Simona Torretta
Otto anni e 21 giorni
Il mio impegno di solidarietà in Iraq

“Non sono le guerre contro i popoli a portare la sicurezza nel mondo. Anzi, i conflitti aumentano la povertà, creano squilibri sociali, minacciano le identità nazionali, fomentano l’odio e la vendetta, costringono migliaia di persone a un’emigrazione forzata. Non sarà una guerra chiamata ‘pace’ a far rinascere l’Iraq. La pace è un’altra cosa.”

Per 21 giorni tanti cittadini italiani hanno seguito con ansia, emozione e paura gli sviluppi del sequestro delle due Simone. Molti hanno partecipato alle manifestazioni indette per richiedere la loro liberazione, tutti sentivano profondamente ingiusto il rapimento di due persone che erano state sempre “dalla parte degli iracheni”, che avevano rischiato la vita insieme a loro, che si erano indignate per le sofferenze di quel popolo vittima più volte: di un regime dittatoriale, di una prima guerra, dell’embargo economico, di un’altra guerra terribile e infine di un dopoguerra ancora più cruento e spietato della guerra stessa. Per questo il libro di Simona Torretta riesce a emozionare e a coinvolgere profondamente: tutti noi sentiamo di conoscerla personalmente, di essere un pezzetto della sua storia e della sua vita.
Il primo contatto di Simona con l’Iraq è del settembre 1994 quando, a soli 19 anni, partecipa al Festival di Babilonia (festival di tutte le arti arabe): rimane subito colpita dalla popolazione aperta e ospitale che viveva con normalità e serenità le privazioni dovute all’embargo e affascinata dalla bellezza di Bahdad. Nel 1996 Simona organizza una raccolta di medicinali per un ospedale di Baghdad con cui era rimasta in contatto e si avvicina a Un ponte per… Da questa organizzazione nel 1998 ha l’incarico di andare a documentarsi su quanto l’embargo avesse compromesso la ricerca universitaria e lo sviluppo culturale in Iraq. L’embargo infatti aveva disgregato la società irachena: la borghesia (soprattutto professionisti e intellettuali) era stata costretta spesso a emigrare (sono quasi 2 milioni gli emigrati in quel periodo); i più poveri erano ridotti in miseria, la corruzione dilagava e la sanità si trovava impotente davanti a sanzioni economiche che colpivano prevalentemente la popolazione civile. Erano poi moltissimi i bambini malati di leucemia o di tumori del sangue, molti i nati malformati e la responsabilità di tutto ciò è con ogni probabilità da attribuire all’uranio impoverito usato nella prima Guerra del Golfo: per l’embargo, dirà l’OMS morivano oltre 7.000 bambini al mese.
Il primo soggiorno in Iraq di Simona termina nel 1999, ma vi torna nel 2000, nel 2001, nel 2002 e infine nel 2003, il 21 marzo, tre giorni prima dello scoppio della guerra. “Allo scoppio della guerra l’Iraq era un Paese già stremato”, scrive in questo libro, anche perché “nei 12 anni che separano le due guerre gli americani non avevano però mai smesso di bombardare il territorio iracheno”.
I problemi per gli stranieri e per i cooperanti di Un ponte per… erano già molto acuti prima e durante la guerra: guardati con sospetto dal regime, ogni azione o conversazione veniva controllata e spiata. Ma nel libro la Torretta si sofferma più sulle sofferenze degli iracheni che sulle proprie, sull’orrore di una guerra che non rispetta nessun luogo, né quelli religiosi né quelli della cultura: eppure l’archeologo americano McGuire Gibson aveva consegnato al Pentagono il 24 gennaio 2003 un elenco di 5.000 luoghi di cultura iracheni da proteggere, ma nessuno aveva rispettato quelle indicazioni e l’unico luogo controllato dopo l’occupazione, alla fine della guerra, era il Ministero del petrolio.
“Non so se l’Iraq era nel mio destino o se tutto è dovuto alla casualità del primo viaggio. So che il sequestro ha interrotto il lavoro che da otto anni avevo scelto di fare per stare vicino alla popolazione irachena, nel bene e nel male. In quei lunghissimi 21 giorni di prigionia non ho fatto altro che chiedermi perché ero diventata un bersaglio e se avessi sbagliato qualcosa”. Alle pagine dedicate agli otto anni trascorsi in stretto rapporto con la popolazione irachena sono inframmezzate altre (in corsivo nel testo) che descrivono i 21 giorni del rapimento. Il primo pensiero, quando viene rapita, è il dolore provocato alla madre e alle sorelle, così come la gioia più grande, dopo la liberazione, sarà proprio quella di riabbracciare la madre.
Quei 21 giorni di silenzio, pianto, isolamento totale non sembrano però aver tolto a questa ragazza coraggiosa neppure un po’ di rispetto per il popolo iracheno: non c’è mai rabbia o rancore, ma domina una pena sconfinata e una grande amarezza. Ciò che suscita più ammirazione è l’energia morale di questa ragazza, l’intelligenza e la sensibilità nell’aver saputo gestire anche i momenti più difficili, la sua voglia di riprendere un cammino solo momentaneamente interrotto, di non rinunciare a credere nel proprio lavoro e nelle proprie convinzioni, la speranza che si può lavorare perché ci sia meno dolore nel mondo. E proprio le sue parole, così forti e decise, sono la migliore testimonianza della brutale e stupida inutilità della guerra.

Di Grazia Casagrande

Otto anni e 21 giorni. Il mio impegno di solidarietà in Iraq di Simona Torretta
189 pag., Euro 11,00 – Edizioni Rizzoli (Saggi italiani)
ISBN: 88-17-00780-3

Le prime righe

C’ERA UNA VOLTA BAGHDAD

Le lune di Baghdad sono diverse da quelle di Roma. Sembrano più grandi, più vicine. Anche il sole è più grande, più rosso e caldo, e la sera, quando se ne va, non si può non guardarlo. Scende proprio in mezzo alla città, aprendo il sipario su un panorama irreale.
A un anno dal mio sequestro ripenso a quei grandi ponti sul Tigri, tutti così differenti tra loro. L'antica Mesopotamia è sempre lì. Gli iracheni se ne sentono figli, sono fieri delle loro radici. Negli otto anni che ho trascorso in Iraq come operatrice umanitaria ho imparato ad amare questa terra e le sue contraddizioni. E questo amore non potrà essere cancellato dai ventun giorni del mio sequestro perché i ricordi che porto dentro valgono molto di più, anche se ora la mia vita è altrove.

© 2005 RCS Libri Edizioni


L'autrice

Simona Torretta ha 30 anni. Dal 1996 collabora con l'associazione Un ponte per..., impegnata in progetti di sostegno alla popolazione irachena. Dopo il suo sequestro ha continuato a testimoniare la sua esperienza di lavoro in Iraq partecipando a numerosi convegni.


16 settembre 2005