Cornell Woolrich
L’angelo nero

“Era nato vecchio, quell’uomo seduto al bar. Vecchio e crudele. Non doveva aver mai sprecato una mossa in vita sua. Doveva aver già avuto tutto, al mondo, grazie a un’incessante, rapace applicazione. Ma forse c’erano molte cose che un giorno non voleva, per poi desiderarle il giorno dopo; era questo che doveva tenerlo in movimento.”

Che vita drammatica, quella dello scrittore americano Cornell Woolrich. Nato nel 1903 a New York, morto nel 1968, solo e dimenticato, alcolizzato e con una gamba amputata per una cancrena causata dal diabete, con alle spalle un tentativo fallito di matrimonio mai consumato e un rapporto esclusivo con la madre con cui visse in stanze d’albergo fino alla morte di lei nel 1957. Il successo gli venne con il primo romanzo, nel 1940, La sposa in nero, con una protagonista tipica della narrativa di Woolrich (scrittore così prolifico da adottare parecchi pseudonimi, tra cui il più noto è William Irish), una delle tante “donne in nero” dei suoi romanzi. Come quella de L’angelo nero, il libro appena ripubblicato dalla Fanucci, una donna forte e fragile, decisa e intensamente femminile. Due parole nel titolo, quasi un ossimoro, l’aggettivo “nero” per un romanzo molto noir abbinato ad “angelo”, idea di leggiadria con un’aura sinistra. “Viso d’angelo”: è il nome con cui il marito chiama Alberta, la protagonista. Ed è quando non si sente più chiamare così che Alberta si insospettisce, fiuta un’altra donna, fruga tra le cose di lui, trova un indizio, lo segue alla ricerca di una certa “Mia”. L’incontro non è come se lo aspettava: la donna giace morta nel suo appartamento, soffocata con un cuscino. Il marito di Alberta è accusato di assassinio e condannato alla sedia elettrica. Con lo stesso istinto con cui Viso d’angelo si era messa sulle tracce dell’amante del marito, adesso decide di cercare il vero colpevole. Perché lei è certa- con una fiducia incrollabile e commovente- che suo marito sia innocente. Un colpevole che, da una cartina di fiammiferi che Alberta ha trovato nell’appartamento, deve avere un nome che inizia per M, e Alberta si ingegna per incontrare le quattro persone segnate nella rubrica di Mia, alla pagina della M. Viso d’angelo non immagina neppure quali porte dovrà aprire, in che mondi dovrà entrare, quali realtà dovrà conoscere. E a quali pericoli andrà incontro. La sua difesa è il suo viso d’angelo, quella innocenza e ingenuità che le sono connaturate, come se le forze del bene e la spinta dell’amore dovessero di per sé servire da protezione contro il male. Come se fosse impossibile che qualcuno che è spinto da sentimenti così profondi possa fallire. E quando Alberta, sull’ultimo scalino di questa discesa agli inferi, deve indossare un abito di tulle nero, riesce a trasformare pure quello: non offre un’immagine conturbante, è un angelo nero ma pur sempre un angelo che attira il suo opposto. Riesce nel suo intento, Viso d’angelo, anche se non è pronta a pagare il prezzo richiesto per discolpare il marito, anche se si è lasciata trarre in inganno e le è successo quello che mai avrebbe immaginato- innamorarsi di qualcun altro. Il ritmo del romanzo di Woolrich non è quello concitato dei nostri tempi, l’atmosfera è a luci smorzate, i dialoghi hanno quell’eleganza casuale un po’ demodè, la trama è nera con quel tanto di rosa che la rende perfetta per il cinema- come tanti altri romanzi di Woolrich, tra cui proprio La sposa in nero del regista Truffaut.

Di Marilia Piccone

L’angelo nero di Cornell Woolrich
Traduzione di Alessandro Rocchetti Bellinzoni
250 pag., Euro 16,00 - Edizioni Fanucci (Collezione immaginario Dark)
ISBN: 88-347-1104-1

Le prime righe

Lui mi chiamava sempre ‘Viso d’Angelo’. Era così che mi chiamava quando eravamo soli. Ed era una cosa speciale, tra lui e me. Avvicinava il viso al mio e me lo diceva sottovoce. Mi chiedeva, meravigliato, dove l’avevo trovato, questo viso d’angelo. E altre frasi carine come quelle che i mariti dicono alle loro mogli.
Poi all’improvviso ha smesso. E, prima che me ne rendessi conto, erano passate settimane da quando l’avevo sentito pronunciare quel soprannome per l’ultima volta. Avevo aspettato che me lo dicesse di nuovo e mi ero domandata perché non lo facesse. E poi anch’io avevo smesso di aspettare e di domandarmelo.
Il suo abito blu non era nell’armadio, e questo era strano. Quello era il mio lavoro, mandare i vestiti in lavanderia. Mi sono addentrata un po’ di più tra le stampelle. Fino a sinistra, che era il suo lato dell’armadio.

© 2005 Fanucci


L’autore

Cornell Woolrich (1903- 1968) esordisce come scrittore alla fine degli anni ’20 con una serie di romanzi fortemente influenzati da Francis Scott Fitzgerald. Lavora brevemente a Hollywood e poi torna a New York. A partire dalla seconda metà degli anni ’30 si guadagna da vivere scrivendo racconti polizieschi per le riviste pulp dell’epoca per poi passare al romanzo con la pubblicazione de La sposa in nero nel 1940.


9 settembre 2005