Cees Nooteboom
Philip e gli altri

Mademoiselle, dissi, vuole un po’ del mio vino? E presi il vino che tenevo sempre pronto, la notte, e ci sedemmo sulla soglia della canonica. Lei non disse nulla, e quando le chiesi se non aveva paura ad andare in giro da sola di notte, rispose: ‘Certo che no.’ Poi mi guardò con quel suo viso orientale che non sono mai riuscito a decifrare veramente come quelli della gente di qui, fatti e cresciuti come il mio, perché era un viso riservato, forse enigmatico, e sussurrò: ‘Sto creando una storia’.”

Non solo chi già conosce l’opera letteraria di Cees Nooteboom, ma anche chi, indipendentemente dalla personalità letteraria generale dell’autore, prova a leggere le prime pagine di questo romanzo breve, si accorge immediatamente che si tratta di un’opera giovanile. E non tanto per la scelta linguistica o per l’impostazione della storia, decisamente un romanzo di formazione, ma soprattutto per l’approccio un po’ ingenuo e molto romantico dello scrittore alla vita. Sono sentimenti “primari” quelli che Nooteboom racconta in Philip e gli altri, nati nell’infanzia del protagonista e ritrovati alcuni anni dopo, rivivendo le medesime situazioni negli stessi luoghi. Questi sentimenti spingono il diciottenne Philip a intraprendere un viaggio “di iniziazione” in autostop che lo porterà dall’Olanda alla Provenza tra incontri inquietanti e altri quasi magici, in un clima di struggente nostalgia alla ricerca di una figura femminile sublimata che sembrerebbe connotare una personalità ben più adulta di quella di Philip. Curioso che un autore appena ventenne sappia descrivere non solo il rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, ma l’illusione del sogno, in un’opera ambivalente tra gioventù e vecchiaia e in quella che si può definire “una decisa dichiarazione di fede nella forza magica della poesia – come scrive nella Postfazione Rüdiger Safranski, un saggista che proprio attraverso la passione per questo romanzo è divenuto amico di Nooteboom – che nelle successive narrazioni di Cees Nooteboom non si ritroverà più espressa nello stesso modo. La nostalgia, il desiderio di scomparire nelle proprie immagini diventano in seguito ironia, un’ironia attraverso la quale realtà e poesia si relativizzano reciprocamente. Si potrebbe dire che il destino del romanticismo storico si sia compiuto ancora una volta nel moderno autore Nooteboom: l’oscillazione tra la Sehnsucht, la nostalgia romantica, e l’altrettanto romantica Ironie”. Il testo di Safranski è imprescindibile sia per l’analisi critica del romanzo, sia per la narrazione della sua genesi, in qualche modo autobiografica, che svela ancor meglio perché all’autore sia così ben riuscita la descrizione di quella ricerca di appartenenza e di “un centro di gravità permanente” tipico dell’adolescenza, qualcosa che il tempo porta via insieme a tutte le nostre illusioni.

Di Giulia Mozzato

Philip e gli altri di Cees Nooteboom
Titolo originale: Philip en de anderen
Traduzione di David Santoro
Postfazione di Rüdiger Safranski
168 pag., Euro 13,50 – Iperborea Edizioni
ISBN: 88-7091-130-6

Le prime righe

LIBRO PRIMO

1

Mio zio Antonin Alexander era un uomo strano. Quando lo vidi per la prima volta avevo dieci anni e lui una settantina. Viveva nel Gooi, in una casa brutta e incredibilmente grande, piena zeppa dei mobili più bizzarri, inutili e orrendi. A quel tempo ero ancora molto piccolo e non arrivavo al campanello. Picchiare sulla porta o sulla cassetta delle lettere come facevo sempre in quei casi, lì non osavo, così alla fine decisi di fare il giro della casa. Mio zio Alexander sedeva su una poltroncina bassa, zoppa, d'un tessuto viola sbiadito, con appoggiatesta e copribraccioli di pizzo ingiallito, ed era proprio l'uo-mo più strano che avessi mai visto. A entrambe le mani aveva due anelli e solo più tardi, quando sei anni dopo tornai lì una seconda volta per restare, mi accorsi che quell'oro era ottone e le pietre rosse e verdi (ho uno zio che porta rubini e smeraldi!) vetro colorato.
"Sei Philip?" domandò.
"Sì, zio", risposi alla figura in poltrona. Vedevo solo le mani. La testa era in ombra.
"Mi hai portato qualcosa?" chiese ancora la voce. Non avevo nulla con me e risposi: 'Veramente no, zio."
"Ma qualcosa dovresti pur portarla."

© 2005 Iperborea Edizioni


L’autore

Cees Nooteboom, nato nell’Aja nel 1933, autore di romanzi, poesie, saggi, viaggiatore insaziabile, è uno dei più importanti e originali autori olandesi contemporanei. Rivelatosi a ventidue anni con Philip e gli altri, ripubblicato ora per il cinquantenario in vari paesi europei, ha ricevuto per la sua opera i più prestigiosi premi. Fra i suoi romanzi Il Buddha dietro lo steccato e Il giorno dei morti.


9 settembre 2005