Miljenko Jergovic
Le Marlboro di Sarajevo

“Non avevo mai pensato che le lacrime potessero scorrerti dentro, ci sarà qualche canale, ma quanto abbiamo pianto quella notte! Come matti! Domo, appena rientrato dalla prima linea, mi ha detto di aver pianto pure lui, però ogni giorno spara in quella direzione. È soffice l’animo umano, ma solo se lo pigli per il verso giusto.”

Jergovic è uno degli scrittori europei dell’ultima generazione che ha riscosso i maggiori riconoscimenti internazionali. Premiato in Italia con Il Grinzane Cavour per il suo romanzo Mama Leona e con il Premio Napoli per la raccolta poetica Hauzmajstor Sulc vede ora, in questa edizione Scheiwiller, riproposta una raccolta di racconti scritti nel corso della guerra bosniaca e in particolare durante l’assedio di Sarajevo.
La lettura di questo libro è stata per me propedeutica a un recente viaggio nella capitale bosniaca ed è stata capace di coinvolgermi e di guidarmi a un impatto non facile e fortemente colpevolizzante per gli anni di indifferenza a una tragedia consumata alle “porte di casa”.
La Prefazione di Claudio Magris, la definizione di Paolo Rumiz che ha visto in Jergovic il nuovo Andri_ bosniaco, la recente intervista all’autore che chiude la raccolta paiono strumenti fondamentali per la comprensione dell’universo rappresentato nei vari brevi, fulminanti racconti. Poche frasi ed ecco aprirsi un universo emotivo, in una pagina è racchiuso un mondo di amore e di disperazione, la commozione colpisce chi legge attraverso i sottintesi, i silenzi che per pudore tacciono gli orrori e il sangue che imbratta le vie della città e le vite degli uomini e delle donne che la popolano: una scrittura che sa far straordinaria sintesi di una tragedia, un po’ come avviene visivamente nel Guernica di Picasso.
Mai la guerra è posta in primo piano, ma le situazioni, i rapporti umani, i sentimenti e gli stessi oggetti trovano senso nello stravolgimento e nell’imbarbarimento di una guerra insensata e totalmente inutile (se mai una guerra può essere in qualche modo utile) come quella che si è consumata in questo tormentato Stato e in questa splendida città.
Mutilazioni, armi, la morte che incombe e con cui si impara innaturalmente a convivere, bambini già vecchi e amanti senza più amore, le menti che vacillano incapaci di accettare l’orrore, la follia scambiata per eroismo, la quotidianità che si finge immutabile e che si tenta di riprodurre laddove nulla è più come prima, gesti prima sconosciuti e relegati a un passato arcaico ridiventati abituali (ma quando mai in quella città colta e raffinata bisognava prendere l’acqua dal pozzo comune e non dal rubinetto di cucina?): bastano due o tre pagine a Jergovic per costruire le trenta tessere di questo mosaico che senza presentare esplicitamente il conflitto non ne può prescindere.
Così camminare per Sarajevo, in questa estate piovosa, guardarne le case trivellate dai colpi di mitraglia, sventrate dalle granate o perfettamente ricostruite stagliarsi lungo il fiume, luminose nei colori pastello delle pareti e nella loro bellezza antica, è stata un’emozione resa ancora più intensa dalla lettura de Le Marlboro di Sarajevo.
Visitando il tunnel, oggi museo, attraverso il quale venivano portati in città i pochi soccorsi umanitari che durante l’assedio giungevano agli abitanti vittime della fame e dell’indifferenza del mondo, ho visto un pacchetto di sigarette costruito con pezzi di carta bianca, così come Jergovic racconta spiegando il titolo della raccolta. Ho capito allora di avere avuto in dono uno strumento in più di comprensione della realtà: che cosa chiedere di più a un libro?

Di Grazia Casagrande

Le Marlboro di Sarajevo di Miljenko Jergovic
Titolo originale: Sarajevki Malboro
Prefazione di Claudio Magris
Traduzione di Ljliljana Avirovic
Con l’aggiunta di un dialogo con l’autore: Sarajevo, un mondo messo in salvo
135 pag., Euro 12,00 – Edizioni Libri Scheiwiller (Prosa n. 94)
ISBN: 88-7644-452-1

Le prime righe

I.
UN IMPRESCINDIBILE
DETTAGLIO BIOGRAFICO

LA GITA

II posto della testa è sul cuscino. Il resto è un orrore. Senti la terra che cede sotto i piedi, il mondo barcolla assonnato, la tempia cozza contro il nocchio della spalla materna, dischiudi un occhio e sotto vedi il gioco delle scale, l'illusione ottica di elementari geometrie che ti ricacciano nel sonno. Ti svegli all'improvviso, la nausea che monta dallo stomaco. Sei dentro un autobus, circondato dagli impiegati dell'Ufficio di contabilità sociale in gita a Jajce. Nessuno si è portato i figli dietro, solo tua madre. Tu vedrai la cascata - ormai ha deciso -, non importa se le tue viscere cercano uno sfogo, se la palude torbida che hai in testa non sarà mai il getto chiaro di quell'acqua. Il vetro spesso dell'autobus rimbomba ritmicamente nella tua coscienza; cambiano gli scenari nei quali solo un domani, forse tra dieci anni, ravviserai i luoghi di una patria più vasta da raccontare in tono appassionato ed esagerato a chi viene dall'estero o dal resto del tuo paese.
È una giornata di pioggia, sotto i ponti scorre il Bosna in piena e niente, proprio niente ti mette voglia di una gita. Gli impiegati di mezza età chiacchierano allegramente e qua e là sbirciano le bionde segretarie dalle grandi borse da spiaggia gonfie di polli arrosto, pettini, belletti, pasticche di plivadone, oli abbronzanti, nonché di quelle piccole cose femminili il cui uso ti sarà chiaro molto più tardi, cose che si usano solo una volta al mese, ma quella volta è sempre quando si è in gita o a una festa.
Guardi una seicento sorpassare la corriera. Dentro ci sono quattro ragazzi. Visti dall'alto sembrano dei baldi nanerottoli che nella pioggia se la spassano a meraviglia. Corrono lungo uno scintillante mondo bagnato e sorpassano chiunque trovino per strada.

© 2005 Libri Scheiweller Edizioni


L’autore

Miljenko Jergovic è una delle voci più singolari della nuova letteratura europea: poeta, romanziere, drammaturgo, è nato a Sarajevo nel 1966 e qui ha compiuto i suoi studi, fino al precoce debutto poetico nel 1988. Poi arriva la guerra, l’assedio, la fuga dalla città, la scelta di Zagabria – dal ’94 – per vivere e lavorare, la nostalgia che spesso, oggi che può, lo riporta a casa. Queste vicende sono i temi ricorrenti dell’opera che lo rese famoso, che divenne simbolo dell’assedio e del massacro, Le Malboro di Sarajevo. Ad essa seguirono I Karivan, poi Mama Leone (Premio Grinzane Cavour, Sezione narrativa straniera). Una prova più temeraria è quella affrontata in Hauzmajstor Sulc (Premio Napoli 2005, Sezione poesia internazionale), un poema corale, una sorta di Spoon River balcanica, una voce che raccoglie le tante voci e storie celebrate nella sua città-mito. Con Buick Riviera siamo invece al di là dell’Atlantico, nell’Oregon: anche qui si possono ritrovare esuli nuovi o vecchi dell’”altro mondo”, di quella Bosnia lontana.


2 settembre 2005