Barry Gifford
I vecchi tempi e altre storie

“La vita va avanti e si cerca di ignorare l’inevitabile, di nascondere lo squallore, di fingere di non essere ridicoli o spregevoli, di non riconoscere i sintomi di una malattia grave. Ma tutti, pare, dobbiamo soccombere. I miei sforzi in direzione dell’immortalità sono confluiti in un insieme di opere che chiunque può contemplare senza l’interferenza di una spiegazione…”.

L’abbiamo conosciuto perché da un suo romanzo, Cuore Selvaggio, David Lynch ha tratto l’omonimo film che, tra mille contestazioni, nel 1990 vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes. Proprio al cinema, scrivendo anche le sceneggiature di altri film di culto (come Strade perdute), deve la propria celebrità. Come scrittore, invece, ha sempre ingiustamente vissuto in un cono d’ombra. Anche il suo destino editoriale, soprattutto in Italia, è decisamente frammentario: dopo il già citato Cuore Selvaggio (riproposto da Bompiani anche in edizione tascabile) è apparso Jack’s Book, un’ottima biografia dedicata a Jack Kerouac e pubblicata, con risultati incerti, da Fandango. Completamente fallimentare, invece, la scelta di Einaudi di proporre Port Tropique: un noir ai limiti dell’inutile, scialba fotocopia del peggior Elmore Leonard. Sempre nel 2003 Bompiani l’ha rilanciato con Il fantasma di mio padre: un memoir toccante che racconta con dolcezza la propria infanzia non certo felice. Poi l’oblio. Malgrado negli States abbia pubblicato più di 40 opere (tra romanzi, saggi, raccolti di racconti e poesie) l’editoria italiana sembrava averlo dimenticato.
Un doppio merito, dunque, per Sartorio, una casa editrice da seguire con attenzione.
Nella traduzione Di Flavio Santi in Vecchi tempi sono presentati racconti brevi, a volte brevissimi, che rendono al meglio tutta la feroce ed ironica poetica di Gifford.
Ogni racconto è un mondo a parte, un mondo appartato: fatto di pause, di silenzi e al contempo di ritmi incalzanti, che prendono alla gola circondandola di un nodo che da inchiostro si trasforma in scorsoio. Basti citare, ma è soltanto un esempio, l’inizio di una di “Hotel Starr, stanza 584”:
“Lo Starr era un sordido hotel situato in una brutta zona della città. Il corridoio al quinto piano era spoglio, poco illuminato: una semplice lampadina pendeva dal soffitto attaccata a un filo scoperto. Da una stanza arrivavano rumori smorzati. All’altro capo del corridoio comparve un uomo trasandato, sui trentacinque anni. Camminava barcollando e cercava qualcosa in tasca. Sembrava ubriaco ma non lo era. Era solo stanco, stanco morto”.
Poche righe che diventano schegge di vita, frammenti che diventano flashback di incredibile precisione narrativa. Poche righe e si è dentro la storia. Poche righe e ci si ritrova a confermare il giudizio di Gifford dato da Enrico Ghezzi, artista dai gusti non certo facili: “Tra gli scrittori americani contemporanei, Gifford è tra i non molti che conoscono ancora la gioia di raccontare, e che continuano a stupirsi di fronte all’assurdo della vita. Onirico e freddo, appassionato e ironico, secco come Dashiell Hammet e bizzarro come David Lynch, Gifford inventa storie dove personaggi duri e fragili, melodrammatici e robotici, si commuovono ricordando un film di Ozu o vengono “sparati” e uccisi con negli occhi un Peckinpah appena visto”.
Nelle parole di Ghezzi c’è tutto. Anche se il vero Gifford, come per tutti gli scrittori del suo calibro, di quelli che non sparano a salve, lo trovate soltanto nelle sue pagine. In queste.

Di Gian Paolo Serino

I vecchi tempi e altre storie di Barry Gifford
Titolo originale: American Falls. The collected short stories
Traduzione di Flavio Santi
217 pag., Euro 13,50 – Edizioni Sartorio
ISBN: 88-600-9001-6

Le prime righe

American Falls

Prima metà di ottobre, Idaho meridionale. Non si poteva ancora dire che il tempo fosse freddo - non in quella parte del paese — anche se era nell'aria e la gente del posto diventò cosciente della minaccia non appena i Winnebago se la diedero a gambe dopo la Giornata dei lavoratori. Yoshiko percorse tremando i quasi duecento metri da dove lo scuolabus l'aveva lasciata fino al motel. Stamattina sua madre Maiko le aveva fatto indossare il vecchio giaccone di pecora di suo padre Toru, quel giaccone che lui aveva indosso, così raccontava, quando gli passò sopra un treno. Era la storia preferita di suo padre, l'aveva raccontata a lei e al suo fratellino Miki tante volte, mostrando loro il giaccone con due strisce nere dietro la schiena, secondo lui tracciate dalle ruote di una locomotiva. Adesso Yoshiko aveva tredici anni e sapeva che sarebbe stato impossibile per suo padre sopravvivere a un incidente che avesse lasciato segni del genere. Miki a dieci anni continuava a crederci. Toru insisteva che era vero e raccontava loro che era sceso sulla terra dal Regno degli Immortali e che sarebbe tornato là solo quando gli Immortali l'avessero richiamato.
«Quando?» chiedeva Miki.

© 2005 Sartorio Editore


L’autore

Barry Gifford, nato a Chicago nel 1946, è autore di punta della letteratura americana con oltre quaranta opere tra romanzi, saggi, raccolte di racconti e di poesie. Suo romanzo culto è Cuore selvaggio, dal quale David Lynch ha tratto il film omonimo. Vive a San Francisco.


2 settembre 2005