La biografia


Jack Finney
L’invasione degli ultracorpi

“Sin da ieri mattina” cominciò lentamente, con voce calma “ho l’impressione che… mio padre non sia affatto mio padre”. Lanciò un’occhiata spaurita verso il portico buio della casa, si coprì il volto con le mani e cominciò a piangere.

Questo libro ha, credo, battuto molti record: tre diverse versioni cinematografiche e tutte firmate da autorevoli registi (Don Siegel, Philip Kaufman e Abel Ferrara). Scritto nel 1954 è stato pubblicato poco più di un mese fa da Marcos y Marcos nella efficace traduzione di Stanis La Bruna e M. L. Cortaldo.
Tra la magia e la fantascienza la storia si evolve sotto gli occhi del lettore che segue il protagonista/narratore nella progressiva scoperta della terribile e misteriosa presenza a Mill Valley, una tranquilla e abitudinaria cittadina della provincia californiana, di perfetti sostituti degli abitanti, prodotti da grandi bacelli in rapidissima evoluzione, che hanno le caratteristiche fisiche e psicologiche dei corpi riprodotti ma che sono privi di emozioni rendendo così tutti facilmente dominabili e controllabili e garantendo la “pace sociale”.
La sconvolgente verità viene gradualmente alla luce: dapprima il protagonista appare totalmente incredulo davanti ai dubbi sull’identità dei propri familiari e di alcuni amici che ha sempre giudicato razionali e affidabili, poi inizia ad avere qualche perplessità lui stesso, quindi scopre, già immerso in una situazione di panico, un essere “in costruzione”.
Ha inizio così, in modo rocambolesco, la sua azione di resistenza.
Sono solo quattro i resistenti e il nemico che viene dal cielo sembra invincibile eppure l’uomo, quello vero, con sentimenti ed emozioni, vince e vincerà sempre contro chi ne sia privo: questa è la “morale” più esplicita. Finney però compie un’operazione più sottile e raffinata: mentre sembra inneggiare all’eroe solitario (un classico dei miti americani) in realtà ironizza sulle paure del ceto medio della provincia Usa, sul timore nei confronti di chi viene da “fuori”, sia che gli invasori provengano da altri mondi o dal villaggio vicino… Insomma il bisogno rassicurante di vivere tra uguali era, ed è, una delle più evidenti caratteristiche di tanta provincia americana che d’altro canto è anche facilmente preda di tranquillizzanti seduttori: molti abitanti di Mill Valley accettano infatti spontaneamente lo “scambio” in quanto non avere emozioni può rappresentare un vantaggio!
Sono davvero tante le interpretazioni che si possono fare di uno o più passaggi del romanzo, quasi un classico contemporaneo, ma forse una lettura che sappia farsi semplicemente coinvolgere dalla storia e che miri al divertimento intelligente è il modo migliore e più saggio di affrontare questo libro.

Di Grazia Casagrande

L’invasione degli ultracorpi di Jack Finney
Titolo originale: Invasion of the Body Snatchers
Traduzione di Stanis La Bruna e M.L. Cortaldo
215 pag., Euro 13,50 – Edizioni Marcos y Marcos (Gli alianti n. 124)
ISBN: 88-7168-407-9

