uomini. Sono pragmatiche, le bugie degli uomini; quelle delle donne sono più inventive, mostrano più capacità creativa, più talento. Le donne finiscono per credere nelle loro bugie, fino a trasformarle in realtà. Le donne non mentono, perché non sanno di mentire. E così Zenja piange quando sente la donna con i capelli rossi raccontare di come abbia perso quattro figli (strazianti i dettagli, accuratissimi i particolari sui bambini), finché una persona rivela a Zenja che non è vero, che l’unico figlio che la donna ha avuto è quello che lei diceva essere il quinto.
Le donne inventano una realtà alternativa a qualunque età: nella seconda storia è una bambina che propone dei giochi dicendo che sono idea di suo fratello maggiore. Come non crederle quando parla così tanto di lui? Persino quando dice della volta che hanno visto un UFO e mostra il terreno bruciato su cui si è posato è perfettamente credibile. È impossibile non ammirare la vivacità intellettuale della bambina, e poco importa se poi questa brillantezza si rivela anche in storie fantastiche. Un’altra ragazzina sceglie Zenja come confidente per una rovente storia d’amore: peccato che sappia molto di pedofilia perché lei ha tredici anni e l’uomo ne ha quaranta; mentre è anziana la professoressa che recita versi non suoi ad una studentessa ignorante, facendosi credere una grande poetessa. Passa il tempo, i figli di Zenja crescono, lei ha un secondo marito, si innamora di un regista, e poi - siamo agli inizi degli anni ‘90, a Mosca - Zenja scrive sceneggiature per la televisione e le offrono di fare un servizio sulla prostituzione russa all’estero. Ancora una volta è un’esperienza fantastica ascoltare con la sempre rinnovata credulità di Zenja storie di vite su cui ci si impietosisce, prima di rendersi conto che è strano che siano tutte simili. Bellissimo il racconto conclusivo, più lungo degli altri, che li corona tutti, un po’ come I morti nei Racconti di Dublino di Joyce. Qui è Zenja (che ormai dirige una casa editrice) al centro di tutta la vicenda, Zenja con la sua vitalità eccezionale a cui succede qualcosa di drammatico, Zenja che è incapace di mentire e che è chiamata ad affrontare una prova durissima, Zenja che finalmente è oggetto delle cure degli altri, invece che essere lei ad occuparsi di tutto. È la bravura della Ulickaja che rende questo libro così coinvolgente per quel misto di commedia e tragedia, per l’umanità dei personaggi, per l’ironia sottile che lo pervade, per l’arte di dire tanto in sordina, quasi con noncuranza.

Di Marilia Piccone

Le bugie delle donne di Ljudmila Ulickaja
Traduzione di Mirco Gallenzi
176 pag., Euro 16,00 – Edizioni Frassinelli (Narrativa)
ISBN 88-7486-845-6

Le prime righe

Il bambino assomigliava a un riccio: i capelli scuretti, ispidi, a spazzola, il naso allungato, curioso, stretto stretto in punta, le buffe abitudini di una creatura autosufficiente, sempre lì a fiutare il vento, e la sua assoluta ritrosia alle carezze, ai contatti, per non parlare poi dei baci materni. Ma anche la mamma, con ogni evidenza, apparteneva alla razza dei ricci: nemmeno lei lo toccava, addirittura non gli tendeva la mano sul ripido sentiero, quando risalivano dalla spiaggia verso casa. E così lui la precedeva arrampicandosi, mentre lei andava lenta dietro, lasciandogli la possibilità di aggrapparsi da solo ai ciuffi d’erba, di tirarsi su, scivolare giù e di nuovo salire per la scorciatoia che portava a casa, evitando la curva pianeggiante della strada maestra per cui passavano i villeggianti normali.

© 2005 Edizioni Frassinelli


L'autrice

Ljudmila Ulickaja, nata nel 1943, è cresciuta e vive a Mosca. Genetista, autrice di pièces teatrali e scrittrice di romanzi, è membro del Parlamento culturale europeo ed è considerata tra i maggiori esponenti della letteratura russa contemporanea. Ricordiamo Funeral Party e La figlia di Buchara.


16 settembre 2005