le prime pagine
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Sappiate che il libro che vi accingete a leggere è pieno di problemi irrisolti e domande senza risposta. Non offre una conclusione univoca, dove tutto risulta chiarito per filo e per segno. Non da parte mia, almeno, perché non posso dire di sapere che cosa accadde esattamente o perché, o semplicemente come cominciò, e se ebbe una fine. Mi ci sono trovato coinvolto mio malgrado. Ora, se a voi non piace questo genere di storia, sono dolente ma farete bene a non leggerla. Io non posso far altro che riferirvi quello che so.
Per me tutto ebbe inizio verso le sei di un giovedì sera, il 28 ottobre 1976. Accompagnai il mio ultimo paziente, una lussazione al pollice, alla porta, convinto che la mia giornata lavorativa non fosse ancora finita. Per un attimo rimpiansi di essere un medico, perché di solito nella mia professione certi presentimenti sono fondati. Una volta sono partito per le vacanze, sicuro che sarei stato costretto a tornare dopo uno o due giorni: la cosa si verificò puntualmente per un'epidemia di rosolia. E non sono rari i casi in cui sono andato a letto, stanco morto, sapendo che dopo un paio d'ore avrei dovuto alzarmi per raggiungere in macchina qualche fattoria.
Quella sera, seduto alla scrivania, aggiunsi un'annotazione nella cartella cllnica del mio paziente e bevvi un sorso di brandy medicinale allungato con la soda, cosa che non faccio quasi mai. Ma quella sera sorseggiai il mio drink, guardando Throckmorton Street dalla finestra dietro la scrivania. Ero incappato in un caso d'appendicite improvvisa e a mezzogiorno non avevo mangiato. Mi sentivo nervoso e pensai di distrarmi guardando giù in strada, tanto per cambiare.
Così, quando sentii bussare leggermente alla porta esterna, quella della sala d'aspetto, avrei voluto far finta di niente, in modo che, chiunque fosse il visitatore, se ne andasse al diavolo. Ora, questo si può fare in qualsiasi professione tranne la mia.
L'infermiera se n'era andata (probabilmente era arrivata ai piedi della scala prima dell'ultimo paziente, vista la sua rapidità) e io rimasi per alcuni secondi con un piede sul calorifero, davanti alla finestra, a guardare in strada e a dirmi che no, non sarei andato ad aprire neanche ora che bussavano una seconda volta. Non era ancora buio, ma la luce piena del giorno non c'era più. Qualche insegna al neon s'era già accesa e Throckmorton Street appariva deserta: alle sei di sera, da queste parti, vanno quasi tutti a cena e io mi sentivo solo e depresso.
Poi sentii bussare di nuovo. Posai il bicchiere e andai ad aprire. Credo di aver battuto le palpebre un paio di volte, con la bocca stupidamente aperta, perché davanti a me c'era Becky Driscoll.
«Ciao, Miles» disse, compiaciuta per il senso di lieta sorpresa che mi si leggeva in faccia. «Becky» mormorai, facendomi da parte. «È un piace re vederti. Accomodati!» Sorrisi, e Becky mi seguì attraverso la sala d'aspetto fino in studio. «Cos'è, una visita professionale?» chiesi, chiudendo la porta. Ero talmente sollevato e contento che diventai ciarliere ed esuberante. «Ci siamo specializzati nell'asportazione dell'appendice, questa settimana» annunciai con allegria. «Meglio fare le cose in serie!»
Sorrise anche lei. Becky è sempre una splendida ragazza. Ha una figura elegante e snella, piacevolmente in carne; dalle altre donne ho sentito dire, a volte, che è un tantino larga di fianchi, ma un appunto simile non è mai stato fatto da un uomo.
«No» rispose Becky fermandosi davanti alla scrivania e voltandosi per rispondere alla mia domanda. «Non è esattamente una visita professionale...»
Presi il bicchiere e lo guardai controluce. «Vedi, bevo a ogni ora del giorno, lo sanno tutti. Specialmente nei giorni in cui opero. E anche il paziente deve bere con me. Non ti sembra giusto?»
Per poco il bicchiere non mi scivolò fra le dita, perché lei aveva avuto un sussulto o un sospiro di amarezza. Gli occhi, di colpo, le si fecero lucidi e Becky si affrettò a voltarsi dall'altra parte, le spalle curve, le mani alzate al viso. «Ne berrei uno anch'io» mormorò a stento.
Dopo un secondo riuscii a dire: «Siedi». Lo dissi con garbo, e Becky sedette nella poltrona di cuoio a lato della scrivania. Io andai nel cucinino, le preparai un drink prendendomela comoda, poi tornai e misi il bicchiere sulla lastra di vetro che copriva il tavolo.

© 2005 Marcos y Marcos Edizioni

biografia dell'autore
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Jack Finney nasce a Milwaukee il 2 ottobre 1911. Terminati gli studi, si stabilisce a New York, dove si guadagna da vivere lavorando in pubblicità. La sua carriera di scrittore comincia pubblicando racconti polizieschi su riviste prestigiose come “Collier’s”, “The Saturday Evening Post” e “Mc Call’s”. I romanzi, e soprattutto la prima versione cinematografica di L’invasione degli ultracorpi, gli consentiranno di dedicarsi interamente alla scrittura e di trasferirsi in California con la moglie e i figli. Muore nel 1995, a ottantaquattro anni, proprio a Mill Valley, la città invasa dai “ladri di corpi”.




2 settembre 2005